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L'albero del vicino - Under The Tree, di Hafsteinn Gunnar Sigurðsson

June 28, 2018

 

 

Quando Atli viene cacciato dalla moglie l’unico posto dove andare è la casa dei genitori, nella quale l’atmosfera non è di certo più rilassata: dopo la scomparsa dell’altro figlio la madre non se la passa granché bene e questo alimenta il suo impegno nel portare avanti una faida in corso con i vicini, che si lamentano di un albero che fa troppa ombra nel loro cortile.

 

Arriva nei cinema, dopo esser passato dalla sezione Orizzonti di Venezia74,  L’albero del vicino – Under The Tree dell'islandese Hafsteinn Gunnar Sigurðsson.  Film grottesco, da molti definito con il termine criptico dark comedy, Under The Tree si iscrive perfettamente in una sottocategoria specifica,quella nera dal tono prettamente scandinavo. Anche perché di comedy c’è molto poco e basta soffermarsi pochi secondi sul volto spento di Inga (la madre, interpretata da Edda Björgvinsdóttir) per rimanere a dir poco turbati. Ma di certo c’è il dark, con i colori grigi e una forma registica sempre fredda e impeccabile, una situazione immobile e composta, pronta ad esplodere.

 

Genere interessantissimo, il grottesco sottintende sempre un’idea di ribellione ad una situazione preesistente, un cinema dell’esplosione e della perversione, che cambia di paese in paese assumendo sempre toni diversi e particolari. In Italia vien subito da pensare a Marco Ferreri (con tutte le premure del caso, anche perché ora  per grottesco pensiamo a Metti la Nonna in Freezer) e salta subito alla mente il cinema spagnolo e quello sudamericano, con il gazpacho di Donne Sull’Orlo di una Crisi di Nervi o il più recente argentino Storie Pazzesche. Ma mentre quest’ultimi esplodono sotto un sole troppo caldo, e sembrano da subito inclini a una pazzia più istintiva, nel cinema scandinavo la questione è un'altra, e non per il cielo grigio parliamoci chiaro, ma perché la risoluzione macabra e terrificante si presenta come unica via di fuga da un ordine imponente e prestabilito. Il cinema scandinavo cova sempre uno spasmo anarchico, un bisogno di ribellione alla perfezione di regole precostituite, fin troppo alte e immobili, accuditrici ma più come madri sconosciute.

 

Sembra che il problema sia sempre una sorta di ordine sociale in cui rientrare per forza, un ordine che regala sì la pace del funzionamento, ma nega quella dell’evasione, comprimendo tutto in una sola retta via da cui è impossibile fuggire. Viene subito in mente il danese Thomas Vintenberg, non per il grottesco, ma per le sue piccole piramidi distrutte, da quella famigliare di Festen, a quelle leggermente più espanse de Il Sospetto fino a quelle apparentemente funzionanti dell’ultimo film La comune. Nel caso di Under The Tree, tutto si risolve in due piccoli giardini comunicanti, l’ordine del buon vicinato viene scardinato ed è destinato a sfociare inevitabilmente in tragedia. Sicuramente, per essere più d’impatto, il film avrebbe dovuto insistere di più, torturarci come con una ferita stuzzicata fino al punto massimo...prendersi più tempo perché nel grottesco è il tempo che scorre lento a sfiancare, a portare lo spettatore all’esaurimento e solo con soluzioni estreme e terrificanti, ci si può finalmente liberare.

 

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