Intervista a Gipo Fasano, regista romano alla sua opera prima

 

 

All’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma è stato presentato Le Eumenidi, esordio del regista Gipo Fasano. Il film si perde in una notte romana e segue un ragazzo di nome Valerio alle prese con i propri tormenti…

Ho incontrato Gipo in un bar, e fra spremute d’arancia e caffè abbiamo parlato del suo film, di cinema e di smartphone, di produzioni indipendenti e di pistole che non devono per forza sparare.

Inizierei subito dall’importanza dei luoghi: Roma e il quartiere Parioli.

Ho girato Le Eumenidi con lo smartphone, mezzo tecnico che mi apriva possibilità di scrittura infinite rispetto ai luoghi. Non è semplicemente una camera a mano con cui rubare momenti per strada, ma un mezzo che fa parte del quotidiano. Per questo sono riuscito ad andare oltre la guerriglia classica, andando in luoghi in cui neanche le camere più piccole sono ammesse. Ad esempio, non ho avuto problemi nella scena in cui Valerio cammina durante la Via Crucis, nonostante i severissimi controlli per il terrorismo (era il 2018 quando ho girato quella scena). Tutti riprendevano col cellulare.

Il mio film ha una scrittura a involucri, Eschilo e le Eumenidi, la notte come ambientazione. È il racconto delle reazioni di un personaggio a certe azioni piuttosto che il racconto dell’azione stessa. Questo presupponeva la creazione di ring all’interno della sceneggiatura in cui far reagire il mio protagonista e all’interno di questi ring uno dei personaggi con cui scontrarsi era inevitabilmente il luogo.

Il film inizia nel quartiere in cui è cresciuto il mio attore, Valerio Santucci. Inizia nel ristorante di suo padre, che prima ancora era di suo nonno. Valerio lavorava a viale Parioli, aveva la palestra e la casa a viale Parioli, più o meno a cinque civici di distanza. Mi affascinava mettere in scena questa sorta di re dei Parioli. Ora il ristorante di famiglia ha chiuso, e più passa il tempo più il film monitora questa perdita. Già solo il luogo de Le Eumenidi racconta qualcosa di viscerale.

 

Un altro aspetto che mi piace del tuo film è come restituisce certe dinamiche di branco, certe tensioni. La scena in cui Valerio e i tre amici vanno in macchina verso la serata in discoteca è molto potente da questo punto di vista.

Mi piace questa cosa che dici perché inizialmente il nucleo narrativo era il branco. Il mio branco iniziale era di otto ragazzi, ma mi sono reso conto che coordinare otto persone, per di più non attori, era impossibile. Le Eumenidi è nato come racconto per un corso della Holden in cui veniva richiesto di scrivere la propria città. E ho iniziato a scrivere quello che erano i ragazzi e questa corsa, con macchine come navicelle spaziali…

Questa sorta di cameratismo a cui accenni era il centro del racconto originale. La solitudine di Valerio, la perdita del valore dell’amicizia, derivano dal fatto che il gruppo che avevo a disposizione si stava in realtà sciogliendo. E questo si avverte.

Anche io amo l’atmosfera della scena della macchina, mi sembra di sentirne l’odore. La macchina e la discoteca sono le prime scene girate che ho fatto vedere. E molti mi dicevano di incentrarmi solo sul branco ma ho capito che era un centro che dovevo perdere, pur mantenendone il sentore, l’odore per l’appunto.

 

Anche la scelta dei Parioli per raccontare questa violenza sottintesa mi piace molto.

Volevo un film di reazione anche al sottotesto violento dei Parioli. Ma non incentrato su quello. Far respirare la violenza ma non consumarla. Per tanto tempo ho pensato di farla esplodere, in una rissa ad esempio. Avevo tutto in testa, il mio produttore spingeva molto in questa direzione. Ma poi ho capito che la violenza non doveva esplodere. Il cinema spesso si basa sul concetto narrativo di semina e raccolta, questa pistola di Čechov che una volta vista deve sparare per forza. Forse invece bisogna farle inceppare per un po’ queste pistole, perdersi, e magari dopo torneremo a quelle che devono sparare.

 

Assolutamente… Parlami ancora del mezzo tecnico cellulare.

