VIVA IL VERDE URBANO CONDIVISO

 

L’8 dicembre 2020 ho fatto due chiacchiere al telefono con l’architetto Elena Carmagnani, che insieme alla collega Emanuela Saporito, ha avuto un’idea sbalorditiva nella sua semplicità.

Nel 2010 Elena ed Emanuela provano a coltivare un orto sul tetto del fabbricato nel cortile dove si trova il loro studio di architettura, nel bel capoluogo piemontese. “Il tetto del prefabbricato era piano e foderato con una soletta in guaina di bituma” mi racconta Elena (una soletta in guaina di bituma, per chi non lo sapesse, è un materiale edilizio in grado di impermeabilizzare i solai).

Abbiamo costruito un vero e proprio giardino coltivabile utilizzando la tecnologia per il verde pensile, ossia dei materiali che si usano per impermeabilizzare il tetto, per impedire che le radici penetrino e per creare acqua necessaria all’orto che al contempo non ristagni. Per coltivare abbiamo utilizzato del terriccio a base vulcanica. Ed ecco che è nato un piccolo orto condominiale vicino a Porta Nuova. Lo stabile dove abbiamo lo studio, inoltre, è abitato principalmente da studenti e giovani famiglie che hanno reagito benissimo all’iniziativa”.

Elena ed Emanuela vincono inaspettatamente il Premio di Legambiente “Innovazione Amica dell’Ambiente”: “Si tratta di una semplice targa” continua Elena “che ci ha spinto però a ideare un servizio più strutturato. Così è nato Orti Alti, che è molto più del progetto di coltivare un orto. Da subito l’abbiamo concepito come un vero e proprio processo partecipativo, in grado di coinvolgere la comunità e di rigenerare spazi inutilizzati. 

Coniughiamo i nostri diversi percorsi di ricerca: io ho una preparazione in progettazione sostenibile e paesaggistica mentre Emanuela si è occupata fin dalla tesi di laurea di processi partecipativi applicati alla trasformazione della città, così come dell’impatto sociale delle trasformazioni spaziali. Il nostro ruolo è quello di progettare l’orto e coinvolgere le persone; costruiamo dei veri e propri modelli di gestione che vanno dalla cura della terra alla distribuzione degli ortaggi. In questo modo possiamo rigenerare pezzi di città non utilizzati che rischiano di diventare luoghi di degrado: quindi non solo i tetti ma anche i piazzali o le aree industrializzate…Riconvertiamo questi spazi in luoghi di socialità collettiva e produzione alimentare”.

Dando un’occhiata al sito di Elena ed Emanuela (www.ortialti.com), le otto fasi del processo sono perfettamente elencate: la co-progettazione, il coordinamento alla realizzazione, la realizzazione, il gardening (nello specifico un servizio di personal gardening, che assiste i clienti nella cura e nella raccolta dei prodotti dell’orto durante tutto l’anno), il marketing e la comunicazione, la formazione e l’animazione  per coinvolgere le comunità di riferimento di ogni edificio, il network (la messa in rete di Orti Alti attraverso piattaforme web per facilitare lo scambio di pratiche e la distribuzione dei prodotti), e infine la fase di ricerca e sviluppo: insieme ai loro partners scientifici, Elena e Emanuela sviluppano la ricerca sul verde pensile produttivo e sulle sue ricadute ambientali, sociali ed economiche.

Uno dei primi progetti che abbiamo realizzato” mi racconta Elena “è stato sul tetto del ristorante di una cooperativa sociale che attua l’inserimento lavorativo di ragazzi disabili. I volontari erano i ragazzi disabili, i lavoratori della cooperativa e anche gli abitanti del quartiere. Un altro progetto è stato quello attuato con Leroy Merlin per ripensare il prato davanti al loro negozio.

Il negozio ha messo a disposizione gli attrezzi, il terreno è stato diviso, abbiamo costruito dei cassoni all’interno dei quali coltivare e due famiglie della zona sono venute a curare l’orto. Le due famiglie si impegnavano anche a prendere i prodotti una volta alla settimana e a portarli alla Caritas. Abbiamo scritto il regolamento insieme e accompagnato la comunità in questo processo. I cittadini sono i veri protagonisti. Se metti cura in tutte le fasi del procedimento hai la certezza che nel tempo il tuo lavoro rimarrà. Senza la cura e la pazienza, questi luoghi non hanno senso”.

