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Colazione con Fabrizio Toto del Bar San Calisto

Illustrazione di Marta Bianchi

 

Il tavolino, tre sedie, due caffè e il registratore.

 

A&G: Ciao Fabbri’

 

F: Io me so preparato eh!

 

G: Ma, allora c’hai pensato a quest’intervista?

 

F: Certo, ho pensato: “mo me metto na mattina col cellulare e faccio finta che rispondo” poi il tempo

non l’ho mai trovato .

 

G: Sei fortunato che non c’è il video! Che ci volevi raccontare? 

 

F: Ho pensato di parlare di quello che era la festa de’ Noantri per me, da bambino, e quello che invece poteva essere effettivamente.

 

A: Guarda che ce l’avemo 'e domande da fatte! Dai raccontaci…

 

F: La festa, per me, come per tanti bambini, era un momento per stare col papà. Col papà che lavorava e, quella settimana lì, te prendeva per mano e te ne andavi girando pe’ le vie del quartiere a vedere gli spettacoli in piazza.

 

A: Che spettacoli c’erano?

 

F: Beh, per un genitore maschio c’erano gli incontri de box. Roberto Davini, l’ex presidente della Smit Trastevere, quella che adesso sta sulla bocca di tutti perché ha dato i natali a Totti, così per dire, organizzava partite de pallavolo e pallacanestro a Santa Maria e poi il torneo di calcio al campo de Trastevere, lì a Viale Marconi. Anzi ce n’erano due, il campo A e il campo B. Me sembra che il campo B addirittura c’aveva le misure dell’Olimpico… Alfredo, ogni volta allargava un metro qui e un metro là e alla fine era diventato come l’Olimpico. A quei tempi c’era Ivo Stefanelli che finanziava. Oppure, a mio papà gli piaceva la musica. Andavamo a sentire la fanfara dei bersaglieri, la banda dei vigli urbani e qualche volta veniva pure quella dei carabinieri. C’erano i concerti in Piazza Santa Maria,  le serate de canzoni romane. Vere canzoni romane. Cantavano Sergio Centi, Alvaro Amici, Lando Fiorini... Negli stessi anni erano venuti a cantare Franco Califano e Stefano Rosso, che era di casa, uno di noi, e spesso ci onorava della sua musica, circondato dagli amici, qui al baretto. Poi vennero anche Amedeo Minghi che aveva appena vinto il Festival e Mietta. Non so se una volta pure Pappalardo era venuto a cantà.

 

A: Da dove veniva tuo padre?

 

F: Papà era di un paese nella ciociaria, Campoli Appenino. Tu devi sapere che, già nel 530, i nativi di quel posto là, che si erano trasferiti a Roma, portavano la madonna in processione. Per questo è detta anche la Madonna dei cicoriari. In quel paese infatti si usava raccogliere i fiori e la cicoria da rivendere poi nei mercati di Roma. 

 

G: La cicoria?

 

F: Si, la cicoria, proprio a cicoria. C’avevo una zia che risparmiando i soldi della pensione aveva fatto cucire, dalle suore de Santa Rufina, il vestito della Madonna co’ filamenti d’oro. Credo che sta nel Museo della Madonna, ancora c’è. Credo che sia un vestito nero, nel museo ce dovrebbe ancora sta.

 

G: E che valore aveva quindi la festa de’ Noantri?

 

F: Tanti ne aveva. Dal punto di vista religioso era una massa di gente che veniva da tutta Roma e non solo. Alcuni, per l’occasione, tornavano addirittura dall’America. Venivano anche i parenti da fuori a godersi la festa, era un’attrazione, c’era chi te portava a prende er gelato, chi te portava a ‘e giostre… era tutto n’acchiappo! Insomma pe’ i bambini a’ festa era a’ festa. C’era tutto il fermento della processione, la processione che a volte divideva le famiglie. Devi pensa’ che stavi in una società in cui si votava o cattolico o a sinistra. Non c’era il multipartitismo. Nella stessa famiglia ce stava chi votava i comunisti e chi portava la Madonna! Chi se la prendeva la briga de falla finì sta festa?

