“La bellezza del gioco delle carte è qua, per strada. Stamo bene così! Qui hanno sempre giocato a carte, giocavano già 60 anni fa”

In qualsiasi giorno tu decida di trascorrere qualche ora spensierata al Bar San Calisto, puoi star certo di trovarci quel gruppetto di giocatori incalliti e caciaroni che saranno lì a ricordarti da dove vieni, se sei di Roma, o dove sei arrivato se vieni da fuori. “Ao, che hai deciso? Ce le voi fà ste domande? Non lo so, io sto a parlà da solo”.

L’insulto fa parte del gioco, dicono loro. È un intercalare. E così in quelle ore non potrai fare a meno di soffermarti ad ascoltare con ammirazione quell’infinito scambio di provocazioni, insulti, risposte, contro risposte e risate.

“Tacci tua so’ tre mani che piji l’asso de coppe!”, “Ecco questo è er somaro che perde e rosica”.

È quasi paragonabile ad uno spettacolo di teatro dell’improvvisazione: “A sentilli so’ tutti fenomeni. Se tu senti quel somaro de Augusto, dice d’esse il più forte de tutti: “‘n altro cervello”, dice lui. Toto è n‘artro… fortissimo a parole”.

Non è da tutti stare al passo e così quel tavolino palcoscenico è aperto a tutti, ma c’è la “moina”, come dice Mauro, a sancirne l’ingresso. La sfida nasce con i personaggi. In poche parole, devi saperci stare a quel tavolo e saper reggere il confronto: “Decidono quelli che rompono de più, i due somari, Toto e Augusto”.

Quando sono passato ad intervistarli, al tavolo con loro era appena stato invitato a sedersi Maurizio da Como.

Vestito, quasi vestito, di sole pelli di animali non meglio identificati, una pelle di cobra a mo’ di fascetta per capelli, due cagnolini di piccola taglia sempre intenti a fare incularella, un cucciolo di suricato sulla spalla e una zampa di elefante per sedia.

“Guarda poi qui c’è quel personaggio. Quella faccia da stronzo (in senso bonario eh). Quello è della Maranella. O ma che fai? Te ne vai? Stai a tornà alla Maranella? Vatte a fà er bagno va. Eddaje su, resta qua. Se domani non vieni ce rimango male. Ecco s’è offeso perché gli ho detto che è della Maranella”.

Al baretto ci sono cresciuti: “Marcellino c’ha visto nasce a tutti. Il rapporto con loro è bello, molto bello”.

Se vi capita di entrare, nella sala sul retro troverete una fila di sedie e un tavolino legati con una catenella e opportunamente chiusi a chiave.

Beh, sono proprietà privata dei cartari del bar, custodita gelosamente da Marcello e Fabrizio.

La quarantena li ha visti costretti ad una svolta epocale: “Giocavamo a casa, con il computer. Online. Se chiamavamo su Skype”. Briscola, Tressette, Picchetto e Traversone sono i giochi su cui monta la sfida.

Per chi non lo conoscesse, al Picchetto si gioca in due. È un gioco di derivazione francese che rientra sia nel gruppo dei “giochi di combinazioni” (Ramino e Bridge) che nel gruppo dei “giochi di prese” (come il Tressette).

Non sempre però il gioco è regolare per vari motivi: “A Traversone mettemo in mezzo sempre uno, Augusto, che je damo sempre l’asso de bastoni, e non se ne accorge”.

“C’è uno invece che c’ha il vizietto de barà, se chiama Sapientino. Capirai è un ex carabiniere. È ‘r sola più sola che c’è ma lo svagamo sempre”.

“Noi abbiamo imparato a giocare da piccoli, guardando i vecchi di allora”.

Anche per me, come tanti altri, è stato così, con mio nonno. L’estate la trascorrevo al paese, vicino Amatrice, e dal pomeriggio i vecchi monopolizzavano il baretto del posto per ore ed ore.

Quando non avevamo altro di meglio da fare anche io e gli altri ragazzini ci dedicavamo al gioco delle carte e già da piccoli, con le dovute differenze lessicali, il tutto era condito dalle rituali prese in giro.

Una storia che si ripete, come il gioco in sé. Vedere gli adulti giocare e prendersi in giro è una cosa che rasserena. C’è ancora spazio per sprecare il tempo giocando.

Di Andrea Cori

Illustrato da Lorenzo Forlani