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La Festa de’ Noantri. Cinque secoli di storie trasteverine

July 17, 2018

Foto: Valentino Bianchi

 

Scrivere della Festa de’ Noantri per un trasteverino è un po’ come per un brasiliano raccontare il Carnevale di Rio de Janeiro. È la festa di Trastevere e dei trasteverini.
Il nome pare derivi da una frase pronunciata da un giovane a un bulletto di un altro rione che nella confusione della festa importunava una bella trasteverina: «Che ne diressivo voantri si noantri quanno venissimo alle feste de voantri ce comportassimo come ve comportate voantri alla festa de noantri?». Noantri appunto, noi trasteverini, in opposizione a voantri, quelli degli altri rioni.
Negli anni successivi alla breccia di porta Pia, in realtà, la festa non era di tutti noantri. I trasteverini erano infatti contrapposti in due schieramenti: da un lato i papalini, fedeli accaniti del culto madonnaro del Carmelo; dall’altro i garibaldini, feroci mangiapreti, prima repubblicani, poi socialisti, azionisti e comunisti. Ogni anno la solita solfa: i primi tutti presi a preparare la processione e i riti connessi, coadiuvati dalle parrocchie rionali; i secondi intenzionati, con le buone o le cattive, a impedire che la statua della Madonna uscisse per far saltare il tutto. Sembra che, a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, il mio bisnonno paterno, governatore della Confraternita del Carmine e presidente del comitato organizzatore della festa, nascondesse sotto il sacco (la tonaca bianca arricchita dalla mozzetta marrone) un tortore (bastone) da infrangere sulla testa degli avversari in caso si fossero verificati tentativi di sabotaggio. Alla fine, però, l’amore per Trastevere e per la sua Patrona aveva sempre il sopravvento: la statua della Madonna è sempre uscita e rientrata senza incidenti ed i contrasti ideologici della vigilia venivano smorzati a tavola, con ricche mangiate e bevute bipartisan presso le osterie e le trattorie rionali, dove era solito incontrare personaggi del calibro di Trilussa e Romolo Balzani.

 

Le origini – A Roma, il culto per la Vergine del Carmelo risale a un’epoca poco successiva al 1535, anno in cui si ritiene che una grande statua di legno di cedro della Madonna sia stata rinvenuta nei pressi della foce del Tevere, all’altezza di Fiumicino. L’immagine fu consegnata dai marinai corsi, numerosi a Trastevere tra il ‘500 e il ‘600 come testimonia la presenza della Guardia Corsa Papale, ai frati carmelitani (da qui il nome Madonna del Carmine) della basilica di San Crisogono, che riconobbero in essa la Vergine alla quale era intitolato il loro ordine. La Madonna fiumarola, divenuta protettrice dei trasteverini, fu trasferita all’inizio del ‘600 in un oratorio fatto costruire appositamente da Scipione Borghese, dove rimase fino al 1890, anno in cui l’edificio fu demolito in occasione dell’apertura di viale del Re, oggi viale Trastevere. Dopo un soggiorno di qualche decennio nella vicina chiesa di San Giovanni dei Genovesi, la statua fu sistemata su un altare della chiesa di Sant’Agata, dove ancora oggi si trova.

 

