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Bancarella Netflix - Mulholland Drive, di David Lynch (e il free jazz di Roscoe Mitchell)

October 25, 2018

 

 

Due parole sul perché Mulholland Drive :

 

 

Martedì 23 ottobre sono andata a sentire un concerto nella bella aula magna de La Sapienza. Ad organizzarlo è stato la IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti), che da tempo si occupa della stagione musicale alla città universitaria. Il protagonista della serata era Roscoe Mitchell, esponente del Free Jazz, che dagli anni 60 ha riempito lo scenario musicale di Chicago (e non solo), registrando più di 100 album, spaziando dal Free Jazz fino alla musica contemporanea e all'Instant Composition (qui potete ascoltare Fanfare for the Warriors dell'Art Ensemble of Chicago, collettivo musicale di cui Mitchell è fondatore). Insieme ai suoi incredibili sassofoni c’erano i flauti e i tubi (sì, i tubi…) di  Gianni Trovalusci e le percussioni elettroniche di Michele Rabbia.

 

Cosa c’entra Mulholland Drive? Appena il trio ha iniziato a suonare, l’aula magna è sprofondata in una strana atmosfera, solo suoni asimettrici, sassofoni stonati... qualcosa di non comune ma immediatamente riconoscibile. Simile all'aria del Club Silencio, dove si ritrovano Betty e Rita nel film. Terribile e ipnotizzante. Esattamente come nella filmografia di David Lynch, durante l'ascolto di Mitchell lo spaesamento è protagonista, sensazione che atterra e attrae, perché è parte integrante del nostro essere umani.  La musica di Mitchell in questo senso non è affatto differente dall'incredibile mondo linchyano, perché si attacca al fondamento più profondo dell’uomo e lo stordisce e seduce. Di fronte all'esplosione di questi suoni cerchiamo un appiglio melodico, un accenno di sinfonia, proprio come in Mullholland Drive (ancor di più in Strade Perdute, dove per altro Bill Pullman interpreta un musicista free jazz) proviamo a tracciare linee fra i punti nella narrazione. A creare una mappa che ci orienti in questo inebriante disorientamento. Ci aggrappiamo spaventati appena ci sembra di aver trovato un senso, di aver raggiunto il riparo della logica causa-effetto.

 

 

 

Ma appena ci viene concesso un accenno di melodia o l'illusione della narrazione lineare, subito ci viene negata, sia dal musicista che dal regista. Ripiombiamo nello spaesamento, intendendo quest'ultimo soprattutto in senso heideggeriano...ossia che nell'angoscia qualcosa si è svelato. Lynch e Mitchell ci aprono  allo svelamento del mondo che solo per praticità si appoggia  alla logica, ma che nasconde  un nulla terrificante che ci libera, anche solo per un momento, dalle catene delle sovrastrutture. Per questo il titolo di oggi è Mulholland Drive, perché Mitchell è servito a ricordarci (come sempre ha fatto il nostro Lynch), che per quanto un andamento melodico e continuità narrativa siano rassicuranti (che poi che vuol dire melodia? Che significa esattamente narrazione?), la loro messa in discussione è fondamentale, perché ci spinge sempre oltre e ci vieta di accomodarci nella pigrizia dittatoriale della certezza.

Solo così ci sentiamo più vicini al nucleo della verità o comunque riusciamo a scorgerne  un'altra facciata, ricordandoci che riconoscendone solo un lato sprofondiamo nel demoniaco. 

Mitchell ci ha donato un po' di libertà, strano concetto da maneggiare, che stride e innervosisce.  Noi dedichiamogli col pensiero la visione di questo capolavoro, che sempre ci costringe allo scontro/incontro con la landa aperta dell'inconscio. 

 

Per chi lo desidera, il trailer:

 

 

 

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