 

A: Un aneddoto che ti ricordi della festa?

 

F: Che ne so’, un cavallo della polizia che stava al seguito, che poteva scalcià, poteva pèrde l’equilibrio, può esse che n’è cascato uno. Gli stessi portatori che pe' n’attimo hanno perso il passo e “Oddio! Prendila! Prendila! Prendila!” Ce so state cose così. Parliamo sempre de 40 gradi e con l’afa la stanchezza se fa sentì eh.

 

A: E mo?

 

F: E’ andata un po’ a scemà, pe’ tanti motivi ma principalmente perché è mancata la partecipazione popolare. L’organizzazione è diventata sempre più passiva a partire dagli anni Ottanta. E’ cominciata la speculazione immobiliare, sono arrivati i primi sfratti e la gente è andata via. Prima lo facevi tu il programma della festa, poi ci si è trovati ad aspettare che il Comune stanziasse i soldi per portare il cantante di turno a Santa Maria e ti iniziavi a chiedere: “Qual è il programma della festa?” E lì c’è stato già il cambiamento. 

 

A: Io me lo ricordo già quando ero piccolo, l’effetto che c’avevo era più de sagra, non de festa.

 

F: Era come 'na sagra, era quello, però spontanea, no come ai tempi tuoi. Tu considera che ce stava un tale Enrico Fabiani, che era il meccanico non vedente di Via Luciano Manara. Bastava che mettevi in moto e ti diceva vita, morte e miracoli del motorino. Lui metteva un palchetto proprio dietro la sua officina e pe’ tutta la settimana si alternavano canti, stornellate e non solo! Lui faceva stornelli che era una cosa che e ti faceva morì da ‘e risate. Tutti in rima baciata. Faceva un concerto di pernacchia e contropernacchia che era 'na poesia! 

 

G: Tra tutti i personaggi un po’ stramboidi che frequentano il bar, a chi sei più affezionato?

 

F: C’era un tale Antonio Cardone. Era uno del quartiere, era un personaggio troppo forte. Ti dico che lui riusciva a fare delle cose, a 70 anni passati e con l’alcol in corpo, che io non sono riuscito a fare manco a 20, sano! Mani conserte dietro la schiena, metteva la sigaretta per terra, la raccoglieva con la bocca e si rialzava. Oppure un bicchiere di vino in testa, si abbassava e rialzava senza versare ‘na goccia! Quando veniva al banco, gli chiedevo: “che prendi?” e lui: “un liquore russo bianco”. A vodka! Quando voleva fumare, con la sua classe, chiedeva ai turisti che stavano seduti fuori: “che sigarette fumi?”, quelli manco capivano se non per il gesto e quando tiravano fuori il pacchetto lui esclamava: “ah proprio quelle che fumo io!”. Ci abbiamo passato le giornate con questi personaggi! Le risate!

 

G: Mi hai raccontato che sei appassionato di fumetti.

 

F: Marvel. Un po’ tutti li ho letti, però specialmente i supereroi della Marvel.

 

G: C’è un supereroe a Trastevere?

 

F: [Ride] A Trastevere sono tutti supereroi! Questo era un quartiere povero un tempo, in tanti si arrabattavano per tirare avanti. Non tutti avevano il lavoro, oppure ce l’avevano, ma giornaliero. Io li vedevo e lo so che sono tutti supereroi. Donne che magari avevano perso il marito da giovani, mamme che dovevano portare avanti la famiglia con i bambini piccoli. Te inventavi de tutto… Quello che era la borsa nera durante la guerra, loro se lo sono inventati dopo. Qui di fronte c’era un tipo che noi chiamavamo Bello Moro perché era sempre abbronzato, sai sti personaggi molto trasteverini…. Era anziano e c’aveva una 1100 multipla. Apriva de qua, apriva de là…I primi Carrera ce l’ha avuti lui, immagina. Io ci comprai un pantò bellissimo de lana spina, pagato 15 o 20 mila lire, era semi usato ma perfetto. Bello Moro, un altro personaggio, un supereroe.

