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Quartieri dal Mondo | Terminal de Buses, La Paz

May 12, 2019

Chi vive o passa per La Paz, Bolivia, non ha la vita più facile del mondo per lasciare la città. Dato il territorio selvaggio e impervio del Paese ci vogliono molte ore, se non giorni, per raggiungere altre località via terra. Se si dispone di un po’ di soldi si potrebbe prendere l’aereo dalla vicina El Alto, altrimenti la soluzione più economica, in mancanza di mezzi propri, sarebbe quella di prendere un autobus. Il luogo giusto per farlo è, come in qualunque città del mondo, la stazione, che qui chiamano Terminal de buses.
Eretta nel 1917 dal costruttore catalano Miguel Noguè, fu progettata nientemeno che da Gustave Eiffel, il cui nome è indissolubilmente legato alla famosa torre parigina. Molti sono stati i progetti curati da Eiffel nel mondo, tanti anche quelli in America Latina. Tra i quali troviamo questa stazione, inizialmente pensata come punto di approdo della ferrovia La Paz-Guaqui, necessaria per arrivare al Lago Titicaca dalla capitale politica boliviana (La Paz è sede del governo, la capitale ufficiale del Paese è Sucre). Nel 1925 si preferì di stabilirvi gli uffici della dogana. In seguito, la necessità di collegare meglio La Paz, il resto della Bolivia e altre nazioni sudamericane, insieme alla difficoltà nel dotare il Paese di una rete ferroviaria completa, rese necessario disporre di una stazione centrale di autobus: a partire dal 1980 a questo uso fu adibito l’edificio progettato da Eiffel.
All’interno troviamo i vari stand delle compagnie che offrono viaggi nazionali e internazionali. Negli stand si possono acquistare biglietti per tutte le città principali della Bolivia e per altri Paesi sudamericani. Ma oltre che dai lunghi viaggi, la vita qui è resa difficile dalla criminalità che pervade l’interno e l’esterno della stazione. «A una mia amica una volta hanno rubato la borsa lì dentro», ci racconta Vanessa Forra, 23 anni, studentessa di ingegneria industriale presso l’Universidad del Valle e residente nella zona del Mercado Maracaná, a 10 minuti dalla stazione. «A me invece hanno sottratto appena fuori dalla Terminal una valigia: ne avevo due, mi sono chinata per allacciarmi le scarpe e appena mi rialzai vidi che ne mancava una». E chi sono questi delinquenti? «La maggioranza dei ladri sono peruviani», crede Vanessa. Addirittura “peruviano” è diventato sinonimo di “ladro” in città, quando ci si riferisce alla stazione («È triste dirlo ma è così», sottolinea Vanessa). «Beh, in realtà ora tra i furfanti ci sono anche esuli venezuelani, ho visto uno di loro rubare un cellulare a una ragazza», dice Clyde Lewellyn, dirigente di un’impresa che fabbrica condutture idriche e che vive nel più tranquillo quartiere di Los Pinos, nella Zona Sur di La Paz, ad un’ora di autobus dalla Terminal: un distretto urbano di gente benestante. «E poi, a mio cugino una volta è scomparso un bagaglio che aveva regolarmente caricato sull’autobus», ci racconta Clyde.
E ancora: «Una volta ero in fila con mia moglie per comprare i biglietti. C’era un tipo un po’ strano che entrava ed usciva dalla fila; ad un certo punto ha messo la mano nella giacca di un signore, che riuscì a chiudere la tasca proprio in quel momento così da bloccarlo; subito dopo abbiamo chiamato la polizia». Questo ce lo riporta Fredy Obando, tecnico informatico che vive nella zona Miraflores, vicino allo stadio Hernando Siles. «Un mio amico australiano a cui davo lezioni di spagnolo ha subito il furto di una valigia in un taxi che partiva dalla stazione», ci racconta Erik Trillo, che lavora nella comunicazione del gruppo al Senato di Unidad Demócrata, partito di opposizione e vive nella periferia di Villa Armonia. Per non parlare poi del degrado umano intorno alla stazione. «Proprio dietro la Terminal c’è una piazza dove si riuniscono drogati e senzatetto», ci ha spiegato Gabriela Villanueva, che lavora presso il Banco Nacional de Bolivia e che vive a Irpavi, Zona Sur. «I drogati li chiamiamo colitos», ci illustra Ingrid Cardenas, insegnante di ballo che vive nella zona Bajo Llojeta (tra il centro e la Zona Sur). La parola deriva dal termine aymara k’olo, che sia in italiano che in spagnolo si traduce con “duro”, e che sempre in spagnolo è sinonimo di “persona drogata”. Sempre Ingrid racconta: «Io li ho visti sotto il ponte vicino a quella piazza. Non sono certo passata di lì da sola però!». Una via di salvezza per queste persone è stata approntata dal comune di La Paz, è di nuovo Fredy a dirci: «Anni fa è stato istituito un luogo di assistenza per i tossicodipendenti al Parque de Los Monos [un parco in zona centrale non molto distante, n.d.r.]: molti di quelli che si accalcano presso la Terminal vengono mandati lì».  E, ancora nelle parole di Gabriela, «i senzatetto vengono ospitati in un albergo all’interno della Terminal in tutto il mese di luglio e nella settimana di Natale»: il resto dell’anno però questo servizio in particolare qui non c’è.
Nonostante tutto ciò la zona non è davvero povera, pensa Gabriela. «Lì intorno ci sono molti albergatori che guadagnano bene», ci ha detto. Ma ancora Vanessa Forra precisa: «Ci vivono anche tanti ex contadini di etnia aymara e quechua che vengono dalla zona mineraria di Potosí e che ora qui fanno gli operai». Tra l’altro, «queste persone a malapena parlano lo spagnolo!». È Martín Sandoval, fresco di laurea in Scienze della Comunicazione e residente nella zona di Challapampa, vicina alla Terminal, a illuminarci di più sulla storia della zona circostante la stazione: «Una volta qui vivevano solo le classi popolari, in particolare durante l’epoca delle dittature [tra il 1964 e il 1982 in Bolivia c’è stato un continuo susseguirsi di colpi di Stato, n.d.r.]. Quando quel periodo è finito le cose sono migliorate, e la zona ha cominciato a crescere economicamente. All’epoca non si poteva nemmeno stare tardi per strada, c’era il coprifuoco». Ovviamente sono stati i genitori di Martín a raccontargli tutto questo.

