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Dogman, di Matteo Garrone

May 20, 2018

 

 

 

In programmazione al Cinema Intrastevere

 

 

È nota a molti la storia di Pietro De Negri, il Canaro della Magliana, toelettatore che nel 1988 uccise il pugile Giancarlo Ricci, dopo averlo rinchiuso in una gabbia per cani. La storia è nota, sì, ma se andassimo a ricercare il fatto puro e crudo in Dogman di Matteo Garrone, rimarremmo certamente delusi. Perché Dogman è molto altro ancora. Siamo davvero alla Magliana? Non manca il romano denso e pastoso che ti riempie la bocca, ma ci sono anche strane contaminazioni, accenni campani sulle labbra di vecchie signore. Il piccolo toelettatore campa lavando e pettinando cani: ci sono cani minuti e cani giganti, cani ridicoli e cani maestosi, cani docili e cani rabbiosi. Osservano, danno da vivere al toelettatore che guadagna qualche piccolo extra in attività criminali ed ha il cuore pieno d’amore per la figlia Alida.

 

La storia, lo ripetiamo, è senza dubbio quella del Canaro, ma si snoda in derive fiabesche, c’è l’orco e c’è il piccolo eroe dalla voce di gnomo; un Pollicino spesso ripreso dall’alto, che sconfigge la forza bruta usando l’astuzia, come in ogni fiaba che si rispetti. Gli occhi dell’orco sono fessure cieche da squalo, quelle dell’eroe finestre aperte e sognanti. Nessuno dei due è buono per davvero, nessuno dei due è sul serio un cattivo. La violenza nelle fiabe è violenza, muove il mondo e muove tutti. Chi agisce e chi è agito?  Se c’è da buttare la strega nel forno, si butta la strega nel forno. Questo piano irrealistico, quasi magico, che sempre bagna le immagini di Garrone, non ovatta la realtà e non la rende più digeribile ma sortisce l’effetto contrario e potenzia la vicenda, anzi ce la spara dritta negli occhi. C’è sogno, c’è incanto, ma sappiamo bene di non essere al cospetto di una fiaba, perché c’è subito anche la terra, la sporcizia, un eccesso di realtà periferica, decentrata, lontana, chissà dove. C’è un duello, come nel lontano West.

 

Perché qui il rancore e la paura sono temi portanti: una bestia si aggira per il villaggio, un uomo fatto solo di carne e nervi tesi, di muscoli indistruttibili, di rabbia che si nutre di se stessa. Il villaggio non è meno colpevole della bestia,  rimane fermo a guardare, parla, mangia, confabula e non agisce. Il villaggio stesso in fondo ha contribuito a forgiare l’animale, Simoncino, un bravissimo Edoardo Pesce che non si sforza neanche di parlare. Conosce solo un modo di vivere, sovrastare, perché è un oppressore tanto quanto è un oppresso. Sale, progressivamente, una febbre incurabile, la lotta di Marcello, l’eroe dagli occhi grandi che sceglie di lottare contro l’oppressore, ma solo per sé, nella luce verde delle mura scrostate di un negozio. Tutti sono vili ed egoisti, tutto è infimo dalle viscere, al contempo volti e luoghi tumefatti sono pieni di grazia.

 

Il nostro protagonista, l’attore-maschera Marcello Fonte (premiato ieri a Cannes come miglior attore) è il Canaro ed è Dogman, l’uomo-cane che ubbidisce al padrone ma se stuzzicato impazzisce e reagisce ai torti subiti. Tante sono le possibilità di racconto di una vicenda di cronaca rimasta per di più irrisolta, tante le interpretazioni. Chi è il vero folle, il pugile pazzo o il mansueto toelettatore? Non c’è risposta, ma Garrone, nell’infinità dei modi possibili di raccontare, sceglie una via, che inconsciamente, già prima di vedere Dogman, era davvero quella che volevamo.

 

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