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Racconti trasteverini | Il Disturbatore

February 20, 2019

A quei tempi io, Marta e Sasà non avevamo una lira. Per noi vivere a Trastevere, a via della Mantellate 15, valeva spendere il 90 per cento del nostro stipendio in affitto. Però, cristo, eravamo veramente felici. Non ce ne fregava niente di scopare, di lasciare un posto nel mondo. Avremmo ospitato uomini nel letto, con una Peroni sgasata nel frigo, aperta giorni prima, chiedendogli un paio di filtri da tabacco in cambio di sesso spoglio, campando di sogni e bagagli vaghi, del tutto irrisori, del tutto innocui, del tutto incompiuti. Per noi il futuro era alle porte. Per noi il futuro era là, sebbene incalcolabile, sebbene fai 'npò come te pare.
Eravamo molto amiche. Tutte e tre appena lasciate da una “relazione stabile”, tutte e tre alcolizzate, tutte e tre affamate di vita sul divano e pigiama. A cavallo tra la totale spensieratezza e la disinvolta viziosità inappagata, quella sera specifica, ce ne stavamo a raccattare tabacco dagli angoli dei cassetti, accingendosi a mangiare una pasta comune aglio, olio e peperoncino, nella nostra nicchia protetta. Era l’11 novembre del 2013, giorno in cui piovve di più nel terzo millennio a Roma. Quel giorno in cui i margini del Tevere stavano per andare a farsi fottere. Quel giorno in cui le foglie nei tombini rischiavano di distruggere millenni di storia di acquedotti e fognature.
I gabbiani, consoni a quel periodo annuale, se ne erano andati. Con la pioggia. “'Ndo cazzo stanno i gabbiani quando piove?” ci chiedevamo annoiate. Sasà ci aveva detto che nel pomeriggio aveva visto una molteplice quantità di troupe televisive di fronte al carcere dicendo, appena rincasata, “ne hanno beccato uno buono”. Intuizione dettata dalla specialità della faccenda. Noi abitavamo a via delle Mantellate 15. Di fronte ad uno dei padiglioni di Regina Coeli.
Noi che abitavamo là ci avevamo fatto il callo sui rumori dal carcere, li conoscevamo e quasi infastidite, imprecavamo delle loro grida ad ogni ora del giorno. Noi ad esempio sapevamo, in quel periodo in cui la mancanza di pecunia ci costringeva a casa, quando vinceva o perdeva la Roma, quando davano ai carcerati del cibo di merda, quando la scelta dall’alto del film della domenica non era di gradimento. Quando anche si spegnevano le luci, intorno alle 22, e ci stava il nuovo arrivato che si struggeva sbraitando la propria innocenza, e tutti gli altri, volendo dormire, gli dicevano “daje chicco siamo tutti innocenti non cagà il cazzo” - noi sentivamo tutto distintamente.
Ed era folkloristico, per noi borghesi del cazzo, che col tempo avevamo imparato a sorridere anche delle conversazioni tra dentro e fuori, i famosi sospiri, che erano urla, tra amanti, tra amici, tra chi diceva cose da fuori per farsi sentire da dentro.
“Gino, Ginoooooo, Ginooooooooo”.
“Gino te cercanooooo”.
“Sò Gino, chi è?”.
“STO CAZZO”.
“Mariooooo Marioooo io ti amo, ti aspetterò per sempre. Starò sempre qua, sti stronzi non ce la faranno a separarci”.
E da dentro, Mario, commosso, riusciva solo a urlare un laconico “grazie amore” strozzato dall’emozione.
Solo chi ha abitato dove abitavamo noi può capire la totale empatia mista a tristezza, mista anche a fastidio del sentire tutto quello che è urlato; da dentro e da fuori. 
Quella notte, quella in cui piovve, quella sera in cui squattrinate andammo a dormire presto, arrivò Lui. Il matto, quello che stava sempre dietro ai giornalisti in diretta a sollecitare i giovani ad usare il preservativo, “quello famoso”. Il rompicoglioni, Lui che era stato accusato di essere in possesso di materiale pedopornografico, Lui che, ai tempi, forse, ne aveva anche prodotto e diffuso di materiale pedopornografico, oltre ad essere accusato di sfruttamento della prostituzione minorile. Proprio lui. Quello con la stempia, quello veramente brutto e inquietante, quello che comunque sia non l’avresti mai detto , quello che è vero: “salutava sempre”.
