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Alice's cut - CALL ME BY YOUR NAME (recensione)

February 3, 2018

Nell’estate del 1983 il diciassettenne Elio Perlman (Timothée Chalamet) trascorre le vacanze nella villa di famiglia, nel Nord Italia. Ogni anno, un dottorando del padre archeologo (Michael Stuhlbarg)  è ospite nella grande casa. Arriva così Oliver (Armie Hammer).

Il giardino di casa Perlman scoppia di alberi da frutto, si beve il succo delle albicocche a colazione, si mangiano pesci di lago pescati di fresco. Non tardano ad arrivare, santuariamente, i temporali estivi, brevi e imponenti. Sullo sfondo c’è l’Italia dei primi anni 80, gli echi degli anni passati e della guerra, le conversazioni su Bettino Craxi nei bar e nelle cucine.

 

Così le tracce della Storia si celano nelle strade dei paesini nordici. Parallelamente sboccia l’estate del giovane e inarrestabile Elio, che cerca, sempre e comunque, la presenza di Oliver. Il loro amore è lento a rivelarsi, e anche quando è raggiunto non è mai del tutto raggiungibile. Una volta avuto è già svanito. Viverlo, infatti,  vuol dire anche soffrire del ricordo immediato di esso. Gli istanti estivi, più di ogni istante, non tardano a sfuggire e a farsi passato.

Ma Call Me By Your Name (terzo film della trilogia del desiderio, dopo Io sono l’amore e A Bigger Splash) ci esorta comunque a esistere famelicamente (a mangiare con foga un uovo alla coque e se non sarà uno, beh tanto meglio ancora). Anche se tutto è così breve il ricordo non scompare, semmai sfuma, lasciando tracce di sé, di questo perenne amare i sensi e non pentirsi (come diceva un poeta…) Questo è il verso che ogni inquadratura declama.

D’altronde è estate, tutto emerge e tutto urge. I segni della bella Italia risplendono sotto il sole; e ancora  le tracce del lago, con i suoi antichi corpi greci scolpiti nel bronzo, riemersi dalla cura dell’acqua e dal suo freddo abbraccio che ne ha accarezzato la bellezza per secoli. Tutto riemerge, non c’è modo di proteggersi né di distinguere. Statue e corpi vivi in fanno parte della stessa struggente vastità, che a 17 anni è immensa più che mai. Si imparerà a gestirla,  perché  reprimere è un peccato mortale.  

 

Per 130 minuti Call Me By Your Name tiene sotto luce le tracce, nascoste eppure rivelate, che formano la complessità del mondo (lo diceva anche Heidegger, che Oliver legge a Elio, in un momento del film).

E cos’è il buon cinema se non l’esplicitarsi delle tracce dietro ai movimenti del visibile? Luca Guadagnino (forte della sceneggiatura di James Ivory, tratta dal romanzo di André Aciman) abbandona il mezzo cinematografico alla bellezza, la mdp si insinua nei balli estivi, è una complice maliziosa di questa intimità. E quando la perfezione è eccessiva, come quella della famiglia di Elio ad esempio, questo non ci  infastidisce ma ci riporta  subito all’idillio di certe estati. Per questo va bene che tutto sia così perfetto, così eccessivamente bello. Ci piace che la vita e l’amore siano raccontati in questo modo, tanto anche da quella perfezione traspare la traccia malinconica della fine di tutto.

E anche i momenti di noia sono una delizia, trascorsi sul letto ad aspettare i passi di qualcuno nella stanza accanto.

 

 

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