La Paz, così come tutta la Bolivia, ha conosciuto uno sviluppo economico considerevole negli ultimi dieci anni. Dal punto di vista dei trasporti ci sono stati i maggiori successi: oggi c’è una funivia che collega tutte le zone (la cui importanza potrebbe essere paragonata ad una metropolitana per una nostra città) ed una linea di autobus con fermate ed orari fissi, Puma Katari, che rende i viaggi tra quartieri lontani più semplici rispetto ai meno precisi trasporti pubblici convenzionali come i minibus.  Questo emerge da tutte le conversazioni che abbiamo sostenuto con i nostri intervistati. Per esempio Gabriela ci dice che oggi La Paz «sta diventando per davvero una grande capitale cosmopolita. Oggi vedo tanti asiatici, israeliani, europei: prima come stranieri vedevo prevalentemente statunitensi». Ingrid aggiunge che oggi ci sono persino più italiani di una volta a La Paz: dei nostri in Bolivia non ne sono arrivati tanti, storicamente. Uno sviluppo che si è riverberato anche sulla Terminal che oggi, ci raccontano tutti, è più pulita, meglio organizzata, c’è il collegamento wi-fi gratuito, dentro hanno aperto ristoranti e caffetterie, sono stati installati sportelli automatici per il bancomat, e «ci sono anche gli schermi televisivi per non annoiarsi», nota Vanessa. Ingrid però si lamenta delle terribili code di traffico che si creano ancora nel centro della città: «Quando prendo il minibus spesso l’autista ci invita a scendere per via dei blocchi alla circolazione che si creano a causa delle ricorrenti manifestazioni di protesta per le strade». E gli investimenti sui servizi non sono ancora sufficienti, ritiene Erik: «Per me la città non è ancora all’altezza dello sviluppo che si sta avendo. Penso in particolare a come siano carenti la raccolta della spazzatura, la regolazione dei mercati di strada e i servizi per disabili». Giova ricordare che La Paz è stata nominata come una delle sette città meraviglia del mondo dall’associazione New7Wonders. E una vista come quella che offre giustifica davvero il prezzo del biglietto per arrivarci. 

 

Illustrazioni di Francesca Murgia.

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