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Alice's cut | Marion è nuda

February 11, 2019

“Qualsiasi film è un film politico. Bisognerebbe distinguere non tra film politici e non, ma tra Cinema e non Cinema”, Sergio Leone.

 

Quando è nato il cinema non aveva voce. Questo non vuol dire che non comunicasse, al contrario proprio attraverso le sue immagini in movimento iniziava da subito a farsi ascoltare. Nella notte buia dello schermo gli spettatori sbalorditi assistevano all'improvvisa comparsa di una luna rischiarante, sotto la quale attori e attrici danzavano come in preda ad una strana febbre.

Nel 1926 la Warner proietta a New York Don Giovanni e Lucrezia Borgia. Ed ecco, sotto l'orecchio di tutti, il suono del cozzare di spade nei duelli e la musica sincronizzata con le immagini. L'epoca del cinema sonoro era iniziata. Nel 1927 arriva Il cantante di jazz. Per la prima volta gli attori, seppur per poco, parlano. Grande conquista, il cinema aveva trovato le sue corde vocali e restituiva l'illusione del reale viziando i suoi adepti. Così anno dopo anno si fortificava, inglobava a sé parti mancanti e come una creatura shelleyana mostrava la sua natura mutevole e un'innata disposizione al costante esperimento.

Nel 1936 con Tempi Moderni Charlie Chaplin parla per la prima volta. Il film stesso venne pubblicizzato così: “Accorrete! Charlot parla!” Ma nella scena del ristorante, al momento di cantare di fronte al pubblico, le parole da ricordare che Charlot si è scritto sul polso sono illeggibili, sbiadite a causa del sudore. La monella gli grida: “Lascia perdere le parole, canta!”

Chaplin canta ma quello che dice non significa niente. Apre bocca e emette suoni incomprensibili, si esprime in una lingua che non esiste.  Avrebbe potuto benissimo non dire nulla.

 

Il cinema ha davvero bisogno della voce?  Auspicare un ritorno al passato è psicotico, concepire un nuovo cinema muto è sicuramente folle. Ma è fondamentale pensare quest'arte come una creatura nata combattente che lotta per mostrarsi.

Sono noti gli aneddoti legati alla scena della doccia di Psycho. Sappiamo che il film del 1960 è in bianco e nero per un'ovvia questione economica, ma anche perché Hitchcock non voleva rinunciare alla vista del sangue, che altro non è che cioccolato fuso. Ma oltre al sangue c'era un altro problema riguardante la censura. Le clausole sul nudo erano pressoché inesistenti perché una scena di nudo  era semplicemente inconcepibile.

Hitchcock vuole una scena erotica, più di tutte quelle che già abitano il suo cinema, sempre voluttuoso e sensuale. Il pubblico deve sentire il desiderio di Norman per Marion, ardere insieme a lui, soffrire il suo senso di colpa. Come raggirare i censori? Con il montaggio che inganna spazio e tempo tramite tagli e accordi. Così anche se in fondo nulla ci è mostrato, Janet Leigh si staglia come una venere nuda poco prima di sparire per sempre.

Il cinema è un'arte rivoluzionaria, intrinsecamente sovversiva. Le immagini si spingono naturalmente oltre ogni limite, affrontano gli ostacoli, sfidano gli impedimenti...Fanno rivivere momenti passati, resuscitano attimi morti, proiettano tempi che non esistono più. Hanno la costanza dei fantasmi. E anche questa è una lotta, contro la caducità. Contro la morte. 

 

Ogni prima settimana di dicembre ad Avellino si tiene un piccolo festival, il Laceno d'oro. L'aggettivo non deve essere inteso come una carenza ma occorre piuttosto figurarsi una perla minuta nel mare sconfinato perché lì, fra le sinistre montagne irpine, ogni anno grandi registi passeggiano per il corso della cittadina campana. Da Ferrara a Gomes, da Naderi a German Jr, quest'anno è stata anche la volta di Stephan Brizé, a Cannes 2018 con il suo En Guerre.

Il film del regista francese si concentra sulle lotte operaie e non si vanta delle sue intenzioni, non è mai oscenamente didattico nel mostrarle. Piuttosto si muove in preda ad un'esigenza profonda, sfruttando il silenzio da cui è nato il cinema e il corpo che lo ha forgiato. Prima di essere politico nelle vicende che racconta, lo è nelle immagini contratte e rapide, nel suo incedere senza fiato, nel non concedere scampo a chi sta guardando. Niente si risolve. La lotta degli operai della fabbrica è una guerra in cui da spettatori siamo chiamati ad assistere, soffrendo, boccheggiando in cerca d'aria ad ogni teso e apparente momento di quiete.

In un certo senso siamo tornati indietro a quel Tempi Moderni in cui Chaplin oltre a ridicolizzare il bisogno di parlare denunciava con nevrotiche movenze le condizioni operaie. E questa chiusa del cerchio può farci pensare che da quando è nato il cinema combatte la stessa e unica grande lotta.

 

Non so bene quale sia la degna chiusa di questo articolo, che tenta davvero in poche righe di affrontare un discorso così sconfinato e necessario. Ma tutto nasce dalla pericolante idea di onorare il carattere guerrigliero di questa arte e di ispirarsi ad essa, quindi di imparare a volgere a proprio favore limiti e debolezze, sfruttare ogni squarcio e feritoia per farsi sentire, per combattere chi vuole zittire o limitare, che sia un'insensata censura o una stupida e infima dittatura. Tutto, ogni mezzo è lecito per gridare. Anche questo bell'insieme di carta pieno di disegni e parole che comunque spiccano in un mondo traboccante di voci da ogni dove.

C'è un altro film del Laceno che mi ha fatto riflettere ed è stato proprio il vincitore del concorso dei lunghi, un'opera dal titolo Erased, Ascent of the Invisible di Ghassan Halwani. Il film del giovane regista libanese ragiona sulle migliaia di persone scomparse durante la Guerra Civile in Libano. Molti corpi non sono mai stati trovati, ma Halwani porta alla luce la loro assenza. Nel silenzio ridisegna minuziosamente i volti. Pazientemente raschia via dai muri della città gli strati di carta che negli anni hanno coperto le foto segnaletiche delle persone smarrite nel nulla, ormai dimenticate. Le figure riemergono, Halwani le evidenzia con la macchina da presa. Improvvisamente tornano ad essere un'urgenza. Non è un esempio incredibile di come combattono le immagini? Di come, contro tempo e oblio, non perdano mai la voce?

Vanno solo sapute sollecitare affinché la loro natura libera si esprima sotto i nostri occhi mai sconfitti.

 

Illustrazione di Martina Brodolini.

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