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Il maestro Pietro Cavallini si aggira per Roma

May 12, 2019

A volte nei sogni si fanno strani incontri. La notte scorsa è venuto a farmi visita il maestro Pietro Cavallini, il più grande artista della scuola romana del XIII secolo. Mi aveva dato appuntamento nel cortile interno di Santa Cecilia.

Il maestro, immobile come una statua, è lì ad aspettarmi accanto alla porta del convento. È alto, magrissimo ed è vestito da francescano. Il suo viso da asceta è in parte coperto da capelli grigi, lisci, lunghi fino alle spalle. La sua barba è perfettamente curata. Occhi chiarissimi, tra il blu e il verde smeraldo. Il suo viso emana una serenità tutta particolare. Impressionanti le sue mani: dita lunghe ed affilate, tutte guarnite da grandi anelli di stravagante fattura.

«Prima di iniziare il nostro viaggio, siediti con me su queste scale – mi dice sommessamente prendendomi per mano. «Vorrei confidarti qualcosa di molto importante. Si dice che la vita nell’al di là sia immersa in una misteriosa condizione che chiamano non-tempo. Fin qui nulla da obbiettare. I teologi cristiani però non sono mai riusciti a concepire, per chi abbandona l’esistenza terrena, una vera nuova vita; una esistenza che, sia pur diversa da quella dei mortali, lo renda dopo la sua morte in qualche modo ancora partecipe della storia umana. A voler essere gentile, vorrei dire a quei bravi pensatori dell’al di là che la loro idea di eterna beatitudine, concessa ai fortunati mortali, è una perfida fandonia. La prova? Eccomi qui con te, incazzato come un’aquila. I grandi esperti d’arte dovrebbero attribuirmi il titolo dell’artista più sfigato della storia. Perfino gli abitanti di questo Rione mi ignorano. Ecco perché sarei felice di vagabondare in tua compagnia da un secolo all’altro per farti conoscere la sorte che i potenti delle varie epoche hanno riservato alle mie opere. Sei d’accordo con la mia proposta?».

Sono stupito. Con quella sue parole Pietro aveva rivelato la sua vera indole, tutt’altro che ascetica. Il contrasto tra quella sua figura di mistico introverso e la filippica pronunciata contro i teologi mi lascia di stucco.

«Sono pronto a partire con lei in viaggio nel tempo senza avere la più pallida idea di ciò che mi attende», rispondo timidamente.

«Il nostro percorso inizia qui, nel convento di Santa Cecilia. In questo inizio del ventunesimo secolo, dopo averne viste di tutti i colori, il mio Giudizio Universale, una delle opere a me più care, è letteralmente incarcerato in questa residenza delle suore benedettine».

In quello stesso istante si apre la porta e una suora ci conduce in ascensore al piano superiore. Ci guida fino ad una sala del convento adiacente alla Chiesa. Rimango incantato.

«Ho speso tre lunghi anni per concepire quest’opera», mi dice Pietro con gli occhi lucidi dalla emozione. «Ed ora eccola qui, in questa sala del convento semicoperta da quei maledetti intonaci. Se non fosse stato per merito di un geniale archeologo, il mio caro Federico Hermanin, che, seguendo i miei suggerimenti, all’inizio del ‘900 fece scrostare le pareti di questa sala, il mio affresco sarebbe rimasto sepolto in questo muro per l’eternità. Nessuno sa che prima di dipingere i volti del Cristo e dei suoi apostoli ho disegnato un centinaio di visi della gente del rione. Volevo a tutti i costi dar maggior vita ai miei personaggi che la tradizione bizantina aveva parzialmente privato delle loro caratteristiche umane. Come puoi immaginare, mi avrebbe fatto piacere che i trasteverini ammirassero la mia opera gigantesca. Tanto più che il mio Giudizio Universale si trovava sulla controfacciata di quella splendida chiesa di origini paleocristiane che era Santa Cecilia prima del suo “ammodernamento” ad opera di quei cardinali imbecilli che, nel settecento, la trasformarono in un banale casermone. Quando Giotto venne qui a Roma per vedere la mia opera era ancora un ragazzotto. Rimase a lungo in ammirazione davanti a questo affresco. Lo vidi sconvolto non so se per gelosia o per stupore. Mi fece cento domande. Mi disse, in tutta sincerità, che, a sua conoscenza, nessun opera era comparabile alla mia. Restò nella nostra città per imparare dagli artisti romani la ritrattistica dei personaggi, l’arte della sfumatura e l’incertezza delle scelte cromatiche. Sapeva bene che, non solo io, bensì tutta la scuola romana era all’avanguardia dell’arte figurativa di quei tempi!».

Per più di un’ora, Pietro mi racconta nei minimi dettagli come concepì e realizzò quel suo capolavoro con l’aiuto di un solo suo allievo. Rimango sbalordito. L’osservazione attenta dei dettagli del suo affresco accentuano il fascino dell’opera e, soprattutto, ne rivelano la sua straordinaria originalità. Oso interrompere il maestro. Mi era stato insegnato ed avevo letto – gli dico – che la grande innovazione artistica di quel tempo porta il nome di Cimabue, di Giotto e degli altri artisti della scuola fiorentina. Cito le annotazioni del Vasari che ha addirittura menzionato, en passant, Pietro Cavallini come uno degli allievi del grande Giotto.

Pietro sbotta in una beffarda risata.

