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Lazzaro Felice, di Alice Rohrwacher

June 10, 2018

 

 

Lazzaro è un giovane contadino della proprietà della marchesa Alfonsina De Luna. La tenuta, dove vige ancora la mezzadria, è composta da ampie distese. Silenzioso e mansueto, il ragazzo lavora duramente e un giorno stringe amicizia con Tancredi, figlio della marchesa. Lazzaro lo seguirà in tutti i suoi capricci, fino ad andarlo a cercare nella grande città.

 

Ambientato in tempi fermi e lontani il film di Alice Rohrwacher si proietta al contempo in un futuro dal colore distopico, come di anni che ancora devono venire. La religione, nonostante l’ovvio rimando al racconto evangelico, è contaminata, in pieno accordo con la poetica della regista, dalla magia, dallo spirito e dai volti degli esseri umani, da quello della terra. Hélène Louvart, fidata della Rohrwacher, restituisce una natura rarefatta, dopo aver diretto la luce anche  in Corpo Celeste e ne Le Meraviglie. Tutto si fa lontano, fino a sembrare diapositiva; complice oltre al colore che bagna le scene, anche il formato dell’immagine. La Louvart raddensa il colore, la grana è più pastosa, forse per restituire un’aria che, rispetto ai primi due film, sembra avvicinarsi ancor di più al sogno, ad una dimensione ancestrale.

Nel mondo di Lazzaro l’aristocrazia è ancora presente, il nobile sfrutta il contadino, e lo fa, dice, per il suo bene, perché liberare un essere umano vuol dire renderlo conscio della propria condizione di schiavitù. Ma questa aristocrazia è destinata a scomparire lasciando il posto al vero potente, la Banca. Ad essere dimenticati e messi al margine quindi, sono i poveri ma anche i ricchi, e la fame colpisce tutti quanti, la povertà nobilita, come sempre per la Rohrwacher, chiunque.

 

Sempre si ripropone una purezza iniziale, qualcosa di atavico, spezzato dal normale corso del tempo, che si fa incredibile. Tutto è miracolo nei film della Rohrwacher, non solo quello di Lazzaro, ma anche le vite e le rinascite di Marta e Gelsomina, nei primi due lungometraggi.

Lazzaro rimanda senza dubbio  ad un incanto, le rocce e contadini laceri sono quasi van goghiani, come quelle scarpe rotte che aprivano a mille rimandi… Ma questa purezza, questa bellezza in evoluzione, è sempre troppo consapevole di se stessa,  ragionata e predominante, e sentiamo fortemente il bisogno di qualcosa che la sporchi, la deturpi, la tagli, la stuzzichi. Lazzaro Felice, molto più di Corpo Celeste e de Le Meraviglie è puro di una purezza opprimente; è un film cosciente e consapevole che sa dove andare fin dal primo momento e, senza dubbi né incertezze, sceglie una strada e non cambia mai idea. Tutto sembra essere deciso già dalla prima scena, la via è così dritta e pulita che non permette di perderci né di sporcarci. Così sapendo già dove andare a finire, conoscendosi  nella sua interezza, è come se Lazzaro Felice  avesse già vissuto tantissimo, come se non fosse fresco, sicuramente privo di quell’inconsapevolezza che solo ai giovani è dovuta.

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