ANGOLI DI TRASTEVERE – ENRICO FEROLA

 

Enrico Ferola nasce a Roma il 30 ottobre 1901. «Popolano schivo e scorbutico» così viene ricordato nell’immediato dopoguerra dagli abitanti del Rione Trastevere. Fabbro, membro del Partito d’azione, è il principale artefice dei chiodi a quattro punte, arma iconica della Resistenza romana. Arrestato il 19 marzo 1943 dalla Banda Koch viene fucilato alle Fosse Ardeatine il 25 marzo dello stesso anno. Se il flusso di coscienza di Ferola è un espediente narrativo, luoghi, circostanze e fatti storici sono rigorosamente aderenti alla realtà. Per esempio il «dottore» è Pietro Koch – capo dell’omonima Banda Koch – che amava essere chiamato così dai suoi sottoposti. Lindoro Boccanera è veramente l’“ideatore” dei chiodi a quattro punte, così come i nomi dei familiari di Ferola sono autentici. Aderente alla realtà è la quantità di chiodi rinvenuta a via della Pelliccia 8, così come il silenzio durante le torture e l’interrogatorio. Autentica è anche la pagina de «L’Unità» con le istruzioni per costruire i chiodi. In ultimo solo i soprannomi di Efesto e Apollo sono frutto della fantasia di chi scrive.

 

Quando mi hanno catturato, ricordo distintamente di non aver provato paura. Perché di paura, fondamentalmente, non ne ho mai avuta. Ma non perché sono un superuomo, anzi. Sono codardo e insicuro come tutti. Indifferente. Prudente. Umano. Attaccato alla famiglia, alle figlie, alla moglie. Dipendente da tutte quelle piccole cose che addolciscono lo scorrere incerto di una vita. Il susseguirsi modesto di sacrifici e sudore alcalino: un quartino all’osteria, una carezza, un filone di pane caldo, una partitella a carte. Cose banali.

L’unico mio pregio è che sono una persona determinata. E nella vita insignificante di uno come me, sacrificata all’incudine, alla famiglia e al risparmio, occorre fare una scelta. Come mio padre, mio nonno, e altri prima di me. Loro garibaldini, repubblicani, io antifascista.

Non ho mai avuto paura perché mi sono sempre sentito un soldato. E un soldato non può avere paura, altrimenti non combatte. Perché se schiacci il grilletto titubante rischi che si inceppa. Se tremi, non spari bene. Manchi il bersaglio, non colpisci il nemico. E forse lui ti ucciderà. Senza esitazione. E quando ho impugnato un fucile – anche se io, in realtà, un fucile non l’ho mai impugnato – non ho avuto esitazioni, neanche un momento. Sapevo di essere dal lato giusto della barricata, dalla parte giusta della storia. E non avevo paura, neanche di tirare le cuoia.

Semmai temevo di morire schiavo. Ma non volevo vivere in ginocchio. No. Piuttosto preferivo morire in piedi, che vivere in ginocchio. Senza possibilità di scelta. Addomesticato come un cavallo, con il morso stretto fra i denti, le gengive sanguinanti e i fianchi percossi. A mangiare fieno rinsecchito e sgaloppare per i capricci degli altri. Rinchiuso in un recinto di legno e terra battuta, sognando un prato verde. Confortevole ma pur sempre un recinto. Una gabbia.

Comunque, dicevo, di quel giorno infame ricordo distintamente una cosa. Il disgusto per quell’odore. Le narici che si arricciavano e gli occhi che si strizzavano. Un conato acido che risaliva ardente dalle viscere. Mi ricordo anche le braccia legate dietro la schiena, il petto in fiamme, il naso che zampillava. Un rivolo rosso grumoso perfettamente al centro. Prima della gobba. Denso. Il sapore ferroso e minerale del sangue caldo in bocca. Il dolore. Tutto, distinto e nitido, ma sovrastato da quell’odore pungente. Quell’odore forte e respingente di acqua di colonia che veniva da quell’infame che tutti chiamavano «dottore». Da quel torturatore vigliacco dai baffi curati e i capelli allisciati all’indietro. I vestiti perfettamente inamidati. Lucenti. Damerino maledetto. Vigliacco.

Se solo avessi avuto la possibilità di incontrarti in un vicolo da solo all’imbrunire. Io e te. Tu e me. Le tue mani da impiegato contro le mie da fabbro. Le tue affusolate e curate come quelle di un dottore. Le mie imponenti e gonfie. Callose, bitorsolute e nodose come tralci di vite secolare. Annerite. Te li avrei strappati quei baffetti insulsi. Te l’avrei spettinata per bene quella riga con la brillantina. Non come ora, dieci contro uno, io legato a una sedia e i tuoi che mi colpiscono a un tuo semplice cenno del capo, dandosi il cambio per restare freschi e fare più male. Colpi tonfi e sordi. Poi io che sbatto contro il muro, io che passo in una selva di mani che si abbattono su di me. Manganelli, nervi di bue, fruste di cuoio. Dolori contundenti.

Ricordo, più di tutto e prima di tutto, quell’odore pungente che ho sentito invadere casa e sporcarla. Violarla. Il mio santuario impregnato da quell’acqua di colonia. La cosa che ricordo più chiara, distinta, di quel 19 marzo 1944, è il tuo odore, dottore. Perché quell’odore per me è il marchio indelebile dell’infamia. Mi ricordo i pugni sordi alla porta. Lo schiacciare delle suole sul pavimento. I passi veloci. L’irrompere violento, senza invito. I pianti di Giuseppina e Anita, le mie figlie. Le grida di mia moglie. Qualche infame ha parlato. E poi nell’officina da fabbro a via della Pelliccia numero 8 quel mezzo quintale di chiodi a quattro punte. Il simbolo della Resistenza romana.

