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In Mostra | Intervista alla direttrice del Museo di Roma in Trastevere

February 11, 2019

Qual è la storia del Museo di Roma in Trastevere?

Il Museo nasce alla fine degli anni ’70 come museo, con la denominazione di “Museo del folklore e dei poeti romaneschi”. Qui furono convogliate molte opere del ‘700-‘800 che riguardavano la città di Roma, focalizzate sulle tradizioni popolari e la vita quotidiana. Erano tutte opere appartenenti alle collezioni di Palazzo Braschi, in particolare furono portate qui anche le cosiddette “scene romane” che erano delle ricostruzioni fine anni ’30 aventi come tema la popolarità romana e il carnevale romano.

Nel Museo fu poi ricostruito, dopo la morte del poeta Trilussa, il suo studio/abitazione di via Maria Adelaide. Era come una camera delle meraviglie, un luogo di culto. Lui era, infatti, anche un grande collezionista e accumulatore seriale di qualsiasi tipo. Alla sua morte quando il Comune ricevette il suo archivio, la sua biblioteca ed anche tutti gli oggetti che si trovavano al suo interno ricostruì fedelmente qui il suo studio.

Poi negli anni 2000 il Museo cambiò e cambiò anche nella sua struttura interna, destinando il chiostro al piano terra come spazio adatto alle mostre temporanee. Si iniziò con le prime edizioni del World Press Photo che fu esposto qui annualmente fino al 2016. Il Museo iniziò ad interessarsi così alla fotografia, all’audiovisivo, ai fumetti, a tutte quelle espressioni che non appartenevano propriamente all’arte contemporanea.

 

Come mai questa focalizzazione sulla fotografia?

Durante gli anni di Veltroni come sindaco di Roma il Museo prese la denominazione attuale, oltre che per demarcare il legame con il territorio, anche per fare diventare questo luogo un luogo che potesse testimoniare la contemporaneità con uno sguardo verso le realtà internazionale, attraverso dei linguaggi “diversi” come le arti visive. La fotografia divenne quella più rappresentativa nelle mostre contemporanee, con molto riscontro di pubblico e facendo diventare il Museo attuale e contemporaneo, come lo è ora.

 

Parlava prima del legame del Museo con il rione. Come si sviluppa?

Questo Museo ha un legame particolare con il territorio. Trastevere in se è un territorio ancora molto legato alla sua città, sicuramente con un’identità ben specifica e popolare. Quando io sono arrivata qui nel giro di pochissimo tempo tutti sapevano chi io fossi e sono attualmente riconosciuta come parte del territorio, come succede anche con il barista o il gallerista qui di fronte.

Un’iniziativa importante in questo senso è stata l’intervento che Andrea Fogli, un artista di Trastevere, fece un anno e mezzo fa circa all’interno del Museo. Ha realizzato una mostra intitolata “Trastevere intrecci di arte e di vita”, un confronto diretto con il rione e la città, non solo dal punto di vista artistico ma anche sociale. Allestì al primo piano diverse edicole dedicate agli artisti di Trastevere, agli intellettuali che ci vivevano, ai bottegai e alle trattorie storiche. Ci fu un vero intreccio di arte, vita e cultura. Per questo il Museo di Trastevere, più di altri musei della città è un luogo inserito nel territorio.

 

Voi possedete anche una collezione fotografica molto importante che rappresenta Trastevere ma anche tutta la città di Roma. Ce ne parla?

Quando al Museo venne data una nuova denominazione e un taglio più contemporaneo abbiamo iniziato ad acquisire dei fondi fotografici. Ora sono tre gli autori rappresentati, tutti del ‘900: Mario Carbone, documentarista e fotografo novantaquattrenne, di lui abbiamo circa 150/180 stampe vintage; Emilio Gentilini, anche lui ancora vivente, che nel ’71 – ’72 fece un reportage sul rione trasteverino, di questo lavoro noi abbiamo quasi 200 stampe di vita popolare di Trastevere, dove sono rappresentate soprattutto le donne; e poi abbiamo tre stampe di Gianni Turillazzi, fotografo milanese, sempre dedicate a Trastevere.

 

Molto spesso nelle mostre temporanee che esponete fate dialogare le vostre collezioni, non solo fotografiche ma penso anche ad esempio alle Vedute di Ettore Roesler Franz, con opere più contemporanee.

Roesler Franz anche se era un artista della seconda metà dell’800 ha praticato la fotografia, per cui di tutti gli scorci della sua “Roma pittoresca” lui fece anche delle immagini fotografiche che sono state poi acquisite dagli Alinari. Quando nel 2014 esponemmo i suoi acquarelli all’interno della mostra abbiamo dato spazio anche ad una ricca parte fotografica, conservata dall’archivio fotografico del Museo di Roma, che rappresenta gli stessi luoghi e lo stesso periodo delle vedute di Franz sulla città. Roma stava cambiando e si stava modernizzando, e in quel periodo il Comune commissionò ad alcuni fotografi di rappresentare questo mutamento. Le fotografie e gli acquarelli di Ettore Roesler Franz in mostra sono state fatte dialogare per riportarci, nella stessa maniera nostalgica, all’idea di una Roma Sparita.

