© 2017 by "IL VENTRILOCO". creato con Wix.com

Storie da sfornare a buffo | Elisabetta Bathory, la contessa vampiro

February 23, 2019

 

Elisabetta Bathory, la contessa vampiro

 

Che lo si ammetta o no, siamo tutti attratti dalla cronaca. O nero o rosa o entrambe. Questo perché ci piace farci i cazzi degli altri, sia per cercare di comprendere la psiche oscura sia per sapere chi se scopa chi. Non c’è niente di cui vergognarci, è un dato di fatto. Solo un fatto di cronaca rosa coincide con uno dei più famigerati casi di cronaca nera ed è quello di Elisabetta Bathory, la contessa Dracula. 

 

Siamo alla fine del 1500, in quella che è l’attuale Ungheria. In quel periodo le famiglie di stirpe reale si accoppiavamo tutte tra di loro. Non a caso i figli venivano su un po’ picchiatelli, senza tutti i lunedì insomma. 

 

La giovane Elisabetta, figlia di due cugini di primo grado, aveva l’epilessia fotosensibile e la schizofrenia ma era considerata bellissima. Che poi dipende tutto dai canoni dei tempi, perché dai quadri non sembra tutta sta fregna. 

 

Fin da bambina, quando ancora viveva con i genitori, aveva sviluppato un sadismo estremo assistendo alle torture che lo zio, stratega militare e comandante, infliggeva ai suo sottoposti. Pare che all’età di nove anni vide l’amputazione di nasi, orecchie e lingue di 57 disertori dello zio e fu felice e senza attacchi isterici per tre giorni. 

 

C’è da dire, a discolpa dello zio, che anche lui era figlio di parenti tra di loro. I genitori della Bathory, anch’essi figli di genitori imparentati, vedendola così allegrotta e spensierata davanti a torture inaudite, decisero di scollarsela al più presto e di maritarla al primo ciclo. 

 

Ed è così che iniziano a vestirla di tutto punto e a mandarla a banchetti e ricevimenti ufficiali dicendole di mettersi in un angolo, sorridere e non fare scenate da pazza. Ed è così che conosce il suo futuro sposo Ferenc che se la sposa all’età di dodici anni. 

 

La loro, se ci fossero state le prime pagine, sarebbe stata una storia d’amore da prima pagina: lei bellissima, apparentemente mite e molto ricca, lui Conte, ricco, con mire espansionistiche e un esercito a disposizione.

 

Tutti nel paese parlano di loro, dei vestiti sgargianti di lei e delle imprese belliche di lui. Pare che, oltretutto, si amassero veramente. La coppia più in voga in quel momento. Immaginatevi Sissi e Franz, Carlo e Diana, Enrico VIII e Caterina D’Aragona, Barack e Michelle Obama, Grace di Monaco e Ranieri. 

 

La sola differenza è che a Elisabetta e a Ferenc piaceva assai torturare i propri servi. E lo facevano pubblicamente, alla luce del sole, perché loro erano potenti e con i loro sottoposti potevano farci quello che gli pareva. 

 

Erano aristocratici che se la prendevano con umili servi plebei. Giusto per dirne alcune: sono stati loro gli inventori della tortura delle arnie che consisteva nel cospargere di miele il mal capitato e lasciarlo un giorno e una notte davanti alle arnie. 

 

O anche di aprire il ventre di un cavallo morto e di cucirci dentro lo schiavo ritardatario ad esclusione della testa. O di lasciare una decina di insubordinati nudi in cortile al freddo ungherese, e di lanciargli dalle finestre sovrastati bidonate di acqua ghiacciata, fino a farli arrivare ad un passo dall’assideramento. 

 

Loro si divertivano così. Ma il vero fatto di cronaca nera avviene solo dopo la prematura dipartita del coniuge adorato, che nell’arco di una settimana si ammala di una misteriosa malattia e muore. 

 

Gira voce nel castello che forse, ma forse eh, qualche complotto di servi lo abbia avvelenato. La contessa vedova a questo punto veste il lutto e si chiude nelle segrete perdendo completamente il senno. 

 

Non che prima fosse proprio a piombo, ma quel barlume di umanità che risiedeva tra la tortura e il delitto si spegne del tutto. Inoltre all’età di 26 anni, la sua bellezza inizia a sciamare. Mortacci tua. 26 anni. Vero è che la vita media era di 50 anni, quindi a 26, giustamente, e per di più pazza, eri già rugosa e ad un passo dalla fossa comune. 

 

Si avvicina ai piaceri della carne, organizza orge pompose, se scopa tutti, maschi femmine reali plebei mattonelle. Ma niente. Si inizia a drogare, chiama alchimisti, stregoni, si fa imbottire di pastrugli miracolosi, ma niente. Non prova più piacere, in più sta invecchiando. Ci riprova con le torture. Non gli basta. Vuole di più.

 

A un certo punto a corte arriva questa strega che diventerà la sua più cara e vicina consigliera. Sta scema gli dice che il sangue delle vergini ha un sapore inebriante e inoltre che se te lo spargi tipo crema idratante ti fa ringiovanire. Lei, a cui mancavano un par de biglie, ci crede. 

