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Quando i mostri si confondono in mezzo a noi

February 11, 2019

La verità è che mentre si chiudeva la porta di quell’interno notte di una pellicola cruda – una stanza anonima, in una caserma come tante, in una notte qualsiasi buttata nelle periferie di ogni luogo; una notte che racconta l’arresto di un ragazzo come tanti – Stefano Cucchi – Io ho chiuso gli occhi.

 

Come fanno i bambini, quando guardano un film di paura, perché ce lo hanno sempre detto: i film dell’orrore smettono di farci paura quando cresciamo, perché acquisiamo la consapevolezza che i “mostri” non esistono. Ma quando a terrorizzarci è qualcosa di reale invece, quando i mostri si confondono in mezzo a noi, il timore non si estingue mai.

 

La porta che si chiudeva alle spalle di Alessandro Borghi era una porta reale nella finzione evocativa. Una porta che si è chiusa veramente. E io avevo paura che per raggiungere il pubblico nel profondo, per portare a casa il risultato facile, lo strazio delle grida, il rumore sordo delle manganellate che vanno giù dure sulla “pelle” si sarebbero fatte sentire. E invece niente. Non un’inquadratura. Non uno strillo. Silenzio. Ho aperto gli occhi, ho continuato a temere. Con il fiato sospeso. Fino alla fine.

 

La verità forse è che io, in questura, le ho sentite le manganellate, la gente implorare di smettere, e i tutori di un ordine che nelle notti di caserma diventa così arbitrario, continuare; e andare giù ancora più pensate. Non sulla mia pelle ma le ho sentite. Ho visto le stanze asettiche e la facce incazzate del turno di notte. I tagli marziali e gli stratagemmi per attenuare il danno, poi.

 

Ho sentito sopraffarmi l’impotenza che può ingannare un famiglia semplice, di borgata. Ho percepito i meandri della burocrazia nei quali si può anche morire. Come se fosse un problema che potesse sfiorarmi: a me che c’ho la faccia da figlio di papa’, e me la so’ sempre cavata con un maledetto “buonasera”, anche a fa cazzate da borgata. L’ho sentito sulla mia pelle, come se mi riguardasse quell’impotenza. Quella consuetudine. Perché ogni volta che una porta si chiude dietro a una cattiva risposta, dietro ad una cattiva azione, dietro a una brutta storia: qualcuno, indifeso, in una stanza chiusa a chiave teme di sentire le botte, per poi dover inventare di essere caduto dalle scale per un abuso di potere dettato dalla foga del momento. Se è fortunato.

 

John Donne diceva, e Hemigway sottolineava, che “la morte di qualsiasi uomo ci sminuisce. Dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, e tutti gli uomini che sono morti o hanno subito soprusi e abusi prima e durante il regime carcerario ci siano d’esempio. Né santi, né diavoli. Ma martiri scomodi di un sistema spesso inadeguato, in mano a uomini incapaci di gestire l’enorme responsabilità di cui sono investiti; che una domenica mattina qualsiasi, in una stanza anomia, in un ospedale come tanti, potrebbe suonare la campana a morto, per uno sbaglio stronzo, per una persona come me, per una persona come voi.

 

Illustrazione di Valerio Paolucci.

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