Dalle strade di Roma Città Aperta al ruolo educativo della televisione di Roberto Rossellini

 

Come ogni autunno si è da poco conclusa la Mostra del Cinema di Venezia. Certo, quest’anno niente era scontato, meno che mai un festival di cinema. Per questo Venezia77 è stata fondamentale, sorprendente anche solo nel suo compimento: il primo festival cinematografico in presenza di questo 2020 all’insegna della pandemia. Ed è stato estraniante quanto essenziale ritrovarsi lì; in un Lido che a tratti ricordava un luna park abbandonato, dentro sale solitamente piene di volti assorti, questa volta dimezzati e coperti dalle mascherine. Nelle visioni di questa “r(i)esistente” Venezia77, la sezione della Settimana della Critica ci dà un piccolo aggancio per questo articolo su Roberto Rossellini, regista più che perfetto per il tema del nostro numero.

Il film di chiusura della sezione è stato infatti The Rossellinis, documentario di Alessandro Rossellini, figlio di Renzo Jr, primogenito del regista avuto dalla prima moglie Marcella De Marchis. Alessandro Rossellini compie un viaggio attraverso la Svezia, gli Stati Uniti e il Qatar, in visita dai suoi parenti, le (ben) tre famiglie Rossellini. Questo per cercare di guarire dalla “Rossellinite” da cui si sente affetto fin da piccolo. Perché avere come nonno l’uomo che ha diretto Roma Città Aperta, non è certo un peso da niente. Il risultato finale è un documentario dolce nella sua urgenza, da cui emerge un ritratto prima di tutto intimo del grande regista romano.

D’altronde il primo film della Trilogia della guerra antifascista (seguito da Paisà e Germania Anno Zero) è nella sua essenza più profonda un film “resistente”. Per il tema trattato certo, ma anche per il modo in cui è stato realizzato: buona parte di Roma Città Aperta ad esempio, è girata sul controtipo e non sul negativo originale, di cui c’era carenza. Inoltre, come tutti sappiamo, il film fu fra i primi a uscire fuori dai teatri di posa. Un’opera libera di prender aria nelle strade e in alcune delle sue scene più belle proprio per le vie Trastevere o nella chiesa di Santa Maria dell’Orto.

In una splendida intervista del programma Rai Incontri, il regista Ugo Gregoretti conversa con Roberto Rossellini. Quest’ultimo gli parla della sua idea di cinema, di cui rifiuta categoricamente la mitizzazione, rigettando anche l’idea di consacrazione alla macchina da presa: “Il Cinema con la lettera maiuscola, mi mette una paura tremenda” spiega. E quando Gregoretti parla della potenza delle sue immagini (pensiamo solo alla morte di Pina, interpretata da Anna Magnani in Roma Città Aperta) Rossellini si indispone. “Contano i discorsi, le immagini vanno desacralizzate”. Gregoretti con rispetto gli fa notare che le sue inquadrature non sono cosa da poco e non si dimenticano facilmente: “Bastano solo certi campi lunghi di Francesco, giullare di Dio…”. Rossellini risponde che le sue immagini non sono dovute alla ricerca ma all’istinto, e che quelle dovute solo alla ricerca non possono che essere meramente estetizzanti.

Una frase che andrebbe sempre tenuta a mente, oggi che molti giovani cineasti girano spauriti intorno all’ossessione dell’immagine compiuta, ben confezionata e quindi per forza di cose chiusa in se stessa, impossibilitata a respirare. “L’artista” continua Rossellini “deve essere animato solo dalla volontà di avvicinarsi alla verità. Solo attraverso un linguaggio semplice diretto e intellegibile si raggiunge l’emozione vera”. E continua: “Bisogna sempre essere mobili, sperimentare”.

Per questo, allontanandoci dal suo cinema, il passaggio alla televisione è un momento fondamentale nella carriera del regista. Ancora oggi la televisione generalista mantiene alcune delle sue caratteristiche straordinarie: le condizioni di larga fruibilità e nonostante qualche apertura a nuove logiche spaziali (la 7d ad esempio, vera e propria stanza tematica al femminile), rimane fondamentalmente un medium temporale, che scandisce il tempo con un rassicurante flusso di appuntamenti, con la sua costante presenza. E se nel cinema Roberto Rossellini ha fatto la sua resistenza, con gli sceneggiati televisivi il regista compie un passo ancora in avanti, tenendo fede a quel monito dell’esser sempre mobili, accennato a Gregoretti.

Rossellini riconosce subito l’universalità della televisione e ne sfrutta il potenziale educativo, contrapponendosi agli show e al varietà. Attraverso l’utilizzo del racconto storico vuole “affrontare il futuro”, perché riconosce “molta gente smarrita di fronte alla modernità”. Produce quindi una gran quantità di sceneggiati, quelli sui filosofi ad esempio: Cartesio, Socrate, Agostino d’Ippona, Pascal. O quelli più storici: gli Apostoli, Luigi XIV, Cosimo de’ Medici. Adatta le sue modalità produttive ai budget televisivi, più bassi rispetto a quelli del cinema. Predilige quindi i piani sequenza, riprende senza mai interrompere, ruba espressioni agli attori sempre in movimento, accumulando ore e ore di girato. Si avvale dell’effetto Schüfftan, ossia l’utilizzo degli specchi per riprodurre il riflesso di oggetti in miniatura, ingrandendoli, così da risparmiare sulle scenografie e sulle location. Utilizza l’immagine in maniera estremamente didattica, la piega ai suoi bisogni senza alcuna traccia di timore referenziale.

Il cinema è un atto violento, non c’è pietà. Di contro ai tempi brevi delle pubblicità nascenti, Rossellini si prende tutto il tempo che gli serve, anzi che serve ai suoi personaggi per spiegare, insegnare, arricchire gli spettatori. Il punto è che a Rossellini non importa nulla della verosimiglianza, tantomeno dell’immagine ricercata. Gli interessano i discorsi. E di tutti gli sceneggiati quello su Socrate sembra essere il più affine alle intenzioni rosselliniane. Il girare a lungo intorno alle parole, al fine di far comprendere. La lentezza e la violenta testardaggine, la precisione nello svisceramento dei concetti.

Il sacrosanto concedersi tempo che non è mai di aiuto all’economia del racconto. E ancora la libertà che si concede alle immagini, senza manipolarle attorno a un’idea di bellezza ma lasciandole venire alla luce. Rossellini predica il “so di non sapere”, rifiuta la presunzione autoriale e nel farlo si muove con un’istintiva sapienza. Come Socrate esorta i suoi discepoli, lui esorta le sue immagini a sprigionare verità e naturale poeticità, corteggiandole con la macchina da presa, che è solo un mezzo, di certo non Dio. Così è nel cinema di Roberto Rossellini, disarmante nelle sue improvvise esplosioni di senso. Così è anche negli sceneggiati, che potremmo benissimo definire maieutici, proprio come quell’ars professata dal filosofo greco, il sileno Socrate. Uno dei primi grandi partigiani della storia d’altronde, restio alla dittatura del controllo altrui, divino o umano che sia.

Parlare di resistenza in questo numero, anzi di R(i)esistenza, è stata per la redazione un’esigenza condivisa. Lungi da noi pretendere di aver capito qualcosa da questi mesi, lungi da noi sentirci già in grado di narrativizzare la pandemia. Ma scrivere di Rossellini, forse l’unico vero partigiano della storia del cinema, sembra perfetto se non altro per tenere a mente lezioni del passato, così da affrontare con meno smarrimento, come sosteneva lui, i tempi a venire.

Di Alice Catucci

Illustrato da Marta Bianchi

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