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Una via sicura per l'Europa che percorre Trastevere

La salvezza dei migranti con il progetto dei corridoi umanitari di Sant’Egidio, valdesi e chiese evangeliche, raccontata nelle interviste di una studentessa.

Per il tessuto di vie di Trastevere passeggiano persone venute da tormentati angoli del mondo. Nel rione respirano l’aria di una casa che li ha accolti, in cui ritrovare tanti amici. Riassaporano una normalità, spezzata dalla guerra e dalla durezza della vita nei campi profughi.

 

È Trastevere approdo sicuro, porto a suo modo affacciato sul Mediterraneo, nata così secoli fa e in cui ancora scorre un senso romano di accoglienza. Luogo di passaggio, di ritorno, di incontro.

 

Francesca, giovane volontaria della Comunità di Sant’Egidio, ha raccontato alcune di queste storie nella sua tesi di laurea, con lunghe interviste. Ha parlato dei destini diversi di chi è potuto “approdare”.

 

Mamma Jasmien, durante l’intervista, guardava la figlia Falak e raccontava come “nonostante Falak ad Homs avesse solo pochi anni si ricordasse delle bombe, della paura, della guerra”. Con disarmante naturalezza la piccola aggiungeva: “quando arrivavano le bombe, noi ci dovevamo abbassare”

 

La guerra in Siria è iniziata nel marzo 2011, ben otto anni fa, un periodo più lungo della seconda guerra mondiale. Non si contano più le vittime, molte delle quali civili: sono almeno 350mila i morti. La città di Homs, con quattro millenni di storia, è un cumulo di macerie, come si vede nelle riprese di un drone russo. Tra quelle rovine la casa di Jasmien, di suo marito e dei suoi due figli Falak e Hussein.

 

Jasmien faceva lezioni di inglese e durante il conflitto aiutava a curare i feriti in guerra. È fuggita dalla Siria prima del bombardamento della sua casa e ha vissuto in un garage in Libano che perdeva acqua dal soffitto, mentre tutte le risorse della famiglia andavano per le cure di Falak, in urgente bisogno di cure per guarire da un tumore all’occhio. Oggi sta bene ed è arrivata a Roma con i corridoi umanitari.

 

I corridoi umanitari sono stati un modo per accorgersi delle loro vite, poste in condizioni di particolare vulnerabilità. Questa via sicura per l’Europa — un arrivo in aereo e non con i barconi della morte — è nata da un’assunzione di responsabilità da parte della società civile che ha detto “se si può fare, lo facciamo noi”. Il progetto, senza oneri per lo Stato, permette di concedere un ingresso legale sul territorio italiano con un visto e la possibilità di presentare successivamente la domanda di asilo. L’attuale sistema prevede infatti di dover raggiungere un paese europeo, non potendo presentare la domanda in ambasciate all’estero.

È un’iniziativa ecumenica della Comunità di Sant’Egidio, dei valdesi e della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. Il progetto è reso possibile anche da una rete di famiglie, associazioni, parrocchie, gruppi, professionisti.

L’art. 25 del Regolamento visti, come normativa europea esistente, già permetteva questo sistema e il governo italiano ne ha accettato l’attuazione concreta. Più di 2000 persone in condizioni di vulnerabilità sono potute giungere in tutta sicurezza dai campi profughi del Libano e dall’Etiopia.

 

In questo modo si è potuto prestare cure immediate a Falak, così come allarmavano i medici del Bambin Gesù di Roma che avevano esaminato la situazione. La sua famiglia ha potuto anche anticipare di un mese il primo arrivo dei corridoi umanitari, avvenuto il 29 febbraio 2016.

 

Anche se la famiglia ora vive in un altro quartiere di Roma, i bambini sono rimasti a scuola a Trastevere, avendo stretto amicizia con i “compagnetti”, le insegnanti e i genitori. “Qui ho trovato il calore umano. Sono stata doppiamente fortunata perché ho incontrato persone buone, nessuna ci ha mai guardato dall’alto in basso. E non solo gli amici della Comunità di Sant’Egidio e delle Chiese evangeliche, ma anche i genitori dei compagni di classe di Falak e Hussein, sono sempre gentili con noi e non fingono. Sono persone davvero aperte. Ci hanno subito accolti bene. Dopo qualche mese, quando a Falak è stata fatta la protesi, i genitori dei suoi compagni di classe hanno voluto fare una colletta per comprarle un paio di occhiali da vista! È stato un gesto bellissimo, non li ringrazierò mai abbastanza”

 

Per Jasmien e la sua famiglia l’accoglienza è come una scoperta di molti linguaggi in comune per poter condividere con gli altri la propria umanità. Col tempo è venuto l’apprendimento della lingua, la prima chiave per l’inclusione in un nuovo paese, con tanto studio alla Scuola di lingua e cultura italiana a Trastevere, aperta gratuitamente dalla Comunità di Sant’Egidio.