Quello che ricordo, quello che sta per essere raccontato è frutto di reminescenze uditive, arricchite da cinque anni di pensieri sull’argomento. Non so per certo cosa sia successo, ricordo nettamente l’inquietudine, quando intorno alle 22 si spensero le luci quella notte dell’11 novembre 2013. Ed era lui, il nuovo arrivato che urlava “sono innocente”, nessuno però gli disse “oh tranquillo” “non rompe i cojoni” “statte zitto”. No. Per la via regnava solo il rumore della pioggia battente. All’inizio tutti erano silenti. Finché in due, tre hanno iniziato a dirgli “merda, sei una merda, te scopi i regazzini, magari mori”. Disperato urlava di più “sono innocente”. Poi silenzio.
Poi abbiamo iniziato a sentire dei lamenti “Aio, mi fai male, ma che ti ho fatto?” “Oddio mi fai male, fermo, fermo” accompagnati da distinti rumori sordi, tonf tonf.  “Ma che state a fa. Fermatevi. AIUTO”. “Aiuto” diceva.
Nel frattempo rumori di stoviglie sulle grate provavano a camuffare quelle urla. Noi sapevamo che insieme alle luci che si spengono si chiudono anche le celle. Chi stava menando chi? Dove avevano messo la celebrità, in una cella comune? Un pedofilo insieme ai reati comuni? Lui, proprio lui, la stessa voce che invocava la sua innocenza, il nuovo arrivato, chiamava le guardie “oh aiuto, guardie guardie”. Noi, da dentro al letto abbiamo sentito le urla di chi prima urlava e poi non urla più. Noi, borghesi, con la casa in affitto a via delle Mantellate, noi che prendevamo per il culo i sospiri sapevamo distintamente che il silenzio postumo al lamento non era una bella cosa.
Le guardie, quelle chiamate dal nuovo arrivato arrivarono, e sentivamo “tutti al muro, nessuno si muova”, ma qualcuno, forse (evidenziando il forse) si ribellò. Perché nell’arco di pochi secondi si sentì un insieme di rumori accatastati: “correte” qualcuno urlava, sempre rumori sordi, tonf tonf, sempre “smettetela”, qualche bestemmia, ma dei distinti “aiuto”. E poi un allarme, unica volta sentito dalla nostra abitazione trasteverina, che avvisava una rivolta e chiamava a raccolta altre guardie. Gli altri due padiglioni in subbuglio, come quando i carcerati andavano in protesta per il cibo di merda o la mancanza di riscaldamento. Si sentivano rumori di oggetti sul muro o stoviglie sbattute su altri oggetti duri, tutto quello che faceva rumore veniva usato per far sentire la loro presenza, il loro dissenso. Urla “ma che state a fa?” Tutti a quel punto erano svegli, tutti all’interno del padiglione di fronte casa nostra sembrava stessero ricevendo una lezione. “Chiudete le celle”, qualcuno urlava. Chiudete le celle? Già quelle stesse celle lasciate aperte dopo le 22 quando avrebbero dovuto chiudersi, casualmente lasciate aperte la notte in cui Lui, l’accusato di possesso, produzione e diffusione di materiale pedopornografico fu incarcerato, quelle stesse celle lasciate aperte che ora, nel momento della rivolta, venivano pregate, urlando, piangendo, sbraitando, di esser richiuse.
Quella notte, quella in cui sembrava che dei detenuti pestarono Lui, quella notte in cui i detenuti sembrava vennero a loro volta pestati dalle guardie, quella notte in cui il carcere stava per crollare. Con l’arrivo delle guardie che avrebbero dovuto sedare una rissa vi fu una rivolta. Un altro pestaggio da chi armato mette a tacere chi non lo è. Perché, forse, la lezione doveva essere duplice; una per Lui, il Disturbatore, e una per tutti gli altri, indifferentemente.
Noi tre, ritrovate in corridoio per l’eccessivo frastuono, come si addice a un terremoto, o a un’evacuazione, impaurite all’idea di un’evasione di massa tanta era la caciara ci siamo sedute sul divano terrorizzate, senza parlare mentre il silenzio tornava prepotente per la via. Pensando alla relazione tra colpevolezza e pestaggio, a quale distanza intercorre tra il disprezzo verso un reato commesso e la capacità di punirlo personalmente, ci stavamo chiedendo: quale potere affidato da chi dovrebbe giustificare la violenza corporea?
Quel novembre a Roma ha piovuto tutti i giorni. Quell’anno il Tevere, a novembre, stava per impossessarsi della città.
Il giorno dopo Il Disturbatore, l’impertinente, l’invadente petulante inquinatore televisivo fu trasferito altrove.

 

Illustrazione di Enton Nazeraj.

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