Poi me ne ricordo un altro che chiamavamo Bolero, non so perché. Piccoletto, c’aveva tanto oro addosso, ma oro non se scherza! Andava a mangiare dalle suore di Sante Rufina. Era scorbutico e non si lavava spesso, anzi quasi mai. Mia mamma aveva un vini e oli, qui dietro a San Calisto, dove lui andava a bere ogni tanto. Un giorno entra bestemmiando come un turco e mia madre: “A Bolè! Con chi ce l’hai?” lui: “Co’ le z******e  di Sante Rufina” e lei: “che t’hanno fatto?”. Insomma, l’avevano preso, spogliato, buttato dentro una vasca e lavato! Che poi all’epoca però non era come i clochard di oggi. Potevi puzzare che non ti lavavi da qualche giorno, non da qualche mese!

 

G: Pensando a tutti i clienti stranieri che vedi ogni giorno, ci siamo chiesti: avrà viaggiato Fabrizio?

 

F: No, perché so’ de 'na pigrizia! Vorrei vedere tutto però me fa fatica anche solo pensare a fare una valigia. Forse quando andrò in pensione. Però uno di quei posti in cui non ti devi portà niente, te compri i vestiti là, poi li butti là e torni con le ciavatte. Per esempio c’ho quest’immagine di un viaggio in Inghilterra e farlo vestito… alla Mago Merlino, fai conto. Ste cose in costume le farei volentieri. Come un rabdomante a piedi nudi. 

 

G: Quando sei venuto a lavorare qui al Bar?

 

F: Ancora dovevo fare sedici anni, faccio il compleanno il 19 febbraio e ho cominciato l’8.

 

A: Ci devi raccontà il tuo primo giorno di lavoro!

 

F: Timidissimo! Il bar mi ha fatto diventare uomo in tutto e per tutto. Ero proprio lo scemotto de paese, si potrebbe dire. Non sapevo dove me dovevo mette, che dovevo fa', come dovevo parlà! C’era Marcello. C’era già Sergio, che era poco più grande di me ma già era un barista consumato perché è sempre stato bravo Sergio. E’ lui che mi ha insegnato tutto, praticamente.

 

G: Sei orgoglioso di tuo figlio che ha scelto di lavorare qui?

 

F: Si. Lui ci viene volentieri, fin dal primo giorno. E’ puntuale. Se gli chiedo un sacrificio de qualche ora me lo fa senza battere ciglio. Forse un po’ me ne approfitto anche, lo ammetto. Però è vero che ne sono orgoglioso.

 

A: Qual è la cosa più bella di questo lavoro?

 

F: Il rapporto con le persone. Con tanti mi ci so’ proprio invecchiato insieme. Ci sono andato a scuola, c’ ho fatto la comunione insieme, abbiamo giocato a pallone insieme, stiamo a invecchià insieme proprio come moglie e marito!

 

A: Come te lo immagini il bar tra 15 anni?

 

F: Ma credo così. Forse rimangono Valerio e Matteo, i nostri figli. Magari loro hanno una visione, sai sti ragazzi vogliono il nuovo, però se fanno come abbiamo fatto noi in passato, che abbiamo rinnovato ma senza stravolgere, va più che bene perché la struttura del bar è quella, è funzionale. Pensa quando abbiamo rifatto il bar, che ormai sono passati un bel po’ di anni, c’era la gente che entrava: “ma che avete fatto qua?”. Mica avevamo cambiato niente. Erano cambiati i materiali ma per il resto era tutto uguale. 