 

Come è nata l’idea di portare al Museo di Roma in Trastevere la mostra attualmente in corso “Lisetta Carmi. La bellezza della verità”?

Io ho una predilezione per le fotografe donne. Non tanto perché siano più brave, anche se comunque hanno un altro sguardo, ma perché in realtà in passato non hanno avuto la stessa visibilità che hanno avuto gli uomini nel campo dell’arte. Per cui mi piaceva continuare questo filone espositivo dopo la mostra di Vivian Maier e Sylvia Plachy. Così quando una mia amica mi ha parlato del lavoro di Lisetta Carmi ne sono rimasta folgorata, dalle sue immagini e soprattutto dalla sua storia. Ho cercato il suo contatto e sono andata a conoscerla. Ho scoperto che oltre ad essere una fotografa eccezionale è anche una donna eccezionale, come poche ce ne sono.

 

Cosa le ha raccontato?

Lei è una donna anche molto selettiva quindi inizialmente era abbastanza diffidente e non parlava molto di fotografia, parlava di quella che chiama “la sua terza vita”, la sua scelta di andare a vivere a Cisternino e costruire un ashram dedicato a Babaji, un sacerdote indiano di religione indù. Poi però quando le ho cominciato a parlare di fotografia è stata un fiume in piena.

 

La mostra si sviluppa esponendo diverse sue serie: il porto di Genova, i travestiti, le sue fotografie di viaggio, il lavoro sulla metropolitana di Parigi, i ritratti a Ezra Pound. Qual è la serie che sente più vicina?

Quella che preferisco a livello di linguaggio fotografico è quella sulla metropolitana, è il lavoro che rende di più la rappresentazione della città moderna e contemporanea attraverso il simbolo di Parigi e cioè il metrò.

L’altro bel lavoro che rappresenta anche l’unione tra la sua prima vita di pianista e quella di fotografa è “Il quaderno musicale di Annalibera”, un lavoro altamente concettuale. Prendendo uno dei brani di avanguardia di Luigi Dallapiccola lo trasformò in un’opera concettuale: solarizzò il negativo , lo incise e poi lo stampò. Con i segni incisi sul negativo lei riuscì a tradurre la sensazione di drammaticità che l’opera di Dallapiccola le evocava .

Poi come non amare il lavoro de “I travestiti”? Li c’è tutta Lisetta. Il suo confondersi con gli altri, capire la diversità altrui e quella propria. Con questo suo progetto fotografico ci restituì l’amore che aveva per gli emarginati, facendo anche molto scandalo. Il lavoro iniziò così, per caso. Un amico la invitò a festeggiare il capodanno nelle case del ghetto ebraico dove vivevano i travestiti che poi fotografò e venne subito colpita dall’ostentata estetica borghese dei loro interni: i ninnoli, i quadri, le cornici rococò, il divano, gli specchi. Fu attirata dalla loro grande umanità e dal loro modo di vivere quel ghetto: isolati, diversi, ma poi di nascosto sempre cercati. Per cinque o sei anni continuò ad andare da loro, vivendoci anche per un periodo, diventandoci amica, sviluppando con loro un rapporto anche di transfert: riprendere l’altro identificandosi. Alla fine decise di farne una pubblicazione. Dopo le prime fatiche a trovare un editore disposto a pubblicarle il lavoro, la distribuzione e le librerie la boicottarono e così rimasero giacenti la maggior parte delle copie stampate, acquistate poi dalla sua amica Barbara Alberti che in parte le usò come dono ai suoi amici e in parte ci creò la struttura del suo letto. Ora “I Travestiti” è uno dei libri più quotati e rari in Italia.

 

Ci può dare delle anticipazioni sulle prossime mostre?

Ci sarà un’esposizione in collaborazione con il Touring Club sul tema “le vacanze degli italiani” a partire dal dopoguerra, utilizzando anche gli archivi del Touring Club. Dovrebbe esserci anche un concorso per i cittadini, invitandoli a condividere i loro album fotografici sul tema.

Ci sarà poi una nuova collaborazione con il Goethe Institut, e una mostra della fotografa romana Simona Filippini che si svilupperà proprio come dialogo tra le sue immagini e la nostra collezione di dipinti di Diego Angeli, intellettuale e scrittore tra fine ‘800 e primi ‘900. Piccoli dipinti formato cartolina correlati alle visioni romane di Simona fatte con la polaroid.

 

Illustrazione di Ludovica Cefalo.

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