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Tras-Tevere, alle origini di un rapporto simbiotico

May 12, 2019

Trastevere porta nel nome e nel frenetico flusso continuo di persone e oggetti, il riflesso del suo elemento fondamentale, e punto di forza della città tutta, il Tevere. Il rione, raccolto nell’ampia curva del fiume e dominato dal monte Gianicolo, è nato e si è sviluppato in strettissimo legame con esso e da esso ha acquisito il carattere commerciale, che deve aver qualificato la zona fin dalle sue origini. Un un luogo che fu etrusca ripa, poi terreno di confine tra campagna e città, in cui si espanse, tra semplici orti e splendidi giardini, il porto fluviale della città, così come avvenne nella sponda destra del fiume nel quartiere di Testaccio, la cui straordinaria mole di traffici che accoglieva è testimoniata dalla collina artificiale che si venne a creare da un’enorme quantità di anfore, il mons Testaceus.

La presenza del porto fluviale nella zona trasteverina è molto antica: gravitavano attorno al fiume impianti di stoccaggio delle merci, grandi horrea (magazzini), infrastrutture relative alla vita portuale e alle esigenze del personale che ne permetteva il funzionamento, come terme e locande. Tuttavia ben poco rimane di queste infrastrutture di epoca romana. Nel Medioevo, dopo l’abbandono delle strutture portuali di Testaccio – in relazione alla decadenza dei porti di Ostia e di Portus (nei pressi di Fiumicino) – la sponda trasteverina andò assumendo sempre maggiore importanza. Attorno al Mille l’approdo nelle vicinanze dell’attuale palazzo del San Michele iniziò ad essere chiamato ripa romaea, dai pellegrini (romei) che vi sbarcavano e che, percorrendo il tracciato della via della Lungaretta, raggiungevano la meta del loro cammino, San Pietro. Denominato in seguito Ripa Grande, il porto in prossimità di Porta Portese, subì numerose modificazioni architettoniche e funzionali, compreso il suo spostamento più a valle, per motivi difensivi, attuato alla metà del Seicento per volontà di papa Urbano VIII Barberini.

Il fiume poteva essere risalito solo da navi di medio tonnellaggio, quelle più grandi scaricavano le merci a Fiumicino, da dove raggiungevano Ripa Grande su bastimenti più piccoli. Sulla riva del Tevere schiere di “pilorciatori” (da cui deriva la parola spilorcio, appunto tirato, taccagno) tiravano mediante robuste funi le imbarcazioni. Tale compito poteva essere svolto anche da bufali, per i quali esisteva «la bufalara», un apposito recinto, subito fuori Porta Portese. E in queste zone non doveva stupirsi chi si imbatteva in ruminanti bovini «lasciati pascolare impunemente e con grave pericolo per i passeggeri di notte e di giorno nel prato alberato esistente fuori Porta Portese, nonostante vi fosse un luogo a ciò destinato ove rinchiuderli» come denunciava il cardinal Rezzonico nel 1776.

Ma un secolo dopo l’immagine rurale del quartiere mutò profondamente, i bufali vennero sostituiti da rimorchiatori a vapore e presero avvio, alla fine dell’Ottocento, i grandi lavori di costruzione di viale Trastevere. Originariamente chiamato viale del Re e concepito come un boulevard alberato che collegava Ponte Garibaldi alla nuova Stazione di Trastevere, il viale andò a dividere in due parti il rione. Questa non fu l’unica trasformazione dell’assetto urbanistico del rione, negli stessi anni la realizzazione dei muraglioni del Lungotevere determinarono la distruzione di tanti e pregevoli monumenti, antichi e moderni, tra cui anche il porto di Ripa Grande.

Oggi del vivace aspetto commerciale della zona portuale, un tempo animata dall’intenso traffico di merci in arrivo e in partenza, rimangono le moderne rampe di accesso alle banchine, nei pressi dell’attuale ponte Sublicio, e le quanto mai evocative vedute di una Roma sparita.

 

Illustrazioni di Davide Quercia.

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