 

G: E’ un po’ un punto di resistenza rispetto al quartiere che cambia

 

F: Infatti, penso che questo bar possa resistere e continuare a esistere solo così. Se provi a cambiare credo che possa perdere tanto.

 

G: Se dovessi descrivere i tuoi colleghi come se fossero gli eroi dei fumetti?

 

F: Vabbeh, ma qua siamo tutti supereroi, non puoi lavorare al San Calisto se non sei un supereroe. Gli x men, sono una squadra come noi, quello che c’ha i raggi super potenti, quello che fa BufBuf e scompare, che mo’ te lo trovi sul banco, poi giù in cantina, questo qua è Mirko che ogni tanto s’attacca al cellulare o se fuma na sigaretta e sparisce (ride bonariamente). Marcello che supervisiona tutto è il Professor Xavier. Rakib l’altro ieri ha fatto un incidente con la moto ed oggi è venuto a lavorare. Non è un supereroe?

 

G: E te che personaggio vorresti essere?

 

F:  Io? Me sentirei un po’ Wolverine, con la sua scorza d’acciaio che m’arimbalza tutto. Però, ecco, non c’ho la sua aggressività.

 

G: La caciara a Trastevere… 

 

F: Qua è sempre stata una caciara. Al termine caciara, a Trastevere, è stato dato un senso. A tutti i residenti che ora si lamentano della caciara, gli dico: “guarda che a Trastevere se viveva de caciara”. Certo magari non era volgare come adesso. In questo gli posso dare ragione. Allora non era fine a se stessa, era sempre finalizzata a un qualcosa. D’estate non c’era strada che nun c’aveva tavolinate all’aperto a mangià e beve, cocomerate. In un attimo te vedevi la tavola apparecchiata. Rigatoni co la pajata, bucatini all’amatriciana, penne all’arrabbiata, cocomero... 

 

A: Qual'era il senso che ora si è perso?

 

F: De sta insieme. Era il senso povero che te portavi appresso, era comunque un quartiere povero. La comunità viveva insieme. Vivere il quartiere, vivere la strada, era quello il senso. Un senso un po’ anarchico, nonostante ci fosse una forte matrice cattolica. Ce stato un imborghesimento della società, in generale. A Trastevere ancora se resiste un pochetto. Ti dirò quella cosa popolare sai dove la ritrovo adesso? Nelle periferie, nelle vie interne delle periferie. Lì ancora trovi qualche cosa. Forse perché è stato un po’ ghettizzato. Non lo so questo. Quando ci vado non storco il muso come tanti. Certo da qui non mi sradichi manco co’ la bomba atomica!

 

 

G: Qual è il difetto dei trasteverini?

 

F: E’ “famo come ce pare”. Andrebbe un po’ limata questa cosa. Però fa parte dell’humus, fa parte del pacco e devi prende tutto. Certe volte pure io ci casco, ti dico la verità. Se ci sta qualcuno che rompe le scatole metti proprio la bandiera: ”questa è casa mia”.

 

G: Prima ci hai parlato del periodo degli sfratti…

 

F: A quei tempi la cultura del comprarsi la casa non c’era. In realtà non è mai stata una cultura trasteverina, ma neanche romana. Era una cultura paesana, quella della casa. I Trasteverini non ci pensavano. Gli affitti si trovavano facilmente, uscivi da una casa e andavi subito ad affittarne un’altra. Poi con la speculazione immobiliare sono cominciati i problemi e la gente s’è trovata per strada. Li sono cominciate le storie dei supereroi. Magari ci poteva stare un parente che aveva una casa e ci si ammucchiavano, s’accollava tutta la famiglia e quindi dentro casa si trovavano in 20. Tanti sono andati alla Magliana, ribattezzata pure Trastevere B. 

