Alice’s cut

 

Una delle cose più affascinanti che possano capitare guardando qualche vecchio film ambientato a Roma è l’illusione di ritrovarsi in un mondo apparentemente lontano anni luce. A seconda delle età di chi guarda, è infatti possibile riassaporare certi ricordi legati ad una piazza ormai stravolta dall’urbanistica contemporanea, oppure provare ad immaginare come potesse essere la Città Eterna in quegli anni in cui nelle cantine si faceva off-theatre o, ancor più addietro, d’estate ci si tuffava nel Biondo Tevere.

Insomma, il cinema per Roma è un po’ come la DeLorean di Ritorno al futuro. Restandosene comodamente sul divano, nel giro di poche ore, è possibile prendere posto ad un tavolino Al Re della Mezza Porzione, trattoria bazzicata da Nino Manfredi, Vittorio Gassman e Stefano Satta Flores in C’eravamo tanto amati e rinomata, appunto, per il pregio di servire «mezze porzioni abbondanti».

Se poi la pasta vi rimane di difficile digestione, il consiglio che potremmo darvi è quello di fare due passi nella Campo De’ Fiori dei primi anni ’40, lì dove al mercato c’erano il pesciarolo interpretato da Aldo Fabrizi e la fruttarola Anna Magnani. Il film in questione, che prende il nome proprio dalla piazza vegliata da Giordano Bruno, venne girato da Mario Bonnard e sceneggiato dallo stesso regista assieme all’attore romano, Tullio Pinelli e Federico Fellini. Campo De’ Fiori era una di quelle prime produzioni Cines che tentava la sorte spingendo la macchina da presa fuori dai teatri di posa, fotografando brandelli di una città teoricamente ancora in guerra, che però nello scorrere delle immagini restava sospesa in uno strapaesanesimo quasi astorico ed atemporale.
In molti, negli anni a venire, parlarono di quel lungometraggio come di una sorta di anticipazione (assieme al ‘milanese’ Gli uomini…che mascalzoni di Mario Camerini) della rivoluzionaria stagione neorealista e, a tal proposito, è forse utile ricordare che il duo Fellini-Fabrizi ritornerà non a caso nel rosselliniano Roma città aperta, dove il futuro regista riminese è uno degli autori della sceneggiatura, Fabrizi invece interpreta l’eterno prete-partigiano Don Pietro Pellegrini.

Ma andando oltre gli anni bui della guerra, c’è un altro film che immortala la Capitale nella sua decrepita ed eterna sospensione, L’uomo di paglia di Pietro Germi.
In quel caso il regista figurava anche come protagonista, interpretando un operaio fedifrago che per sfuggire alla noia della vita coniugale inizia ad avere una relazione con una ragazza che le abita vicino. Siamo alla metà degli anni ’50, l’Italia a fatica si rialza dalle macerie dei bombardamenti aerei di poco tempo prima ed il cinema italiano inizia a raccontare una working class costretta a vivere nei palazzoni di periferia. La critica stronca Germi sia da destra che da sinistra: i democristiani non amano vedere un padre di famiglia che va a letto con altre donne, mentre ai comunisti non piace questa idea di lavoratore succube dei sentimenti, poco eroico ed ancor meno stakanovista.

A noi, de L’uomo di paglia, restano le lunghe passeggiate notturne del protagonista, che partono da via della Scala in Trastevere per arrivare fino al ponte ferroviario del Pigneto. Con la nazionale in bocca (così si chiamavano le sigarette all’epoca), Germi calpesta i sampietrini illuminati dalle prime luci dell’alba, osserva la città nel suo momento più quieto, quello del risveglio. Poche le anime incontrate, in un percorso che espande l’immaginario della città anche oltre le Mura Aureliane.
Così, nei decenni successivi, alla vista sul Cupolone si affianca, in maniera quasi complementare, il campo lungo sulle periferie, l’indagine antropologica su quei luoghi che, come in Bellissima di Visconti, prima erano campagna, vigna, terra al sole, per poi diventare agglomerato urbano che si espande selvaggio e a macchia d’olio.

Verrebbe voglia di saltare in sella alla vespetta di Nanni Moretti, che dopo tanti chilometri riposa in una teca del Museo del Cinema di Torino, e fare come in Caro Diario. Correre in lungo ed in largo per la città, passando per il monumento a Pasolini, nella Ostia che fu pure di Caligari, ed arrivare fino a Spinaceto col vento tra i capelli ed il mambo nelle orecchie («Spinaceto… pensavo peggio!»).

Pur a voler ripercorrere ogni metro di pellicola che racconta questa città, dal centro alla periferia, andando oltre il Raccordo e giungendo fino ai Castelli Romani, ci si accorge però che certi momenti della così detta romanità perduta non vengono catturati mai. Forse per pudore, per gelosia, chissà.
È il caso della trasteverina Festa de Noantri, in cui il cinema non si è mai voluto intromettere con insistenza. Sarà per il nome, che da sempre racconta di una festa concepita per i più intimi, legata alla quotidianità del rione più che alla grande distribuzione cinematografica.
Uno dei pochi che questa festa l’ha voluta raccontare ovviamente a modo suo è stato Fellini in Roma del 1972. Ad un certo punto del film, durante la Festa, uno scrittore americano seduto al tavolo di una trattoria definisce l’Urbe come la «città delle illusioni. Non a caso qui c’è la Chiesa, il Governo, il Cinema: tutte cose che provocano illusione». Una città morta e risorta decine di volte nel corso dei secoli, in cui è ancora possibile vivere fingendo che il mondo, là fuori, possa continuare a correre per conto suo, senza che la cosa possa tangere davvero i cittadini romani.
Quindi verrebbe da pensare che Roma è un po’ come la Festa de Noantri, che continua ad esistere da secoli nonostante gli altri, nonostante tutto. E resiste da sempre ad un tempo che non sembra passare mai.

 

Di Alice Catucci

Illustrazione di Federico Russo

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