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Racconti trasteverini | Rione e Titano

February 20, 2019

L'odore marcio della stazione mi entrava nelle narici sconvolgendo le budella più del solito. Aveva appena smesso di piovere in quell'agosto pluviale. L'umidità e le esalazioni fresche di Peroni erano al settimo cielo. Il fetore di piscio, ai massimi livelli, si diffondeva come i topi nelle fogne. Mi infilai tra la massa di persone che popolava l'uscita della metro B. L'aperitivo in stazione: centinaia di birre ammassate, tutte intorno all'ingresso della metro e la sbarra di ferro un tempo gialla, ora lercia, faceva da cordone di protezione per i cocci; così che non piovessero sui passanti diretti verso i treni. Le guardie non dicevano mai nulla e ci lasciavano fare, perché del resto un po' di svago ce lo meritavamo anche noi poveri disgraziati. Erano numerose le associazioni che ci garantivano un pasto caldo ogni giorno alleviando il peso di questa vita di merda. Superata la massa sgattaiolai verso destra dove ci stava l'ingresso di casa mia e durante il tragitto raccattai mezzo tramezzino per terra. Prosciutto e formaggio, il mio preferito. Tra l'altro era ancora fresco.
Mangiando continuai per la strada. Uno spazzino faceva finta di lavorare. Tutti i pomeriggi, alla stessa ora, quel dannato di Orfeo raccoglieva la monnezza e ne faceva un cumulo al centro dello spiazzo. Invece di raccattarla e buttarla nel secchio la gettava sotto al ponte. Mortacci sua.
A quell'ora Pino stava certamente cucinando, sempre che non avesse trovato una bottiglia di sambuca con cui avvelenarsi per bene. Il tramezzino mi aveva aperto ancora di più lo stomaco. Con la bava alla bocca, superata la sporcizia che arredava il lungo muro pieno di graffiti, scivolai oltre la rete di protezione, entrando a casa. Usai lo zerbino, già lurido, per pulirmi.
Il fornelletto di propano faceva bollire una pentola con della pasta e, a sentir l'odore, aveva coperto il fetore di quel tugurio. Alzando lo sguardo, Pino giaceva al centro del rifugio, soffocato dal suo stesso vomito. Era evidente ma esitai lo stesso, perché non volevo credere che fosse davvero finita così. Quel dannato si era fatto in vena.
Laureato in lettere classiche, anni fa tutti lo conoscevano con il soprannome di Titano.
Un metro e novanta di cristiano, bello e nerboruto, pancione in vista e camicia della Ralph Lauren blu consumata.
Era stato un bibliotecario e prima ancora aveva lavorato al comune per ben 25 anni. Soltanto dopo si era aperto una libreria tutta sua in via Lidia, all’Appio Latino. A causa della crisi del mercato del libro, un po’ la sfortuna di trovarsi in un quartiere in cui la lettura non è mai stata centrale, depresso, si convinse a spostare lentamente la sua attività a Porta Portese. Domenica dopo domenica aveva recuperato le giuste motivazioni: fu la svolta.
“Che boccata d'aria fresca”, pensò guardandosi allo specchio mentre si radeva una mattina dopo la doccia. Titano fece subito squadra con gli altri librai di Porta e con i soldi racimolati in poco tempo partirono tutti insieme, con il furgone scassato di Stefania, verso il salone del libro di Torino.
Ritornato dal viaggio era pieno di voglia di vivere. Non la finiva di raccontare agli amici di voler aprire un book-shop a stazione Trastevere. Gli affari adesso andavo alla grande. La voglia di riprovarci ancora una volta era tanta. Titano era convinto che se al viaggiatore, oltre a panini o gelati davi la possibilità di acquistare un libro, oppure di prenderlo in prestito, offrivi il più bel servizio che si potesse avere. Edizioni rare, da condividere.
Se l'amicizia con i librai gli aveva cambiato la vita, da lì a poco incontrò Arturo e Mario che gli fecero conoscere l'eroina. Si faceva ogni tanto e con il passare del tempo non tardò a diventare la peggiore delle compagnie per uno come lui. Se quella sera in cui chiuse la libreria all'Appio Latino fu l'alcol a coinvolgerlo in una rissa sotto le poste di Testaccio, oggi Titano era fatto di eroina a piazza Ettore Rolli. Ieri come oggi la pioggia apriva con gli artigli buche profonde tra i sanpietrini di Roma e nulla servì a quel pover'uomo per colmare tutta questa delusione. Dai recenti sogni di gloria passò ad una realtà nuda e violenta. La debolezza associata alla dipendenza lo stava facendo naufragare. Del resto vedeva meno i librai e sempre più Arturo e Mario, così che la sua depressione si tramutò in malinconia.

Si faceva di brutto, manco fosse un cane di merda.