Ma non tutti sono in grado di coltivare un orto… “Ovviamente no” mi risponde Elena “e questo è un altro lato interessante del progetto e cioè l’incontro e lo scambio generazionale: per esempio ci sono persone emigrate dal Sud negli anni 50-60 che insegnano a chi parte totalmente da zero. Inoltre una volta a settimana mettiamo a disposizione per quattro ore un agronomo per la consulenza agronomica. Abbiamo esteso il progetto Leroy Merlin anche con il Carrefour. E oltre alla garanzia di non avere spazi abbandonati, c’è anche un ritorno economico per loro.”

Andando avanti con la nostra chiacchierata rimango sinceramente stupita da come la startup di Elena ed Emanuela veicoli questioni fondamentali: la rilevanza del processo a prescindere dal risultato. La necessità di ripensare il rapporto con l’ambiente e lo spazio urbano come spazio condiviso. La pazienza, lo scambio di sapere. Le attività creative e il risparmio energetico. “Una volta riconvertiti i tetti a orti ad esempio, l’aria condizionata negli appartamenti sottostanti diventa superflua perché il verde rinfresca e fa da isolante. C’è quindi un notevole risparmio energetico e una riduzione delle emissioni di CO2” mi spiega bene Elena.

Ne consegue inoltre una riflessione sul bisogno di verde dell’essere umano, bisogno sempre più dimenticato, perduto in un grigio oblio collettivo. Della questione del rapporto verde-città io e Elena parliamo quando entriamo nell’argomento del loro libro “Come fare… l’orto sul tetto”, Edizioni Simone.

La questione del verde in città ancor più in questi tempi, è diventata cruciale. Pensiamo al lockdown di marzo. Quei mesi chiusi in casa ci hanno fatto capire quanto fossero necessari gli spazi aperti e verdi. Questo è emerso con una forza dirompente. Cosa è successo, come siamo arrivati a questo? Il verde urbano è uno spazio che deve essere garantito a tutti. Chi non aveva spazi verdi a cui accedere si è trovato bloccato in una dimensione umana non accettabile. Questo è un punto assolutamente centrale in cui bisogna investire. La città deve cambiare modello, diventare una città foresta.

Subito penso a Roma, agli spazi abbandonati e ai tetti affacciati sulla nostra città. Mi chiedo se sia possibile portare questi orti magici nella Capitale. Parlo delle nostre ville ed Elena mi segue subito: “Sì, Roma ha una dimensione verde incredibile. Torino ha bei viali alberati ma la verità è che ha una struttura architettonica rigida, imponente, sabauda. Per quel che riguarda le altre città non è facile esportare questo progetto perché come vedi è molto legato alla partecipazione sul territorio. Però so che Leroy Merlin ha deciso di farlo anche altrove. Noi organizziamo dei corsi di formazione, cerchiamo di coinvolgere alcune associazioni per fare lo stesso lavoro. Il soggetto locale è ovviamente importante. Il libro è stato pensato anche per provare a stabilire una metodologia che può essere ripresa da tutti.”

E i costi? “Ovviamente il singolo cittadino non può muoversi singolarmente ma ci sono alcune aziende del verde certificate per montare questa tecnologia pensile, che viene più o meno 80 euro al metro quadro.”

Sul sito di Elena ed Emanuela scopro che Leroy Merlin sta avviando un Orto Fai da Noi a Roma Tiburtina: un terreno incolto diventerà un grande orto urbano con diciannove appezzamenti destinati ad altrettante famiglie. Vi saranno aree comuni con tavoli e pergole per favorire i momenti di incontro fra gli ortolani, e altri cassoni saranno dedicati ad attività di formazione sull’orticultura per scuole e famiglie… Collettività, rigenerazione urbana, ripensare gli spazi. Produzione e auto produzione pensata come promozione del riciclo, del risparmio dei consumi e soprattutto dello scambio nello spazio. Concetti che ripetuti nel pensiero risuonano oggi in tutta la loro urgenza.

 

 

Di Alice Catucci

Illustrato da Enton Nazeraj