 

Ed è così che iniziano a sparire le contadine nella contea. La stima delle vittime si aggira tra le 500 e le 650. Questo la rende tutt’oggi la serial killer donna con il più alto numero di vittime riconosciute. 

 

Una volta girata voce che la famigerata e scellerata contessa cercava contadine vergini succede una cosa assai prevedibile: iniziano tutte a scopà. Non ce freghi Contè. Ed è per questo che i poveri, contadini, plebei iniziano a protestare. 

 

Nessuno c’aveva più una lira. Quasi tutte le giovani donne della regione erano incinte, le contadine smettevano di lavorare al raccolto. Ma comunque sia, finché erano della plebe nessuno se li filava. 

 

A Palazzo, nel frattempo, Elisabetta aveva finito il sangue di vergine. E così, lei e la strega, iniziano ad organizzare banchetti aristocratici con la scusa di far entrare le giovani vergini del reame in società. Era il modo migliore per farsi cioccare. 

 

Le famiglie nobili della zona, non vedendosi tornare le loro figlie iniziano ad insospettirsi fino ad arrivare dal re in persona. Per non sentire più cazzi, quest’ultimo decide di mandare un drappello di soldati reali al castello di Elisabetta Bathory. 

 

Ed è solo allora che si scopre pubblicamente il tutto. Nelle segrete trovano due stanza: una, enorme, con i corpi accatastati di tutte le sue vittime, perché non aveva avuto neanche la riservatezza di nasconderli meglio; un’altra con dei ganci da macello attaccati al soffitto e con delle vasche sottostanti. Perché lei, oltre a berselo il sangue delle vergini, ci si faceva anche il bagno.  

 

Durante il processo, lei, sfacciata, confessa tutto, senza mostrare alcun segno di pentimento. 

 

La condanna è severa: murata viva in una stanza, con uno specchio e una sola fessura per far entrare il cibo e la luce, così da potersi vedersi invecchiare. 

 

Muore dopo cinque anni all’età di 46.

 

Domande conseguenti alla storia narrata:

 

- Quando gli scagnozzi della contessa andavano nei villaggi per cercare vergini come facevano ad individuarle? Che forse per sicurezza tutti nei villaggi si facevano cogliere in flagrante? Della serie “oh stanno arrivà, scopamo”?
- I contadini , di conseguenza, non dovevano neanche sforzarsi di rimorchiare, era solo un farsi trovare pronti al momento giusto con le braghe calate? Ed in più erano anche degli eroi, “Grazie grazie, mi hai sverginata”?
- Che forse nei villaggi esisteva la figura dello sverginatore, eroe, patriota, affetto da priapismo che aiutava le donzelle in difficoltà e che a tutti gli effetti gli salvava la vita?
- E se questa storia del sangue di vergine, collagene della giovinezza e afrodisiaco, fosse vera?

 

Queste risposte, forse, non arriveranno mai.

 

Storie da sfornare a buffo

 

Nessuno crede alla casualità. Plasmati da una mente più scientifica che spirituale diamo sempre una spiegazione a tutto quello che accade, o quantomeno la cerchiamo con affermazioni del tipo “non è possibile” “ci deve essere una ragione” non rassegandoci ad un semplice “a volte accade”.

 

Essendo sempre state persone nella media, in tutte le sfere della nostra vita, non siamo mai stati in positivo quell’uno su milione né di conseguenza crediamo di poter essere quell’uno su milione in negativo.

 

Quindi, probabilmente come non siamo mai stati quelli che sbancavano al lotto o si sposavano un milionario conosciuto sull’8 indossando il pigiama, non saremo di conseguenza quelli che moriranno sotto il colpo in testa di un uccello morto caduto dal cielo, o anche in un incidente aereo, o addirittura di unghia incarnita necrotizzante.

 

Ed è proprio in questo ragionamento né scientifico né spirituale bensì più pressappochista che si nasconde l’errore. Se vi è una probabilità, vi è anche una possibilità. Di conseguenza, tutto quello che è singolarmente o collettivamente probabile è anche possibile.

 

Qui di seguito verranno raccontate storie realmente successe a persone o a gruppi di persone, improbabili, oseremo dire, quasi impossibili.

 

Lo stile sarà schietto sincero quasi didascalico, a tratti dissacrante. Al limite del cinico, ma non per licenza poetica semplicemente per enfatizzare lo sconcerto, il “ma non ci credo”o il più gergale “ma che cazzo stai a dì?”.

 

La curiosità, in definitiva, non è altro che fame di storie, attesa di risposte.

 

E queste sono storie curiose, male che va da sfornare in un momento di silenzio durante una conversazione fiacca.

 

Le storie di seguito scritte non sono frutto della nostra fantasia, ma realmente esistite, talmente assurde che la nostra stessa fantasia sarebbe ben lieta di esserne la genitrice.

 

Illustrazione di Federico Russo

 

Leggi anche: James Cameron e la Fossa delle Marianne

 

Leggi anche: Roy Sullivan, l’omo più sfigato o fortunato della storia

 

 

 

Share on Facebook
Share on Twitter
Please reload