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Il vizio della speranza, di Edoardo De Angelis

December 2, 2018

 

 

 

Maria è una giovane donna. Ha un tragico segreto alle spalle e una famiglia totalmente allo sfascio. Per vivere gestisce un traffico di neonati guidato da una boss anziana e spietata e insieme al suo pitbull traghetta donne incinte, di notte, sulle sponde martoriate del Volturno.

 

Presentato all'ultima edizione del Festival di Roma, Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis gioca su una fusione magmatica fra l'immagine periferica e i personaggi che la abitano. Castel Volturno è una grande madre che allatta al grigio del suo cielo i personaggi della storia. Lo spazio deturpato  si trasforma in un luogo apocalittico che emana la sua luce sugli abitanti privi di una qualsiasi via di uscita. Sì, ci sentiamo subito proiettati in un futuro dispotico più che in un presente in pieno svolgimento, tanto che ci sovvengono alla mente suggestioni  di luoghi e cinematografie lontane: I figli degli uomini di Cuarón ad esempio ma anche la pioggia fitta e scura di Blade Runner. Maria è condannata a sottrarre gioia per lavoro e quindi la sua vita è spenta. Almeno finché, inaspettatamente si accende un bagliore, si instaura all'interno della protagonista un piccolo seme da cui cresce questo vizio della speranza. Si fonde il futuro dispotico con richiami religiosi...il concepimento, la redenzione di chi ha peccato.

 

La Maria di De Angelis (come le gemelle di Indivisibili in quella lunga processione) diventa un'icona sacra portatrice di un ultimo barlume di bellezza, in un  mondo che va da tutta altra parte. 

Sul piano estetico ogni scena esplode di grigi e blu, i pochi colori accesi risaltano, i dettagli spiccano. L'immagine è subito spudorata e immediata come un'iconografia. Tutto è esplicito, forse troppo. Il risultato finale è sempre esageratamente volto al dramma, una nenia portata all'estremo che non può non risultare in molti passaggi retorica. Ci si chiede se non si possa raggiungere un buon risultato lavorando più di sottrazione che di sovraccarico. Ma c'è anche da dire che tutto ciò non è frutto di una paura, quella di non riuscire a comunicare. De Angelis non mostra troppo perché vuol prendere per mano e guidare lo spettatore. Il suo è un moto istintivo che vien da dentro, una scelta stilistica evidentemente consapevole. Forse una spontanea sintonizzazione sulle alte frequenze emotive, poetiche e istintive del Sud Italia. 

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