Sì perché io sono Enrico Ferola, membro del Partito d’azione, il fabbro della Resistenza. L’Efesto irriducibile. L’ardito del popolo scorbutico e schivo che ha fabbricato, più o meno, diecimila di quei chiodi. Di quegli arnesi infernali. Diecimila di quelle pietre con cui noi piccoli Davide abbiamo tenuto testa a voi giganti Golia. Con cui abbiamo fatto arenare la vostra perfetta macchina da guerra. La Wermarcht. Un nome che sembra uno sputo. Uno scatarro. Un esercito di biondastri esaltati mangia-patate accompagnato per mano da uno stuolo di leccapiedi fascisti vestiti di tutto punto. Quattro punte. Come un gioco da bambino. Comunque lo tiri, una punta resta in su. Dritta verso il cielo. Anche se lo lanci a caso, senza pensare, in fretta. Sempre una punta verso l’alto. Un dito medio conficcato nel culo degli occupanti.

Però io sono solo il fabbro. Il braccio, il martello e l’incudine. Batto e do forma. Plasmo. Efesto. Sono il soldato, non il generale. Non sono la testa. L’idea, la trovata, il colpo di genio, non è mio. Apollo è Lindoro Boccanera, un comunista che lavora al Museo del bersagliere a Porta Pia. Il chiodo si ispira a quello usato nella Grande Guerra dagli austriaci contro gli italiani. Impara da ciò che ti ferisce. Da ciò che ti sconfigge. Ma quel chiodo si ispira al tribolo romano. Prima ancora usato dalle falangi macedoni di Alessandro Magno. Ben più di duemilatrecento anni di arte della guerra. Perfezionato. Evoluto. Limato. Fino a diventare perfetto. Lindoro ha solo copiato un’idea geniale. Apollo. Quattro punte. I quattro punti cardinali della vendetta.

Una volta mi hanno raccontato di colonne tedesche dirette a Cassino da Roma, di autocarri bloccati. Di tamponamenti. Di gomme scoppiate e camion ribaltati. Era il 17 ottobre 1943. Ma a me l’hanno raccontato il giorno dopo. In officina. Mi hanno detto che i nazisti chiamavano teppisti gli autori del fatto. Sì, siamo teppisti. Sì, siamo banditi. Ma soprattutto e senza rimorsi siamo partigiani. Guerra a bassa intensità. Guerriglia. Sabotaggio. Sabotaggio. Resistenza. Colpi bassi per sfiancare.

E ora che sono dentro al cassone di un camion militare, sballonzolato a destra e a manca, ripenso a tutto questo, alla mia battaglia, alla mia missione, per scovare in un angolo recondito del mio cervello la forza di sopportare. Non so dove mi stanno portando, ma il tragitto è lungo. Comunque non ho perso il conto dei giorni. Con la luce che filtra appena dai buchi arrugginiti della carrozzeria, capisco che c’è il sole e quindi che siamo al quinto giorno. Cinque notti e cinque albe dal mio arresto. Sono vestito sempre nello stesso modo. Il sudore rancido delle torture mi tiene compagnia. Il sangue rappreso sulla camicia strappata scandisce la mia attività principale in queste ore tremende. La sofferenza, il dolore. Bussola e architrave.

Ho sofferto, sanguinato, ma non ho parlato. Neanche un nome. Neanche un nome inventato. Per sviare, depistare, prendere tempo. Non una parola. Solo un sorriso impertinente e beffardo. Solo quello. Sono solo triste per quel mezzo quintale di chiodi. Raccattati con cura fra le macerie, come un ferrovecchio sapiente. Scavando a mani nude fra i rifiuti e le rovine, fra gli scarti di una guerra infame. Dovevano ferire i tedeschi, ora rischiano di uccidere me.

Mi hanno arrestato altre volte, sono anche andato al confino. Casellario giudiziario, sorveglianza politica, per me sono la norma. Sguardi torvi, minacce, sceriffi senza stelle. Ci sono abituato. Ecco perché ora, mentre vado incontro all’ignoto, comunque sono tranquillo. Placido come il Tevere in agosto. Anche se sento che questa volta sarà diverso, ripeto, non ho paura. Le pallottole le attenderò col petto all’infuori, gridando libertà. Meglio una freccia in petto che una in culo. Sorrido perfino pensando alla famiglia. Cara moglie mia, cara Anita, cara Giuseppina. Al solo pensarvi mi si bagna il cuore.

Ma non dimentico un’ultima cosa. Non dimentico il numero del 15 dicembre 1943 de «L’Unità», con le istruzioni per fare i chiodi sulle pagine avorio del giornale. Le mie lezioni su carta. Il mio più grande lascito. Il mio testamento. Insegnavamo resistenza. Spargevamo il seme della ribellione. Perché fabbri, Efesto della rivolta, possiamo esserlo tutti. Socializzare conoscenze. Diffondere saperi. Preparare all’insurrezione, alla rivolta. Questo era l’imperativo. Questo dovevamo fare. E il fine ultimo di quella pagina era far capire a ognuno come si poteva fare. E che ognuno poteva farlo. Da solo. Due spezzoni di ferro lunghi 8-10 centimetri, diametro di 6-10 millimetri. Fare la punta alle due estremità. Saldare i ferri così sagomati. Perché se avessero arrestato Efesto, altri cento Efesto potevano sorgere. Se muore un Efesto, ne nascono altri cento. Efesto sei tu. Efesto possono esserlo tutti.

 

 

Di Franco Rosso

Illustrato da Titti Fruhwirth

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