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Novecento, di Bernardo Bertolucci

April 25, 2018

 Novecento di Bernardo Bertolucci, rimesso a nuovo dalla Cineteca di Bologna, è stato di recente proiettato al Nuovo Sacher.

 

Dopo quarantadue anni dall'uscita del film, gli spettatori in sala ancora mormorano sorpresi, si coprono gli occhi di fronte alle orribili gesta di Attila e Regina e alcuni scandalizzati, bofonchiano durante la visione.Quasi tutti all’uscita, sono estasiati e insieme turbati: hanno visto qualcosa di così bello che al tempo stesso sembra osceno e peccaminoso. Alla base del film di Bertolucci c’è il contrasto, forse è questo il motivo del turbamento.

 

Novecento è terrificante nel senso più ampio del termine, che racchiude il contrasto fra la meraviglia e l’orrore. Il film nasce e si fonda sulle contrapposizioni, la storia stessa si trasforma solo nel continuo scontro di due forze opposte: la lotta storica fra padrone e proletario, i comunisti rossi contro i fascisti neri, grandi e piccoli avvenimenti, racchiusi nel piccolo microcosmo della tenuta Berlinghieri.

Le star del cinema recitano fianco a fianco con i contadini della Bassa e insieme mettono in scena la vicenda di Olmo e Alfredo, che in grande diventa poi la storia italiana della prima metà del Novecento.

 

È centrale il discorso politico-filosofico, il termine padrone continua a risuonarci nella mente come se avessimo appena letto Marx. Ma rapiti di fronte a qualcosa di sublime, da spettatori ci abbandoniamo al rapitore che ci violenta, c’è poco da fare, sul piano emotivo (molto più che su quello razionale) il regista ci tormenta, come un amore troppo grosso.

Novecento ci colpisce prima di tutto emotivamente, con i suoi morbidi movimenti di macchina, col disegno delle sue inquadrature agghiaccianti. Visibili sullo schermo scorrono le emozioni più basse,perverse e disgustose e insieme quelle più alte, sopraffini e elevanti, così diverse fra di loro da lasciarci storditi. Così mentre la narrazione della storia si snoda in una prosa costellata di epifanie, ecco subito il contrasto con il verso poetico sottostante, che comprime ogni gesto e evento fino all’esplosione. Anche il letame si mostra per quello che è, ossia molto di più di quello che appare, perché è concime per i campi e quindi nutrimento, ma può essere anche un’arma per umiliare il fascista.E in un attimo è tutto troppo per i nostri cuori di spettatori.

 

Oggi è il 25 aprile, e questo piccolo scritto su un’opera che ha la portata di un Van Gogh, può servire come mezzo per celebrare.

 

Bertolucci, fra i grigi del fango e della pioggia, ci mostra l’esecuzione dei contadini da parte di Attila, ma la scena successiva è bagnata di luce, il sole illumina i campi: è il 25 aprile del 1945. Anita, figlia di Olmo, è in piedi su un mucchio di fieno, le contadine le chiedono cosa vede da lassù: “Un sacco di briganti neri che scappano via come conigli, vedo uno dei nostri che gli corre dietro senza fucile, con solo un bastone in mano... immagina Anita. La macchina da presa indaga il volto di una vecchia contadina “Beata gioventù che vede quello che non c’è” e subito dopo si riallontana sul verde, sui movimenti allegri e festosi ma anche vendicativi.In sottofondo Ennio Morricone procede quieto quieto, abbiamo subito così tante ingiustizie nel corso di queste cinque ore di film che la sentiamo anche noi questa liberazione ma Bertolucci non ci risparmia mai e in fondo non lo fa neanche adesso. Perché il padrone è ancora lì, per scelta dei contadini non viene ucciso, in quanto prova vivente che il padrone è morto. Ma di fatto il padrone è ancora lì. E insieme al padrone c’è quel turbamento che non ci molla, anche ore dopo la fine della storia dei Berlighieri e dei Dalcò.

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