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Angoli di Trastevere | Il caso dei mulini del Gianicolo

February 11, 2019

Il più delle volte le fonti antiche ci raccontano di personaggi, usanze o luoghi, di cui non abbiamo più memoria e che ormai riecheggiano esclusivamente nelle parole di un autore lontano. È nella loro lettura che cogliamo sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che prima c’era e che ora, per poterla comprendere e vedere con gli occhi di oggi, necessita di studi e di continui confronti con le tracce, spesso labili, del passato. Fonti materiali e immateriali che intrecciandosi permettono di ricomporre una storia. La presenza di impianti di produzione, e di quanto materialmente ne sopravvive, costituisce, per esempio, un indicatore economico e un punto di partenza per la ricostruzione dell’immensa macchina produttiva di Roma, con i suoi quartieri più o meno a questo aspetto sociale votati.

 

«I Romani antichi decisero di circondar di muro il colle e la ripa del fiume da quella parte, affinché i nemici non potessero sciupare i molini». Con queste parole Procopio di Cesarea, storico del VI d.C., ci parla della presenza di mulini sulle pendici del Gianicolo, che l’imperatore Aureliano nel 271 d.C. decise di racchiudere, allo scopo di proteggerli da possibili attacchi nemici, nell’immensa opera difensiva che furono le Mura Aureliane, testimoniando così la loro essenziale importanza per la città. Due sono gli impianti individuati nei pressi dell’antica Porta Aurelia, oggi detta Porta San Pancrazio, vicino all’attuale Accademia Americana. I mulini ad acqua furono installati lungo il pendio del colle per sfruttare la caduta dell’acqua, che dalla sommità scendeva fino alla sottostante pianura trasteverina, ed erano alimentati da uno dei due acquedotti che rifornivano la Regio XIV, quello dell’aqua Alsietina, molto più antico dei mulini stessi e proveniente dal Lago di Martignano, e quello dell’aqua Traiana, che riceveva acqua dalle sorgenti sui monti vicini al Lago di Bracciano. La costruzione dei mulini gianicolensi è da individuare nel corso della prima metà del III secolo d.C., ovvero prima della realizzazione del tratto transtiberino delle Mura Aureliane che li difendevano, probabilmente sotto il regno dell’ultimo imperatore dei Severi, Alessandro.

 

Ma perché introdurre una pratica, quella dei mulini ad acqua, in sostituzione del più consueto utilizzo della forza umana o animale del mondo antico? La risposta va identificata probabilmente in un preciso intervento di carattere amministrativo, ovvero nel momento in cui si modificò la complessa struttura delle distribuzioni granarie. L’origine della distribuzione del grano a Roma è molto antica e risale alla lex frumentaria del 123 a.C., con la quale il tribuno della plebe Gaio Gracco diede inizio ad una serie di provvedimenti per una sistematica ripartizione del grano tra i cittadini. Durante il corso dei secoli questo beneficio fu modificato e probabilmente sotto Alessandro Severo venne stabilita, al posto di quella del grano, l’elargizione del pane.

 

Cambiamento che comportò un sovraccarico degli oneri dell’Impero per quanto riguarda la macinazione del frumento e la panificazione e che quindi impose l’utilizzo massiccio dei mulini. E le pendici del Gianicolo, che affacciano sulla zona allora occupata da immensi magazzini, percorse dai due acquedotti, si presentavano particolarmente adatte al nuovo fabbisogno.

 

La realizzazione dei sistemi idrici, con tutte le sue implicazioni sociali ed economiche, aggiunge dunque un tassello poco noto alla storia della produttività antica del rione di Trastevere, che ha visto l’impiantarsi, sul colle che lo difendeva, di un importante centro di lavorazione della città di Roma.

 

Illustrazione di Federico Russo.

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