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Un tuffo nel passato: Beatrice Cenci e Prospero Farinacci, giurista trasteverino

November 19, 2017

 

I Cenci, famiglia patrizia di Roma, vantavano di avere la propria origine nella famiglia latina “Cincia”. La loro presenza significativa nella storia di Roma nei secoli XII, XIII e XIV è documentalmente testimoniata da molteplici episodi, di cui si resero protagonisti appartenenti alla Famiglia nei burrascosi rapporti dell’aristocrazia romana con il papato.

Il fatto più famoso della loro storia, la cui memoria è tutt’ora presente, è l’uccisione voluta da Beatrice del padre conte Francesco, figlio naturale, presto legittimato, di un Monsignor Cristoforo.
La natura imperiosa, crudele e violenta portava Francesco ad infierire anche contro i suoi figli, Giacomo, Bernardo, Antonina, Beatrice e non risparmiava neppure la sua seconda moglie Lucrezia Petroni.
Francesco confina nella rocca di Petrella Salto, di pertinenza dei Colonna, Beatrice e Lucrezia, inasprendo la loro prigionia.
Beatrice, che del padre ha la natura sensuale e forte, diventa nel frattempo amante di Olimpio Calvetti e decide, con la complicità di quest’ultimo e del fratello Giacomo e con la compartecipazione secondaria di altri, di sbarazzarsi del padre.
La mattina del 9 settembre 1598 Francesco venne ucciso dai complici, alla presenza di Beatrice, fatto precipitare da un balcone sul cui pavimento di legno era stata praticata una apertura, progettata per accreditare l’ipotesi di un incidente.
La verità emerse rapidamente, verranno imprigionati Giacomo e Bernardo, poi uno degli esecutori che morì in seguito alle torture e infine Beatrice e Lucrezia. Olimpio Calvetti venne fatto uccidere da Monsignor Guerra.
Difensore dei parricidi fu il celebre giuris consulto Farinacci, il quale basò la sua difesa (peraltro cauta non volendo esporsi a contrastare i disegni del Papa Aldobrandini Clemente VIII, suo protettore, che premeva per una punizione esemplare) su di un presunto tentativo di stupro di Francesco nei confronti della figlia, episodio non apparso nel corso di tutto il processo e verosimilmente un disperato stratagemma difensivo.
I giudici furono inesorabili. Secondo quanto disposto dalla sentenza del 10 dicembre 1599, Giacomo fu portato sul luogo del supplizio, percosso e tagliato a pezzi; Beatrice e Lucrezia decapitate; Bernardo, il figlio giovane, mandato alle galere, fu poi giustiziato nella piazza del ponte di S. Angelo.
Bernardo, difeso ancora da Farinacci, ottenne la revoca della sentenza grazie al clima più favorevole determinato dal mutamento del pontificato.
La commozione suscitata alla morte, segnatamente per le modalità, indusse ad una sorta di idealizzazione di Beatrice, chiamata la “Vergine romana”, che trova spazio e risonanza in opere letterarie dell’800 (nella tragedia in cinque atti The Cenci di Pecry Shelly del 1819, nei racconti di Stendhal Les Cenci inserito nelle Chroniques italiennes del 1829, ne Les crimes celebres di Alexandre Dumas padre, all’epoca Console di Francia a Civitavecchia).

Ed ora veniamo a Prospero Farinacci, protagonista a tutto tondo della storia romana del ‘600, la cui rilevanza e notorietà trascende l’episodio della difesa dei Cenci.
Nacque a Roma il 1° novembre 1554, figlio di Marcello, dottore in utroque iure, notaio capitolino, nella casa paterna sita in Trastevere, alla via detta dei Farinacci.
La giovinezza, come del resto l’intera sua vita, fu assai turbolenta come tra l’altro testimonia la temporanea proibizione dal “procurare” inflittagli nel 1580.
La collocazione del padre nel tessuto delle relazioni che collegava l’amministrazione della città con l’aristocrazia e la prelatura, con le loro clientele e con le fazioni influenti in Curia, gli aprì agevolmente la strada verso le carriere forensi.
Nel corso del ‘500 il suo nome ricorre non solo come difensore in processi celebri, ma anche come imputato e carcerato per gravi delitti.
La sua utile collocazione nel surricordato contesto del sistema articolato di potere trova specchio evidente nella assoluzione con la formula amplissima concessagli dal Pontefice Clemente VIII (cancellata “omnem inhabilitatis et infamie maculam”).
I vari incidenti non compromisero né le sue fortune né le sue ambizioni. Ed infatti il Papa Clemente VII Aldobrandini lo nominò consigliere della Sacra Consulta (1605) e Paolo V Borghese lo nominò Procuratore generale fiscale della Camera Apostolica (1606).
La grande fama di Farinacci come giurista è legata soprattutto alle sue opere di diritto penale. La sua Praxis et theorica criminalis (edita a Lione nel 1616), per la mirabile fusione tra teoria e pratica professionale, venne largamente usata nel foro penale fino agli ultimi decenni del secolo XVIII ed ebbe ampia influenza sulla formazione del diritto penale straniero (tra l’altro assunta a modello per la legislazione moldava nel 1643).
Farinacci fu protagonista di una svolta nell’evoluzione del diritto. Attraverso la materia processuale, segnatamente quella penale, emergono esigenze concrete che finiscono, come l’opera di Farinacci è esempio brillante, nelle trattazioni teoriche e nelle lezioni. Si assiste alla emersione, tra i tanti, di un contributo nuovo ed importante per l’adattamento del diritto classico alle esigenze della società, del mondo reale e questo non poteva che avvenire nei tribunali.
La fama delle malversazioni e delle estorsioni, delle quali sono piene le cronache, aveva costantemente accompagnato l’attività fiscale del Farinacci. Su tale presupposto trovava forza l’azione demolitrice dei numerosi nemici che sfociò nella sua destituzione dall’ufficio di Procuratore generale del Fisco (1611). Il colpo segna la fine delle sue aspirazioni al Governatorato di Roma. A sbarrargli la strada fu la fiera avversione del Cardinale Michelangelo Tonti.
La stella perdeva ormai l’alone di luce che lo aveva accompagnato per vari decenni e a poco servì il successo conseguito con la condanna del giurista Sebastiano Guazzini, che lo aveva infamato con numerose critiche ai suoi scritti (1615). Ormai la sua vita volgeva al termine. Ebbe un ictus alla fine del 1617, morì a Roma il 31 dicembre 1618. Di lui si ha un ritratto, conservato nel museo di Castel Sant’Angelo, opera del Cavalier d’Arpino, come segno di gratitudine per averlo salvato da un rovinoso processo penale

 

 

 

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