Il gioco come vita e la vita come gioco

Procedere dal gioco per riprendersi la vita è quel che ogni giorno scelgono di fare molti detenuti del carcere di Roma e di Trastevere, ossia di Regina Coeli. Particolare per impatto della struttura e posizione è il ruolo che la casa circondariale ha su trasteverini, romani e semplici turisti. È un carcere al centro della città che si trova lungo via della Lungara. Una strada che è inizio e fine del rione di Trastevere, ancora posta sotto il livello di lungotevere, scrigno di accademie e palazzi nobiliari, essa intesse un particolare rapporto con la casa circondariale.

Per raccontare i giochi di via della Lungara non basterebbero i detti sul carcere e il suo rapporto con Trastevere e neppure le decine di opere musicali e artistiche che ne disegnano e raccontano i tratti principali.  Se dal Faro del Gianicolo durante la Seconda Guerra Mondiale venivano urlati messaggi in codice ai detenuti politici, ancora oggi non sono rare urla di necessità e pensieri di evasione. L’evasione che mentalmente viene affrontata con letture e tempo condiviso e materialmente attraverso i giochi. Quei giochi che nella vita quotidiana dei reclusi si avvicinano allo sport. Esiste un saggio capolavoro della letteratura storica del novecento che esamina il rapporto tra il gioco e l’uomo.

Il testo dello storico Johan Huizinga e intitolato Homo ludens, la cui versione italiana contiene una prefazione di Umberto Eco, esamina il gioco come fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale, e si evidenzia il fatto che anche gli animali giocano, quindi il gioco rappresenta un fattore preculturale. Esso recita che «L’Homo Ludens vorrà lui stesso trasformare e ricreare questo ambiente e questo mondo secondo i suoi bisogni. L’esplorazione e la creazione dell’ambiente verranno allora a coincidere perché l’Homo ludens, creando il suo territorio da esplorare, si occuperà di esplorare la propria creazione».

Lo stesso Johan Huizinga fu imprigionato durante l’occupazione nazista dell’Olanda dove dopo esser stato confinato come ostaggio a de Steeg presso Arnhem, morì da recluso. Restando fedeli al suo concetto di riproposizione dell’esplorazione e creazione di un ambiente da parte dell’Homo Ludens dovuta ai bisogni anche i detenuti di Regina Coeli sono posti dinanzi il bisogno di creazione di spazi e modi per giocare.

Così lo sport e il gioco sono divenuti nei secoli momenti di evasione e vita all’interno del carcere di Trastevere e di Roma, la disciplina giuridica dello sport in carcere è contenuta nella legge 26 luglio 1975, n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”. Finalità della legge sono i principi contenuti e l’attuazione dell’articolo 27 della Costituzione che prevedeva e prevede che la pena debba essere tesa alla rieducazione del condannato, principio costituzionale voluto da molti dei detenuti politici del secondo conflitto mondiale ospitati a Regina Coeli. Questo risultato fu reso possibile anche grazie all’apertura del carcere alla comunità esterna, disciplinata dagli articoli 17 e 78 dell’Ordinamento Penitenziario.

Così quella comunità di passaggio rappresentata dalla popolazione della Casa Circondariale di Regina Coeli da secoli viene abbracciata e inclusa dalla comunità trasteverina, forse l’unica in grado di poter convivere senza problemi con un edificio, nato come convento sotto Papa Urbano VIII, poi convertito nel 1881 alla sua funzione di reclusione. È in quel contesto di reclusione che grazie ad accordi con le Acli e Isola Solidale sono state promosse a Roma diverse lezioni per formare direttori di gara, ovvero arbitri di gioco, aperti anche a persone recluse provenienti da Regina Coeli, Rebibbia, Casal del Marmo e da altri istituti italiani.

È grazie alla Fidal e altri enti che vengono proposti e svolti corsi di ginnastica e atletica all’interno di Regina Coeli. E in piena emergenza Covid-19 è stata la fondazione Roma Cares dell’AS Roma a consegnare 2000 dispositivi di protezione individuale a Regina Coeli, oltre a quelle donate al braccio femminile di Rebibbia, a favore delle detenute, dei loro bambini e dei dipendenti della casa circondariale. Consegna posta in essere dall’associazione Gruppo Idee, nata nell’altra casa circondariale romana di Rebibbia, che ha portato avanti per mesi attraverso ex reclusi reinseriti iniziative a sostegno delle fragilità. In questo modo e con il suo secolare rapporto con il rione di Trastevere, Regina Coeli insegna da sempre l’arte del vivere ai romani e ai suoi sventurati ospiti.

Vivere diventa un’arte, che la si impara con il gioco, la più grande delle arti. Ogni arte ha le sue tecniche e molte sono le tecniche utilizzabili per vivere meglio. Si tratta di atteggiamenti, di metodi da applicare nella vita quotidiana.

Vivere la vita come gioco, come rappresentazione, vivere con buonumore, apprendere l’arte del sorriso, rimuovere gli ostacoli che impediscono la felicità, imparare a eliminare l’irritazione, la sensibilità alle critiche, l’autocommiserazione, l’impazienza, le preoccupazioni. Quelle preoccupazioni e criticità che Regina Coeli imprigiona e che il gioco e lo sport aiutano ad attenuare e avvolte insegnano a placare.

Di Antonio Maria Napoli

Illustrato da Federico Russo