La processione – La festa si svolge per otto giorni dal sabato successivo alla ricorrenza religiosa della Madonna del Carmine, che cade il 16 luglio, e in onore della quale, nel pomeriggio del primo giorno dei festeggiamenti, si tiene una grande processione con l’immagine della Madonna trasportata dalla chiesa di Sant’Agata alla basilica di San Crisogono, dove resta per l’ottavario dell’adorazione. La pesantissima “macchina”, un baldacchino seicentesco attribuito al Bernini, con la statua di legno vestita con l’abito nuovo che ogni anno veniva confezionato dalle suore di clausura di Santa Rufina, in via della Lungaretta, è sostenuta da un gruppo di robusti giovani, li mejo fusti. Compito una volta affidato ai cicoriari (i raccoglitori di cicoria di Campoli, in provincia di Frosinone) e successivamente agli appartenenti alle confraternite, con la statua portata in processione per le strade del quartiere, preceduta da una grande croce col tronco ricoperto da foglie di vite tanto cara ai portatori, tutti buoni bevitori.
La statua della Madonna de’ Noantri viene così accompagnata per il quartiere dai membri delle antiche confraternite: associazioni religiose plurisecolari di fedeli, costituite in enti morali dall’autorità ecclesiastica con fini di pietà, di carità e di culto. In Trastevere, oltre a quella del Carmine, esistevano quelle della Madonna dell’Orto, quella di Sant’Emidio presso la chiesa di Sant’Apollonia in via del Moro, e quella dei Sacconi Rossi a San Bartolomeo all’Isola Tiberina. In passato, nella settimana precedente la cerimonia, i mandatari della Confraternita della Madonna del Carmine attraversavano le vie di Trastevere anticipati dai tamburi dei granatieri per avvertire i fedeli di preparare gli addobbi alle finestre. Il corteo, composto da labari e stendardi, dal clero e dai fedeli col gonfalone di Roma e quello di Trastevere, dai rappresentanti della giunta comunale e da una folta folla, attraversa le principali vie del rione: da Sant’Agata a San Crisogono, percorre quindi via della Lungaretta, via della Luce e via dei Genovesi dove, secondo un’antica tradizione, la Madonna china il capo verso le suore di San Pasquale. Prosegue quindi per via della Luce, piazza Mastai, via San Francesco a Ripa, via Natale del Grande, piazza San Cosimato, via Luciano Manara, via delle Fratte di Trastevere e di nuovo a San Crisogono, dove viene celebrata la messa e continua l’omaggio popolare alla Madonna. Le note musicali che accompagnano la processione sono eseguite dalla fanfara del primo reggimento dei Bersaglieri, di stanza dopo il 1870 presso la caserma “La Marmora” di via Anicia e dalla banda dei Vigili Urbani, i così detti pizzardoni.

 

La festa – Compiuta la lunga processione, il popolo trasteverino di ogni epoca, colmo di spiritualità ma nondimeno affamato e assetato, si riversa nelle piazze e nei vicoli del rione, dove sono sistemati dei tavolini per la mescita del vino e dove un tempo cocomerai, fusajari, grattacheccari insieme ad altri venditori ambulanti esibivano la loro merce. La festa civile prevede concerti bandistici e di musica leggera, con palchetti improvvisati fuori dalle trattorie e dai bar, competizioni sportive e i giochi tradizionali come il tiro a segno e le seggiole rotanti, chiamate dai romani calci in culo, oltre a un’infinità di bancarelle lungo viale Trastevere e nei vicoli adiacenti. I festeggiamenti terminano con uno spettacolo pirotecnico che prima si svolgeva al Gianicolo, mentre oggi avviene sul terrazzo panoramico del giardino degli Aranci, all’Aventino. Durante il secondo dopoguerra, dove tutto era piuttosto abborracciato ma lo spirito di aggregazione e partecipazione era quanto mai vigoroso, venivano esposte grandi luminarie in viale di Trastevere, riprese sapientemente da Federico Fellini in una splendida scena del film Roma dedicata proprio alla Festa de’ Noantri. In piazza Ippolito Nievo, fuori dal bar biliardo frequentato fra gli altri da un giovane Franco Citti di pasoliniana memoria, debuttava un bassetto riccioluto che cantava “Và serenata celeste“: il “reuccio” di via del Moro Claudio Villa, mentre a piazza Santa Maria trionfava il comico radiofonico Enrico Luzi con il suo sketch “Che ce l’ha er cricche?“. Nonostante ai giorni d’oggi il sentimento religioso legato alla Festa de’ Noantri si sia in parte affievolito, il variegato folclore delle manifestazioni che l’accompagnano l’ha resa un polo di attrazione turistica dell’estate romana. Attraverso la promozione e la cura di queste antiche manifestazioni, Trastevere può mettere in vetrina oltre che il suo immutabile fascino degli scorci poetici delle vie coi panni stesi e i gerani sui davanzali delle finestre, un ambiente attivo e moderno, nel quale coesistono ed operano, tra i tanti, la Comunità di Sant’Egidio, il comitato di quartiere, gli spettacoli d’avanguardia e le gallerie d’arte, moderni interpreti tutti quanti di una struttura sociale in costante fermento.

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