Un pomeriggio di un lunedì qualsiasi barattò la sua collezione di classici greci per un paio di buste di roba.
A Porta Portese andava sempre più marcio e nonostante ciò non perse mai il rispetto di nessuno. Tutti gli volevano bene dandogli l’aiuto di cui aveva bisogno senza chieder mai nulla in cambio. Ricevette il loro apporto per un po' finché, testardo ed orgoglioso, non volle gravare più sulle spalle dei suoi amici.
Avvicinandosi sempre di più al fondo della vita, malinconico e pieno di vergogna per aver tradito soprattutto se stesso e l’amicizia con i librai, andò via da Porta Portese senza lasciare traccia. Neanche al Calisto poteva più andare, visti i buffi accumulati.
Il giorno che lo incontrai per la prima volta, l'orecchio mi prudeva tantissimo e non facevo che grattarmelo di continuo. Titano si avvicinò verso di me, allungò la mano e mi carezzò. Un gesto d'amore che non scorderò mai.
Il marcio della strada si faceva largo al passaggio dei nostri corpi ed il bar Baffo illuminava, con dei neon gialli, il marciapiede maleodorante. Saranno stati un paio di giorni che gironzolavo in stazione alla ricerca di una fetta di pane da sgranocchiare con la fame che divorava il mio stomaco.
L'avevo seguito oltre il binario 6, nell'alto del cielo la luna per metà illuminava lo scheletro del gazometro, dall'altra il buio si diffondeva creando il vuoto.
Quella notte offrendomi il suo pasto dimenticai il prurito all'orecchio e finalmente lo stomaco cessò di urlare. Giorni dopo decidemmo di spostarci a chiedere i soldi in via del Corso fino a quando, arrivati i vigili, ci cacciarono violentemente dal muretto dietro piazza Augusto Imperatore. La nuova squadra voluta dalla sindaca era nota da tutti per i suoi metodi da far west: soprusi e violenze oltre modo erano legge. L'aria era diventata pesante per tutti noi e nessuno voleva finire rinchiuso in qualche centro di detenzione temporaneo.
Alam, venditore di rose, era stato preso a schiaffi solamente perché qui in centro nessuno voleva vedere la sua faccia da “frocio bangla” girare tra i tavoli dei ristoranti. “Vattene da un’altra parte!” gli urlarono, dopo avergli gonfiato il viso.
A Kader invece, venditore di souvenir senegalesi, lo riempirono di pugni e calci fino a spezzargli l'osso della gamba perché aveva risposto con i pugni alla prepotenza smodata dei vigili. “Negro di merda la ricreazione è finita!” urlò con somma prepotenza il capo dei vigili. A piazza Ettore Rolli, Kader aveva lottato come un leone.
Impauriti dagli ultimi eventi decidemmo di cambiare zona e l'idea era quella di lasciare il centro della città valicando le mura con il favore della notte. Nel pomeriggio a Sant'Andrea della Valle, Beirut e Diana condivisero il loro alloggio con noi. Tra le risate bevemmo, fino a notte fonda, la bottiglia di Gin che gli aveva regalato Riccardo. Dimenticammo così gli abusi e le nostre orribili esistenze.
Lasciate le mura Aureliane alle spalle arrivammo a San Lorenzo verso l'alba. Nel quartiere l’eroina era tanta e per qualche giorno restammo in zona prendendo confidenza con il posto. La maggior parte delle volte Titano, tra un colpetto e l'altro, mi cedeva i suoi pasti perché diceva che ero giovane e dovevo mangiare, crescere e diventare forte. Ad un vecchio di merda drogato come lui, nutrirsi non serviva poi così tanto. L'inverno in strada è terribile e se sei denutrito rischi di lasciarci la pelle.
Riprendemmo la strada seguendo quel serpente infido della tangenziale verso est fino a Tiburtina. In alto dove il guardrail si tinge di rosso per la ruggine, alcuni rami pieni di foglie verdi si erano fatto largo nel cemento. Ammirammo l'ostinazione di quella pianta fermandoci qualche istante, sotto la pioggia, a contemplarla. Più avanti trovammo casa in un rifugio vicino al binario per il regionale. Il posto era brutto, fetido e puzzolente, ma potevamo contare su un tetto solido fino alla fine dei nostri giorni.
Botan era morto in inverno. In stazione lo conoscevano tutti per i suoi origami stupendi. Non esisteva pezzo di carta che lui non manipolasse trasformandolo. Cigni, pesci, draghi o farfalle prendevano vita dalla magia scaturita dalle sue mani.
Le dita erano lunghe e sottili: “Botan sei un pianista mancato” gli dicevano alle volte.
In cambio dei suoi origami chiedeva pochi spicci, ma si accontentava spesso di un offerta libera o di una gentilezza qualsiasi. Prima della sua morte ricordo un pomeriggio passato con lui, quando una bambina bionda vestita con un delizioso abito nero a fiori gialli si avvicinò a guardare gli origami. Alla fanciulla mancava l’incisivo destro perché stava cambiando i denti da latte. La piccola, senza timore, prese la farfalla realizzata con le pagine di Vogue e Botan gli sorrise. Un sorriso straordinario il suo. Tutte le volte trasmetteva calma se eri agitato e felicità quando eri triste.
Ricordo quando il Comune aveva transennato le grate dove ci stendevamo al riparo dal freddo per scaldarci con il tepore fuoriuscito dalla metro. Secondo loro era degradante avere dei poveri dannati dormire così alla vista di tutti e alle volte come se non bastasse ci prendevano con la forza.
A 63 anni Botan, l’alchimista di Cracovia, era morto di freddo proprio accanto a quelle grate, con cui aveva cercato di scaldarsi fino all’ultimo, inutilmente.
Mancherà tantissimo a tutti tranne a quei bastardi di Roma Capitale. Ancora oggi ogni volta che becco qualcuno pisciare sulla sua tomba provo a cacciarlo via. I più stronzi mi rincorrono e quando riescono a raggiungermi ci becco le botte.
Se penso a questa vita violenta è assurdo, però mi mancheranno tutti. Titano è morto e non posso fare più nulla per aiutarlo.
Il mio nome è Rione, sono un cucciolo randagio di un anno e mezzo ed ora che il mio amico è morto sono solo come un cane.

 

Illustrazioni di Elia Novecento.

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