Di Marta Zappaterreno

Parlare di maschilismo sistemico e di femminismo, di pari opportunità e di chiusura mentale, di violenza e appropriatezza sarebbe veramente troppo per me. Sono una pessima cantastorie, figuriamoci una scrittrice: mi dilungo e faccio troppi giri di parole, dimenticandomi quasi sempre quale sia il punto centrale della mia storia.

Sono solo una ragazza che ha avuto la “pessima” idea di mettersi una gonna a gennaio, ma fortunatamente l’universo (o gli operai di via Portuense, stessa cosa), hanno deciso di farmi fare un bagno di umiltà. Che poi da una parte avevano anche ragione, cazzo metto una gonna nel mese più freddo dell’anno. Ma invece di dirmi “Ao signorì coprite che è un attimo che te becchi ‘a febbre” hanno urlato “Ao a bbbona viè qua”. I fischi potevano solo accompagnare: una colonna sonora imbarazzante per una scena denigrante. Quasi poetico. “Vaffanculo”, gli ho urlato “Ora chiamo la polizia, vediamo se continua a farvi divertire la cosa”. Era un tre contro uno, le mie chance di vincere erano praticamente nulle e lo sapevo, ma appena ho menzionato la polizia si sono ammutoliti, hanno sbarrato gli occhi ed è partito il triumvirato del secolo: possibile che la deviazione dal copione (che prevede la fuga immediata) li avesse spaventati sul serio?

Ho deciso di chiamare il 112, e la noncuranza e mancanza di professionalità mi ha sconvolta più del commento che mi era stato fatto per strada. Tutti gli operatori con cui ho parlato continuavano a ripetermi che il mio problema non fosse area di loro competenza e che non potevano aiutarmi. Un lavamani burocratico di prim’ordine. Mi sono sentita abbandonata dal sistema creato per proteggerci, ho sentito l’impotenza delle mie parole e delle mie azioni. Perché provare a fare qualcosa di significativo per incontrare un muro invalicabile? Perché dare importanza a un evento che nessuno ritiene rilevante? Forse avevano ragione, forse il mio non era un problema da risolvere bensì la mia proattività lo era. L’impeto, la rabbia, la sensazione di necessità che mi stava spingendo a reclamare il mio posto nel mondo della giustizia sociale era forse una truffa messa in piedi dal mio ego e da anni di esposizione al femminismo?

Era come se le mie zie sessantottine mi gridassero “Ecco! Questa è la tua occasione per materializzare quello che hai sempre pensato. Basta con le chiacchiere da bar fatte con le amiche sempre indignate per questo o quel motivo”. Mi sono sentita una vera e propria militante al servizio di tutte quelle donne e quelle ragazze che come me, per anni, si sono tirate su il cappuccio e sono scappate mormorando un vaffanculo sommesso nella direzione da cui provenivano i fischi e i complimenti osceni, con un tono di voce adeguato per sentirsi potenti e coraggiose ma non cosi alto da farsi sentire dal resto del mondo.

Mi sono sentita addosso il peso della vergogna e della tristezza, non dovuta alla presa di coscienza dell’inevitabile dimenticatoio in cui sarebbe caduta la mia richiesta di aiuto, bensì della vergogna del mio corpo messo troppo in mostra da una gonna e della tristezza che mi ha spinto a pensare che avrei voluto essere invisibile. L’avere due cromosomi X mi rende una sorta di imbuto emotivo cieco alle inibizioni della mente? A volte un assordante assenso mi riempie la testa e penso di essere stata colpita dal morbo del vittimismo esagerato – “Non era cosi grave quella situazione, avrei potuto farmi gli affari miei”.

Passo il settanta percento del mio tempo a Trastevere, l’unico luogo di Roma che mi manca quando vado via: Trastevere ha l’odore e il suono di casa, sa di sicurezza. Nonostante ciò, mi succede molto spesso di camminare con le cuffie per due motivi ben studiati: punto primo – mi dà l’impressione di vivere in un film con la colonna sonora di Top Gun; punto secondo – insonorizza perfettamente l’unico rumore che mi da fastidio: i commenti dei gruppi di ragazzi ubriachi.

“Ao rega ecco mi’ moje” “Certo che sei proprio bona pe’ l’età che hai” “Ammazza che topa, ma che c’ha sentiti che pare incazzata?” “Bellissima”. Una volta mi hanno tirato uno schiaffo sul culo e quando mi sono ribellata mi hanno sputato in faccia.

“Beh se succedesse a mia sorella impazzirei, li prenderei tutti a pugni”, mi ha detto un ragazzo quando gli ho raccontato cosa mi fosse successo, ma il fatto che eventi comuni siano lontani dalla nostra quotidianità non li rende meno gravi, ci rende solo più fortunati di altri.

Dove risiede la differenza fra esagerazione e giustizia? Dov’è quella linea di demarcazione che separa il troppo dall’adeguato? La (grande) bellezza del soggettivismo: uno degli aspetti migliori del crescere è maturare quel particolarismo mentale che ti renda in grado di avere opinioni, dissentire profondamente quando necessario e trovare persone affini. E fin qui grazie al cavolo mi direte – “La mia libertà finisce dove inizia la tua” – ma questo significa che tutto possa essere inserito nel grande paradigma della scala dei grigi? Mi chiedo se esista qualcosa che sia intrinsecamente bianco o nero nell’ottica globale. Credo che la realtà dei fatti sia, purtroppo, che guardare al di là della propria visione periferica sia complicato e, nella maggior parte dei casi, scomodo: finiamo tutti per considerarci fautori del giusto e del socialmente appropriato fino al giorno in cui le nostre stesse azioni (presenti e passate), situazioni di cui abbiamo riso o considerato di poco conto ci si rivoltano contro e diventiamo protagonisti di quella storia sentita e risentita che acquista, inevitabilmente, un significato diverso.

Quello che mi è successo nel corso degli anni non è nulla in confronto a quello che succede ogni giorno a migliaia di donne in tutto il mondo, ma la cosa che più mi disgusta è che anni di involuzione ci abbiano portato a pensare di essere state graziate, di essere state fortunate, che dovremmo gioire del fatto che quella sera o quel pomeriggio, in quel vicolo buio o in quella piazza affollata, nessuno ci abbia fatto del male.

Sono passati due mesi da quando ho deciso di prendere in mano la situazione e chiedere aiuto al municipio, due mesi di assoluto silenzio dai piani alti: sono sicura che l’amministrazione abbia molti problemi a cui pensare ma mi rifiuto di credere che questo non sia degno d’attenzione.

Il tempo del cambiamento è arrivato da un pezzo, ora è il momento di non farsi scoraggiare e continuare ad andare avanti, di fare domande ed ottenere risposte, di ottenere risultati.

Illustrazione di Lorenzo Forlani