 

G: Ti faccio fare un disegno di Trastevere, una sorta di mappa di quelli che sono i tuoi posti affettivi di Trastevere

 

F: Partiamo da San Cosimato, perché dal tramonto all’alba se giocava a pallone, li n’ se scappa. Poi ce stava… Santa Maria, la facciamo qua, Santa Maria perché c’è la chiesa, la fontana. Ah aspetta! La chiesa a Via della Paglia, c’era l’oratorio. Qui probabilmente è dove hanno inventato il calcetto (ride). Se noi non produciamo più giocatori forti, se l’ultimo calciatore romano veramente forte è stato Totti, è perché n’ ce stanno più gli oratori e non se gioca più per strada! E’ diventato quasi uno sport per ricchi, iscrivere tuo figlio ad una scuola calcio tendenzialmente costa 500 euro. All’epoca andavi a gioca’ a pallone, ma quale borsa! Con la busta ci andavi! Li mettevi là gli scarpini… Finito l’allenamento, poi, te ne andavi a Santa Maria a giocare, praticamente non finiva mai. Giordano se c’ ha quei bei polpacci è perché giocava dalla mattina alla sera. 

Che poi non ci scordiamo l’ex Gil, il Don Orione, ragazzi!! Eccome no! Altro campo da calcio a 5, partite che non te dico, e poi, sotto, ce stava la sala cinema. Ogni Domenica ti vedevi due film western. Le sale parrocchiali, da Santa Maria, su Via della Lungaretta. La chiesa e la sala parrocchiale davano Charlie Chaplin, Totò e Stanlio e Olio. Poi ce stavano i pidocchietti, li chiamavamo così perché erano i cinema piccoli, uno era l’attuale Alcazar. Poi certo, i cinema veri, l’America e il Reale. I pidocchietti mandavano Totò a manetta e infatti Totò a Trastevere era adorato come a Napoli.

 

A: Giordano già era Giordano?

 

F: Eh si, ti parlo degli anni Ottanta

 

G: Lo incontravi in giro? 

 

F: Eccome no!

 

A: Che si provava? Giordano era cresciuto nel tuo stesso quartiere e giocava nella Lazio che era la tua squadra

 

F: Era er vestito da portà in processione alla festa, era quello. Per me era quello. Tuttora la vivo come un’emozione! Anche adesso, quando sta qui dentro con gli amici, io ancora me lo guardo così e c’ho 53 anni!

 

A: Dove si rimorchiava?

 

F: All’oratorio che c’erano le ragazze che seguivano catechismo. La chiesa serviva anche a quello. Oppure al campo da calcio, tanto dove c’è un calciatore ce sta una femmina. E’ sempre stato così. Sono privilegiati i calciatori. E poi ai bar, perché tu stavi lì seduto, tu… Io no perché io ci lavoravo al bar…e ce mettevi poco ad acchiappa’. Poi l’acchiappo romanesco è: “Fischio e Aoh!”. Dopo magari riuscivi a tirare fuori l’eleganza, magari con qualche strafalcione iniziale, però poi dopo… 

 

A: E tua moglie dove l’hai incontrata?

 

F: Qui... lei lavorava in un negozio di giocattoli.

 

A: E che hai fatto? Le hai fischiato?

 

F: No, io pensavo di averla rimorchiata e invece è lei che ha rimorchiato me. E’ stato un incontro, un’unione di intenti. Calcola che a Settembre facciamo 25 anni di matrimonio. Più un tot de fidanzamento.

 

G: Qual è la cosa più poetica di Trastevere per te?

 

F: La mattina, l’alba. Specialmente quando ci stanno i raggi del sole che s’irradiano… il silenzio, i primi rumori. T’affacci qui a Luciano Manara o a Via della Scala e guardi su al Gianicolo...

 

G: [Ci beviamo un caffè al San Calisto. Sono le 11:30 e c’è già molta caciara. Fabrizio mi dice all’orecchio “Ricordete, Trastevere è un quartiere de supereroi”]

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