«Ci sono cascati tutti, perfino tanti eminenti storici dell’arte! Giotto era ancora in apprendistato quando venne a Roma per mettere il naso sui nostri lavori. Lo credo bene! La mia bottega era da tutti ritenuti all’avanguardia di quel tempo. Vasari è stato un grande erudito ed un eccellente artista “tutto fare”. Aveva un solo difetto: era un gran leccaculo. Malgrado i dissidi che aveva avuto con i Medici, per far piacere a Cosimo, suo signore e suo sponsor, non esitava a incensare gli artisti toscani a scapito di tanti altri, sopratutto quelli della scuola romana. Sono persuaso che Giorgio sia stato ben pagato dai nobili fiorentini anche per raccontare un sacco di balle al solo scopo di tramandare alla posterità l’immagine della loro città come tutti la conosciamo. Di quello che accadeva a Roma se ne parlava solo per dar risalto alla influenza politica e alla supremazia esercitata dai vari Papa-Re su tutto il mondo cristiano. Devo riconoscere che i vari promotori del primato della scuola toscana nel modo delle arti non avevano poi tutti i torti. Per secoli, la nostra Roma non è stata che un grosso borgo cosparso di ruderi; un borgo disastrato dalla incuria dei suoi governanti. Qui da noi, i vari potenti leccapiedi di tutti i pontefici, gli illustri cardinali, ne hanno fatte di tutti i colori. Ed io sono stato una delle loro vittime designate! Potrai constatarlo nel corso del nostro viaggio nel tempo».

Pietro non ha ancora terminato quella frase ed eccoci ambedue all’interno grande Basilica di San Paolo fuori le Mura. In silenzio, osserviamo i suoi affreschi che si susseguono sulle due parti alte della navata centrale. Un’opera gigantesca, di straordinaria bellezza: storie dell’Antico Testamento e degli atti degli Apostoli in ventidue riquadri su ognuna delle due pareti, intramezzati da figure di apostoli e di profeti.

«In questa basilica ho trascorso i migliori anni della mia vita», dice con un fil di voce, il viso segnato dall’emozione. «Fu Arnolfo di Cambio, il mio migliore amico e compagno di sventure, a trascinarmi in questa pazzesca impresa. Sempre in ritardo sul mio programma e sotto la pressione dei cardinali che sorvegliavano senza sosta il mio lavoro, mangiavamo e spesso dormivamo nella sacrestia. Mentre lavoravo lassù, sui miei affreschi, Arnolfo iniziava il suo progetto di quel magnifico ciborio che vedi lì, sopra all’altare maggiore. Seguiva il mio lavoro giorno dopo giorno. I suoi consigli erano sempre appropriati. Eccellente pittore, non si privava di correggere i miei errori e non esitava a sostituirmi quando ero stanco morto. Nei miei momenti di depressione s’improvvisava perfino come mio psicoterapeuta».

Usciti dalla basilica, a qualche decina di metri dalla sua entrata, siamo immersi nel traffico pazzesco della Roma di oggi. Automobili, moto e motorini che sfrecciano sulla via Ostiense senza nessun rispetto per i poveri pedoni che tentano, incerti e timorosi, l’attraversamento della strada.

«Ti ho riservato questa sorpresa» dice la mia guida «perché tu possa comprendere il mio stato d’animo. La chiesa che nei tuoi giorni vedi nel fondo di quel piazzale non è quella che abbiamo visitato. È un rifacimento dell’edificio originale andato in fumo nella prima metà dell’Ottocento. Il ciborio di Arnolfo si è salvato per miracolo dall’incendio, mentre della mia opera non c’è più traccia».

Nel corso delle nostre visite di quel poco che resta dei suoi dipinti e mosaici nelle chiese di Santa Maria in Aracoeli e di San Giorgio al Velabro, Pietro manifesta tutta la sua amarezza per la sorte che i “poteri forti” della Roma papale avevano riservato alle sue opere. Per far posto alle nuove opere rinascimentali, spazzati via i suoi quattro evangelisti in San Pietro, le sue pitture e mosaici nelle chiese di San Crisogono e San Francesco a Ripa! Ignorato per la posterità il suo immenso contributo alla realizzazione degli affreschi nella cappella superiore in Assisi, falsamente attribuiti a un Giotto ancora imberbe!

In fin di giornata ci ritroviamo in Santa Maria in Trastevere.

«Ho deciso di terminare la nostra escursione» mi dice «in questa basilica che amo molto. Quel mosaico con le storie della Vergine, che tu, assidua frequentatrice di questa chiesa conosci bene, è la sola mia opera romana importante rimasta intatta. Come lo puoi constatare tu stessa, però, osservarla dalla navata centrale è quasi impossibile. Le solite “autorità cardinalizie” hanno fatto costruire quel gigantesco ciborio proprio davanti al mio mosaico, quasi volessero intenzionalmente coprirne la vista».

Usciamo dalla Chiesa. Pietro mi abbraccia in silenzio. Prima di dileguarsi, pronuncia a bassa voce la sua ultima frase.

«Fu a Napoli che trascorsi, felice, gli ultimi anni della mia lunga vita. Mi feci seppellire sulle alture di Posillipo. Sulla mia tomba anonima c’è scritto: qui giace il più grande artista romano di tutti i tempi, ignorato dai suoi concittadini e autore di opere inesistenti per la posterità».

 

Illustrazione di Enton Nazeraj.

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