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First Man, di Damien Chazelle

November 4, 2018

 

 

C'è l'universo, immenso e inesplorato. È l'esterno più esterno in assoluto, perché è fuori dal fuori stesso, quello che noi tutti conosciamo abitualmente, quello dove viviamo, mangiamo e dormiamo. Quello in cui soffriamo, anche se lì ci spostiamo in un altro luogo ancora, l'universo interno che appartiene a ogni essere umano, certamente non meno inesplorato e immenso. Dei due spazi Damien Chazelle sembra prediligere il secondo per il suo First Man, tanto che la storia del primo uomo che ha messo piede sulla luna non è un film sull'esplorazione dello spazio, o comunque non di quello esterno dipinto di stelle e pianeti. “Penso che lo scopo di un viaggio sulla luna sia quello di vedere cose che avremmo dovuto vedere molto tempo fa, di osservarle da un altro punto di vista” dice Neil Armstrong quando la Nasa lo esamina per il Progetto Gemini. Quello per raggiungere l'astro luminoso che illumina ogni notte, assicurando luce anche quando ci sono le tenebre, non dissimili da quelle di un lutto troppo grande da sostenere. Un lutto che ti dilania l'universo interno, rompendo quel luogo intimo che appartiene unicamente a te.

 

Sono rari i totali dell'universo, e il territorio lunare è quasi sempre restituito dal casco tondo con cui Armstrong può respirare nell'unico luogo adatto per porre un punto, lontano dal suolo terrestre che ha inghiottito i cari defunti.

Soggettiva, primi e primissimi piani. Ecco le inquadrature principali di First Man, dove continua la storia d'amore fra Chazelle e Ryan Gosling. I due se la intendono perfettamente e l'attore canadese  si carica addosso tutto il dolore e e l'ossessione, temi su cui il regista insiste e insiste. C'è il dolore interno e lacerante, restituito da primi piani, i dettagli degli occhi, gli sguardi, i sorrisi abbozzati. E poi l'attenzione su chi rimane a terra, il nucleo famigliare. Ci sono i figli, le mogli. Quella di Armstrong intepretata da Claire Foy, l'attrice dal volto inesplorabile.

Chazelle lesina sulle dinamiche esterne, sono brevi gli accenni alla competizione con la Russia, non è quella la vera ossessione di Armstrong. Dal latino obsessio: assedio, occupazione. Essere assediati da un dolore troppo grande ma anche occupare quell'astro nel cielo così da poter cambiare punto di vista, liberandosi finalmente dall'unico concesso, quello annichilente della morte. Chazelle ci racconta delle ossessioni. Cos'è il lutto se non un assedio, un dolore invadente?

 

L'ossessione della morte e il suo dolore, l'ossessione della luna e l'espiazione, questi sono i temi principali di First Man. Vincitore di un Oscar come miglior regista a soli 33 anni, il cinema di Chazelle è sempre un cinema sul perseguimento e sul raggiungimento dello scopo. Un cinema della competizione, dell'ossessione interna, dell'assedio interiore. Chazelle insiste, diventa anche prolisso con le lunghe riprese interne alla navicella, con i molteplici tentativi per arrivare oltre l'atmosfera. Quelle immagini, rumorose e destabilizzanti non sono poi così diverse dal rullare sulla batteria, incalzante e incessante, per diventare i migliori. L'ossessione del giovane Andrew di Whiplash, interpretato da Miles Teller. 

E poi il lentissimo allunaggio, attraversato dalle musiche di Justin Hurtwitz. Il suolo lunare che diventa tomba. Siamo nello spazio ma torniamo comunque di nuovo giù, alla polvere e alla dimensione intima. Le scene di famiglia, i picnic sul terreno verde e erboso, così intimi che Chazelle decide di riprenderli come se fossero filmini famigliari in pellicola...conta solo l'universo interno che è un tutt'uno con l'immensità del cielo. 

 

 

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