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Alice's cut - BLADE RUNNER 2049 (recensione)

November 7, 2017

 

 

Anno 2049. I replicanti sono del tutto integrati nella società, tanto che la linea di demarcazione fra chi è umano e chi è un prodotto di fabbrica, è quasi inesistente. L’agente K (Ryan Gosling) è un blade runner che dà la caccia ai Nexus, vecchi modelli di replicanti. K ne rintraccia uno per “ritirarlo”  e nel suo giardino fa un’importante scoperta…

 

È arrivato nei cinema Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, sequel del film cult di Ridley Scott, tratto, come è noto, dal romanzo di Philip K.Dick, Do Androids Dream of Electric Sheep?

Nel 1982 parte della critica americana considerò l’opera di Scott un film dal ritmo troppo lento, infelice definizione scelta presumibilmente perché il film deviava dall’andamento dritto e spedito dei film definiti  di azione. L’incedere curvilineo di Blade Runner, il perdersi nelle zone buie della narrazione, restituiva  invece  la vera dimensione del film: l’esistenza e il suo riconoscimento, la volontà del replicante di essere  identificato come altro da un semplice robot. La domanda era già allora: c’è davvero differenza ormai, fra replicanti e esseri umani, fra reale e non? Era di questo che l’agente Deckard (Harrison Ford) si rendeva conto progressivamente mentre  cacciava i Nexus ribelli.

 

Su queste basi Blade Runner è il film perfetto per Villeneuve, regista in costante ricerca dell’intimo più profondo capace incredibilmente di riflettersi nell’elegante messa in scena. Le navicelle spaziali di Arrival, non ricordano un grembo materno in cui Louise, madre, gravita come un neonato che si sta formando? Niente ci è concesso sapere del passato del Detective Loki in Prisoners, ma è proprio di lui, oltre che del mistero principale, che si nutre l’atmosfera perturbante del film. E ancora, in Sicario non è forse l’immensa stanchezza dell’Agente Kate Macer ha invadere il deserto messicano ogni minuto? L’universo interiore del personaggio condiziona totalmente la realtà e  irrompe con forza in ciò che vediamo, l’interno si traduce in immagini  come in un romanzo.

Qualcosa stride con questa armonia che anche in Blade Runner 2049 ci ammalia, ed è quando il regista si confronta con l’azione consecutiva alla trama del primo film. Villeneuve sembra costretto a far tornare i conti con il primo film e dare risposte precise al pubblico. Ma anche in questo caso c’è qualcosa di ugualmente forte che ci inebria, basta rileggere tutto all’interno delle sue dinamiche: quello che conta per Villeneuve  è K alla ricerca dell’anima che possa conferirgli un’esistenza;  umana o no,  non ha davvero più importanza.

 

Nell’incedere quieto dei movimenti di macchina, nel procedere lento di Ryan Gosling, la realtà è ormai ovattata come K stesso è privo di memoria e provenienza, mentre si muove nella nebbia che pervade tutto e cambia colore come se cambiasse umore. Los Angeles anche è cambiata, lo è anche la realtà di oggi rispetto al 1982 e se nel film di Scott la gente affollava la scena insieme alla pioggia, in Villeneuve il quadro è più scarno e spoglio di essere umani perché K è solo, manchevole dalla matericità delle persone, del calore della pelle, sempre più privo di riferimenti tattili.  Piove meno, piuttosto nevica, perché tutto è, in un certo senso, congelato.

Villeneuve porta all’estremo un discorso presente nel film  precedente, rileggendolo e collocandolo nei nostri giorni, mostrando un futuro possibile che sembra molto più vicino. In questo Blade Runner 2049 è degno figlio di quello di Scott, e diciamolo onestamente, non sfigura neanche un po’… il sangue è lo stesso, è cambiato il contesto in cui il film è nato e si è formato. Ed è cambiato il padre, che non meno del regista britannico ci incanta con la sua personalissima visione.

 

 

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