Sì. Fin da subito sapevo che non avrei preso attori, avevo quindi necessità di rubare momenti e per farlo mi serviva un mezzo tecnico meno spaventoso anche di una piccola camera. Ero sicuro che avrebbero avvertito meno il medium e che il contesto cittadino avrebbe calcolato ai limiti dell’indifferenza quello che stavo facendo. Durante le riprese invece mi sono reso conto che le persone che avrei voluto lasciare indifferenti al mezzo erano molto più spaventate di quanto lo sarebbero state davanti a una macchina da presa.

Questo perché il telefono veicola il concetto di online, della condivisione, che è una cosa che io non avevo minimamente calcolato quando teorizzavo il mezzo in sé. A Termini siamo stati rincorsi da alcuni spacciatori perché col telefono sei immediatamente identificabile come giornalista. Nella scena dello stadio ho avuto problemi col tifo organizzato. Si sono subito incuriositi in modo negativo di fronte a questo tizio che filmava un altro tizio nelle loro zone.

Dopo dieci minuti dal fischio di inizio già avevo ricevuto intimidazioni. Il cellulare è un mezzo tecnico molto più predisposto all’imprevisto. E lo stadio ne è un esempio perfetto. Dopo le intimidazioni avrei dovuto chiudere e andare via. Invece sono rimasto ed ero totalmente impossibilitato a scegliere con calma la giusta inquadratura.

In quel momento ho provato tutta la paura del mondo. Non vedevo cosa succedeva dietro di me e loro invece vedevano tutto da sopra.  Ho incastrato le mani dentro la giacca chiusa e da lì spuntava lo smartphone. Non vedevo nulla di quello che stava succedendo, addio “sacralità” della scelta ponderata dell’inquadratura. Valerio ad un certo punto si è girato verso di me, perché controllava sopra ed ecco la totale casualità, il punto macchina perfetto. Io non ero partito con l’idea di spiaccicargli l’anamorfica in faccia e di girarlo all’incontrario rispetto a tutto lo stadio.

Nel totale imprevisto ho avuto l’inquadratura migliore che potessi desiderare. Il cellulare può essere un mezzo tecnico molto democratico e meritocratico. E proprio in virtù dei suoi limiti, estremamente creativo. Uno dei miei film mantra è Tangerine di Sean Baker. Quando giri con il telefono tutto è esposto, non hai controllo del fuoco né della profondità. Per questo in Tangerine, Baker sfrutta tutte le vetrate e le vetrine. Cerca la profondità con quelle.

 

Parlami della vostra società di produzione indipendente, la Contea

Io e il mio socio Giorgio Gucci siamo amici da tantissimo tempo. Abbiamo percorsi universitari diversi, lui è laureato in economia e io in architettura. Io ho deciso di interrompere il mio percorso universitario e ho iniziato a scrivere e lui ha lavorato con la Warner e poi è entrato a produzione, al Centro Sperimentale. Un giorno gli ho proposto una sceneggiatura e abbiamo istituito la nostra piccola società, Contea, verso la fine del 2015. Il nostro primo lavoro è stato un cortometraggio, Scotoma.

Io volevo fare un film, ma come fare con le nostre possibilità? Le Eumenidi è costato sui 10.000 euro, questa è stata la nostra sfida. Il nostro investimento sono stati due telefoni e le ottiche. Ma ci siamo potuti prendere tutte le libertà desiderate. Mi dicevi che hai apprezzato l’uso delle bestemmie, che sono spesso un intercalare e nel cinema romano non si sentono mai. Non l’ho fatto per provocare, ma per mantenere un certo realismo. Con produzioni non nostre sarebbe stato impossibile.

 

Hai detto che il tuo film è pensato per il grande schermo. Che ne sarà di queste sale cinematografiche?

Fare previsioni è molto complesso. Non sono mai stato snob rispetto alle piattaforme e ai piccoli schermi, penso sia stupido esserlo. Ma per la prima volta nella mia vita mi ci attacco alla sala. Dopo due anni senza luoghi di ritrovo secondo me la sala tornerà più forte e noi saremo più responsabilizzati. La sala deve diventare un vero avamposto di una forma d’arte…Questo è il mio pensiero.

 

 

Di Alice Catucci

Illustrato da Titti Fruhwirth