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Manuel, di Dario Albertini

May 14, 2018

 

 

 

 

Manuel ha appena compiuto diciotto anni, traguardo importante per chiunque e a maggior ragione per lui, perché finalmente potrà lasciare la casa famiglia in cui è cresciuto. Il ragazzo raduna i suoi pochi effetti personali e si dirige verso la stazione e verso il mondo. Una volta fuori, dovrà aiutare la madre ad ottenere gli arresti domiciliari, con lui in casa come garante.

 

La fisicità di un attore costituisce molto spesso il punto forte di un film, e qui lo capiamo fin dalla prima entrata in scena del protagonista. Manuel, opera prima di Dario Albertini, si inserisce nell’ormai troppo usuale cinema delle periferie, questa volta percorrendo un impreciso litorale laziale, comunque povero, dal cielo sempre grigio e dagli interni squallidi.

Ma qui, più importante del luogo, è il corpo. L’imponenza di un giusto corpo riempie lo schermo, e riesce laddove un film fatica a imprimersi in un panorama di luoghi consumati ed esauriti, che fanno da sfondo a storie sempre troppo simili. Manuel è un diciottenne che ha poco da festeggiare, un ragazzo la cui maggior età non rappresenta l’emancipazione dalla famiglia ma esattamente l’opposto. È questo ciò che più ci incupisce, l’idea di una libertà tardiva e schiacciata dal peso di responsabilità e forze maggiori: una madre inetta che è pur sempre una madre, l’estrazione sociale insormontabile, l’impossibilità di sfuggire da un futuro già scritto di droga e criminalità.

Interpretando Manuel Andrea Lattanzi (primo ruolo da protagonista)  si carica addosso tutte queste responsabilità  e le indossa come una felpa da quattro soldi. Albertini è abile nell’affidare la storia alle grosse spalle del ragazzo, spesso riprese da dietro, mentre cammina senza trovar riposo. È un corpo magnetico quello di Lattanzi, attorno al quale tutto gira, una figura che  sovrasta il luogo che lo circonda, fino a sfocarne i  contorni. Un corpo che in virtù della sua potenza innalza quest’opera prima, la cui storia e messa in scena passano in secondo piano.

 

Accadeva qualcosa di simile con Daphne Scoccia nel Fiore di Claudio Giovannesi. Forte di un’abile regia e della splendida fotografia di Daniele Ciprì, il film del regista romano si innalzava sulla figura esile e mascolina della ragazza, i cui grandi occhi neri erano colmi della malinconia di una storia triste.

Occhi espressivi come quelli di Manuel, narratori di un’esistenza costretta al movimento senza pace. Forse, più della periferia stessa, sono i corpi la vera forza di questi film periferici…corpi che invadono lo spazio e sono destinati a scappare senza mai fermarsi, a scoppiare i confini, a ritrovarsi  in luoghi senza luogo...come un treno che sfreccia per chi sa dove o una strada provinciale priva di riparo.

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