 

Come dice Jasmien, in Italia vede “la luce verde”, modo siriano di dire che c’è speranza e si può andare avanti.

 

Le testimonianze raccolte da Francesca mostrano storie a lieto fine con drammatiche esperienze di vita che riguardano ancora milioni di persone: la vita nei campi profughi o da sfollati interni; i viaggi della speranza tra frontiere, trafficanti e barconi della morte.

 

I corridoi umanitari nascono anche come reazione a quella che papa Francesco chiamò “globalizzazione dell’indifferenza”, dopo il naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, tragedia che ha provocato 368 morti. Anche se è stato seguito nel corso degli anni da ulteriori, tragici eventi, il 3 ottobre ha certamente rappresentato uno spartiacque.

L’accordo si è rinnovato nel tempo e anche in altri paesi si sono aperti corridoi umanitari su questo modello: in Francia, in Belgio e alcuni profughi sono stati accolti anche nei piccoli stati di Andorra e San Marino.

 

“Un risultato impensabile” ha commentato Dawood, giovane afgano di cui è riportata la testimonianza perché, anche se non ha usufruito di tali opportunità — ma arrivato con un vero e proprio viaggio sui barconi — ha comunque deciso di contribuire alla realizzazione del progetto stesso. Fuggito dall’Afghanistan circa venti anni fa, sarebbe stato arruolato a forza nell’esercito. “Io non volevo uccidere e non volevo essere ucciso: sono nato e cresciuto in guerra, ma non volevo anche morirci”. È l’attitudine del migrante alla speranza a parlare. Dawood è arrivato in Italia dopo mesi di viaggio: nel deserto, dove ha visto scheletri di animali e di uomini; sotto ai camion, aggrappato tra gli assi; e in mare.

“Era la prima volta che vedevo un mare con i miei occhi, era immenso ed io ero terrorizzato. Un nostro compagno è morto sommerso dalle onde. Onde di cinque metri. Erano le tre di notte: noi per un minuto abbiamo continuato a sentire le sue richieste di aiuto ma non potevamo fare assolutamente nulla”.

Negli anni ha ripercorso la sua storia dolorosa in incontri nelle scuole e in convegni per far conoscere una situazione che molti afghani, in particolare dell’etnia hazara, si trovano a vivere, anche se sono passati diversi anni da una pace che non è mai giunta.

Anche per Dawood il primo passo è stato imparare l’italiano nella Scuola a Trastevere, e poi la partecipazione alle attività di Sant’Egidio con i disabili, gli anziani e i Giovani per la pace. È quindi diventato mediatore culturale per essere una persona qualificata nel sociale, vicina in particolare ai migranti.

“Avendo sofferto tanto, secondo me i corridoi umanitari sono la salvezza” ha detto.

Ecco perché gratuitamente ha dedicato il suo tempo ad aiutare nell’accoglienza all’aeroporto di Fiumicino, punto di arrivo dei rifugiati dei corridoi umanitari, poi accolti in diverse città italiane, da Nord a Sud, secondo un modello di accoglienza diffusa, in cui sono predisposti percorsi di inserimento sociale, educativo, lavorativo.

 

“Un giorno a settimana (il lunedì) mi fermo a scuola per migliorare il mio italiano, mentre il mercoledì mi esercito a parlare con un’altra persona, e il giovedì faccio i compiti con lei” racconta Jafar. Dell’infanzia prima della guerra ricorda ben poco: aveva meno di nove anni. Viveva nel campo profughi vicino a Damasco, la capitale della Siria. Ricorda che un pomeriggio il padre era uscito dal campo per andare a comprare delle cose e non era più tornato. Arrivata la guerra, non poteva andare più a scuola perché scoperchiata dalle bombe. Ha continuato qualche mese a studiare in una moschea, ma la guerra si faceva sempre più violenta e la madre decise di portare Jafar e i suoi due fratelli in Libano, dove rimasero tre anni. La vita era dura, anche se non vi era da temere per le bombe.

 

“Posso dire questo con certezza, che questo progetto è una protezione. Nessuno di noi quattro si è mai sentito così al sicuro come oggi qui… forse solo quando c’era ancora papà”.

 

I corridoi umanitari vogliono essere una protezione per tanti, perché possano tornare a passeggiare per strade chiamate “casa”.

 

Illustrazione di Martina Manna.

 

Per maggiori informazioni sui corridoi umanitari

www.santegidio.org

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