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Vice, di Adam McKay

January 13, 2019

 

 

Adam McKay racconta Dick Cheney, l'uomo che per anni ha lavorato nell'ombra della politica americana, detenendo infine a tutti gli effetti le redini del potere durante la presidenza del giovane Bush.

Vice è quindi uno dei tanti film tratti da una storia vera. Ma la missione non è stata semplice, ce lo dice lo stesso McKay con una frase all'inizio del film. “Quello che vi stiamo per raccontare è tutto vero. O comunque il più possibile visto che Dick Cheney è l'uomo più riservato del mondo. Ma cazzo almeno ci abbiamo provato”. Il tono del film è subito svelato. D'altronde McKay viene dal cinema comico, ha diretto la maggior parte dei film con Will Ferrel (qui nelle vesti di produttore) e prima ancora si è fatto le ossa con anni di regia dell'incredibile Saturday Night Live. Se già con La Grande Scommessa il regista era cosciente del carattere didattico del linguaggio comico, con Vice ne sfrutta al massimo la capacità di dis-velare la verità, di mostrare la spietatezza del reale, soprattutto quando la vicenda raccontata è drammatica e perfettamente narrabile con un linguaggio nato per evidenziare la diabolicità degli eventi umani. Perché Vice è un film in cui il diavolo (inteso in un modo ben preciso) ha un ruolo fondamentale. Christian Bale stesso nel discorso dei Golden Globes ha ringraziato Satana per averlo aiutato a preparare il ruolo di Cheney. I satanisti hanno subito risposto ringraziando: Satana per loro altro non è che una proiezione metaforica esteriore del nostro più alto potenziale individuale. Qualcosa che di più umano non ce n'è. Chaney è un marito devoto e un padre amorevole. In perfetto accordo con i sacri precetti americani, sa bene che per difendere patria e famiglia ogni mezzo è concesso. Ma come sempre è solo una facciata, il discorso è il solito, quello stupido e pericoloso della brama di potere; della possibilità  di ordinare stragi, torture e bombardamenti dando l'ordine da una poltrona, protetti da una vita rassicurante che si svolge nel giusto lato del mondo. Eccolo Satana, il traguardo del potere, l'intoppo nella natura umana. Non c'è  nient'altro. È questo il dato sconcertante.

 

 

 

 

Vice procede impazzito, forte di un ritmo serrato sostenuto incredibilmente dai suoi attori, da Bale alla mogliettina di Chaney Amy Adams, da Steve Carrel nei panni di Donald Rumsfeld, fino al giovane Bush intepretato da Sam Rockwell, che mangia alette di pollo e beve té freddo in un assolato giardino del Texas.

Il tono apparentemente leggero è solo una trappola, tutto è veloce e spietato, tanto che certe scene vengono addirittura spezzate a metà. Ma non può essere altrimenti. L'unico modo per raccontare la diabolicità del processo e della persona è sfruttare il linguaggio insito nel processo stesso. Questa è la grandezza di Vice, che oltre all'imponenza rassicurante del corpo di Bale, sfrutta l'assedio delle immagini, la loro terribile velocità, e quindi opera prima di tutto con l'essenza della materia filmica.

Non c'è più tempo di ragionare, di capire le dinamiche, di afferrare le problematiche. Tutto è sempre più rapido, e quando riusciamo a fermarci un po' non vogliamo metterci a comprendere, a capire. Vogliamo solo stare tranquilli. C'è un momento, fra le derive demenziali e le continue carrellate di immagini in cui appare un rapido frammento delle foto scattate nella prigione di Abu Ghraib. La soldatessa americana posa sorridente mentre tiene al guinzaglio un uomo appena torturato. L'apparente innocenza di una fotografia, in cui il soggetto posa come di fronte ad un monumento in vacanza. Già all'epoca, pur sconvolgendoci, quella foto era in fondo solo un'immagine, un frammento che ci raggiungeva da lontano insieme a milioni di altri frammenti.

 

La grandezza di Chaney è stata quella di vedere oltre la superficie delle cose, di sfruttare quella crescente e stanca mancanza di attenzione, quell'incapacità sempre più consistente di focalizzare il vero centro delle cose, che ora trova la sua massima manifestazione nel sorbire sempre più passivamente immagini e notizie. E la grandezza di McKay è quella di evidenziare questo attraverso l'accumulo di scatti e frammenti, di scene troncate, mozze. Tanto ora che si è perso il senso, perché mai ricercare la conclusione

McKay, sfrutta e al contempo smaschera attraverso l'immagine filmica una narrazione che è espressione diretta di un modo di vivere e di pensare ravvisabile anche nell'inconsistenza delle stories Instagram, nell'ammasso di foto, nei milioni di video che ogni secondo affollano il mondo. Ma questo processo è arrestabile? No, e in fondo non sarebbe neanche giusto farlo. Bisogna saper riflettere e in questo l'impietoso linguaggio comico è il più adatto per l'operazione. Of Course But Maybe come insegna Louis C.K. E cioè, se non altro, ragionare e non prendersi per il c**o.

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