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Hannah e le sue sorelle, di Woody Allen

July 29, 2018

 

 

Era il 1986 quando Hannah e le sue sorelle veniva presentato fuori concorso a Cannes. Il film vinse successivamente tre Oscar, uno per la miglior sceneggiatura originale a Woody Allen e due per il miglior attore non protagonista a Micheal Caine e a Dianne Wiest. Gli Oscar erano in effetti tutti e tre meritatissimi a cominciare da quello alla sceneggiatura, frammentata in più luoghi e momenti ma con un ritorno continuo al nucleo principale, ad un punto fermo nel racconto, ravvisabile anche in quel Thanksgiving Day, che tante volte ci ha svelato il centro americano della vita famigliare. La storia delle tre sorelle dell’alta borghesia newyorkese, Hannah, Lee e Holly, apre la strada ad altre piccole vicende perfettamente incatenate: l’amore del marito di Hannah per la sorellina piccola Lee, la rivalità fra Holly e l’amica April, la stessa Hannah, faro immobile e luminoso attorno al quale tutto e tutti ruotano inevitabilmente e disastrosamente. E poi, congiunta ma al contempo isolata, la terribile crisi esistenziale dell’ex marito di Hannah, Mickey Sachs interpretato da Woody Allen. Quando Mickey si rende conto di non poter avere la certezza di un Dio, in nessun modo e tramite nessun credo religioso, è impossibilitato ad accettare l’idea del vuoto e decide quindi di farla finita. Ma per colpa di una mano che trema e una fronte che trasuda panico, la canna del fucile scivola.

 

La soluzione al quesito irrisolvibile dell’esistenza si concentra in tre sillabe, capaci di contenere molto più di quello che sembra: cinema. Questo non significa processo passivo di anestetizzazione dentro ad una sala cinematografica ma lavoro attivo che solo la logica di quell’illusione ottica sullo schermo riesce a riattivare e a riaccendere.  Come racconta lo stesso Mickey ad Holly è stata la visione de La guerra lampo dei fratelli Marx  a restituirgli una percezione razionale, a far ordine nei pensieri illogici che lo tormentavano. Cosa c’è di meglio del nonsense dei fratelli Marx per innalzare dei confini netti e sensati? Cosa c’è di meglio di un ballo matto e gioioso per costruire uno spazio di pace che si stagli fra l’uomo e il terrore della morte? Per Allen la finzione cinematografica è l’unica fede e l’unico rifugio. È sempre tragica e comica al contempo e rappresenta due lati della vita naturalmente indistricabili, come in Melinda e Melinda. Cecilia, ne La rosa purpurea del cairo, si rifugia dentro a un film entrando in uno schermo, per fuggire ad un marito ubriacone ed a un’esistenza povera. In Harry a pezzi, Harry viene distrutto e al contempo messo in salvo dai suoi racconti, che sono sempre  confessioni, luoghi di verità camuffata, scrigni per piccoli segreti, peccati e perversioni da rivelare.

 

Ma poi la questione esistenziale è davvero il punto centrale? La crisi di Hannah e le sue sorelle è accompagnata da altre storie, questioni limitrofe molto più pratiche e urgenti della domanda “e dopo”. Mickey capisce questo in quella sala newyorkese e cioè che la vita va vissuta. Il cinema si presenta come un nascondiglio che lungi dall'essere un luogo di astrazione o fuga è un momento in cui questa verità si svela in tutta la sua bellezza terrena. 

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