NASCITA DEL COMITATO EMERGENZA TRASTEVERE

 

Quando avevo vent’anni mi capitò di fare le ore piccole con un amico a via del Mattonato. A una certa, come si dice, un signore si affacciò dal secondo piano e disse: ah Pippo Franco, hai finito co’ ‘sto spettacolo? Ci ammutolimmo. C’erano norme non scritte di rispetto ancora valide in strada. Regole che affondavano le proprie radici nel terreno come sanpietrini.

Non è più così a Trastevere.

Le serate a bere birra sui muretti sono un classico di questa città. Abbiamo tutti, o quasi, avuto 17 anni. Alcuni di noi sono invecchiati in fretta, altri sono nati anziani dentro, ma due cazzate le abbiamo combinate tutti. Ecco perché onestamente ho sempre guardato con diffidenza alla miriade di comitati di quartiere che in questo “Sistema Roma”, sono spuntati come funghi. In realtà i comitati, come il nostro di Emergenza Trastevere, sono fondati da cittadini che vivono il quartiere e hanno un filo diretto con il territorio che spesso la politica dall’alto non ha più tanta voglia di tessere.

È un comitato che ha radunato, pressoché spontaneamente, persone distanti tra loro per background, opinioni politiche, anagrafe e forma mentis. In comune abbiamo un obiettivo: il raggiungimento e il mantenimento di uno standard di civiltà e di decoro in un’area geografica ben delimitata: un quadrilatero che abbraccia San Cosimato e arriva sino alle scalee del Tamburino e di Monte Aureo. Chiediamo cose normali: decoro, sicurezza delle strade e pulizia.

Per me il comitato, che si è formalmente costituito in questi giorni, è nato il giorno in cui ho visto il mio coinquilino del piano terra scendere in ciabatte a via Gaetano Sacchi e affrontare da solo tutta la scalea del Tamburino per chiedere, a diverse centinaia di “pischelli”, il rispetto minimo di queste norme di civiltà.  Ma è come spalare l’oceano col cucchiaio. La presenza di diversi minimarket che fanno finta di vendere banane e cipolle mentre riforniscono minorenni di alcolici a tutte le ore ha fatto sì che negli ultimi tre anni i nostri tre/quattro isolati siano diventati terra di nessuno.

Il volume da solo, fosse anche questi ragazzi sussurrassero, sarebbe assordante, perché nelle serate di pienone, quello che rende pressoché ogni altra attività superflua è proprio il volume del vocio indistinto. I ragazzi più agitati hanno varato un ampio campionario di attività ludiche: il lancio della bottiglia da 66, la demolizione sistematica del travertino dei gradoni, di bici e monopattini. Alcuni dei quali vengono fatti precipitare dalla scalea con e senza passeggeri sopra.

Può far sorridere. Ma chi di noi ha figli piccoli che si svegliano a mezzanotte perché 1000 persone urlano una bestemmia a squarciagola, o chi ha trovato la propria macchina distrutta a calci e sassate, o chi ha dovuto assistere ad episodi di spaccio sotto casa, chi ha rinunciato a dormire da marzo a settembre, ecco quelle persone non ridono più. Io sono tra questi.

Sono stato un bambino piccolo a Palermo negli anni ’80, non esattamente una passeggiata di salute, ho coperto per lavoro conflitti in medio-oriente, ma di fronte all’aneddotica offerta dalle nostre telecamere di sorveglianza, installate per disperazione, sono rimasto senza parole: si va dal sesso di gruppo in strada allo spaccio e consumo di droga, dalla rissa programmata (non diversa da quella del Pincio di qualche tempo fa) all’abuso sistematico della massa nei confronti del singolo individuo indifeso. Per parte nostra, da residenti, ognuno con i propri mezzi, abbiamo fatto il possibile per evitare che ci scappasse il morto e il ferito.

Chi è sceso in strada, chi ha lanciato il proverbiale gavettone, ma anche chi coraggiosamente si è fermato a parlare con i ragazzi. Per costruire ponti, non mura.

La cosa più triste di tutte per me è che la scalea che è stata soggetto di canzoni, fonte di ispirazione e di identità per molti di questi ragazzi, insieme alla moka, la Peroni, le serate al Calisto, i baffetti e i tatuaggi in fronte, piano piano è stata offesa e sfregiata. È sintomo di nichilismo semantico, di vuoto dentro, irreparabile e profondo, se una generazione non riesce neanche più a proteggere e onorare i simboli che si sceglie.

Il Tamburino da cui la Scalea prende il nome si chiamava Domenico Subiaco, era nato da due contadini: Giovanni e Angela Maria Paparelli. Nel 1849, a sedici anni, partì a piedi dalla campagna per combattere al fianco della Repubblica Romana. Ma era piccolo di statura. Gli venne affidato non un fucile ma un tamburo.

Domenico, il 6 giugno, suonò la carica a pochi passi dalla scalea, come gli era stato detto di fare. Poi, vedendo che i suoi commilitoni faticavano ad avanzare uscì dalle retrovie tutto solo e fronteggiò le truppe francesi. Sparò dieci volte, a quanto riferisce un testimone oculare. Poi venne colpito alla tempia da una pallottola francese che lo sbalzò a valle senza vita. In queste strade sono state combattute battaglie cruciali per la costruzione della nostra identità. È questo lo spirito che si deve tornare a respirare in questi quattro isolati. Mai più ostaggi.

 

 

Di Gabriele Stabile

Illustrato da 13truth

 

 

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