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"Ricordati che da grande devi fare la scrittrice"

May 12, 2019

Una chiacchierata con la scrittrice Lia Levi, vincitrice del Premio Strega Giovani 2018 con il romanzo “Questa sera è già domani”, nel salotto della sua casa di piazza San Cosimato.

Lei vive a Roma ormai da moltissimi anni, ma è nata a Pisa e la sua famiglia ha origini piemontesi

Sono nata a Pisa per caso, perché la mia famiglia si trovava lì in quel momento, ma l’infanzia l’ho trascorsa in Piemonte, prima ad Alessandria e poi a Torino. Ci siamo trasferiti a Roma quando entrarono in vigore le leggi razziali. Mio padre perse il lavoro per via della sua religione e dovette cercarne uno “clandestino”. Ero in quarta elementare e conclusi l’anno alla scuola ebraica che stava a Lungotevere, dove adesso c’è l’università americana. Dopo l’8 settembre del ’43 ho trovato rifugio in un convento, il collegio romano delle Suore di San Giuseppe di Chambery, che stava al Casaletto. Finsi di essere cristiana e presi un cognome falso: bastava che una bambina facesse il mio vero cognome a casa per venire scoperta. Le suore mi dettero i documenti di una ragazzina del sud che era andata a casa per l’estate e che per via della guerra non era potuta tornare. Io mi sento profondamente romana, anche perché Roma è stata, in un modo o nell'altro, città di accoglienza. L'indisciplina dei romani, in senso positivo, ha fatto sì che si creasse una forte resistenza all'occupazione nazista. Finita la guerra ho preso la maturità al Virgilio e mi sono iscritta a filosofia. Non fu una scelta dettata da una particolare convinzione, piuttosto era legata al fatto che volevo fare meno esami possibili di latino. Ogni tanto si fanno delle scelte anche per evitare scogli difficili. Infatti gli ultimi due esami li ho fatti alla Federico II di Napoli. Alla Sapienza c'era “filosofia teoretica” che mi sembrava insormontabile, e così mi sono laureata là.

 

In quel periodo è iniziata la sua carriera nel mondo del giornalismo

Ho iniziato, come la gran parte, collaborando da esterna per varie testate, in particolare per Paese Sera, che all'epoca era un giornale molto prestigioso. Tenevo anche un bollettino interno alla comunità ebraica, creato per cercare di guadagnare qualcosa. Dopo la “Guerra dei sei giorni” (il conflitto combattuto da Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall'altra tra il 5 e il 10 giugno del 1967, n.d.r.), un mio collega mi propose di fondare un vero e proprio giornale ebraico indipendente, Shalom. Andò molto bene perché non era rivolto solo alla comunità, ma si poneva l’obbiettivo di spiegare i problemi, la cultura, la politica e la storia ebraica anche all'esterno. Arrivò tantissima pubblicità, tanto che i detrattori, per schernirci, lo chiamavano Shalom Pagine Gialle.

 

Lei però ha sempre voluto fare la scrittrice

Da sempre. Pensa che da piccola ho scritto una lettera a me stessa da adulta. C’era scritto: “Cara Lia, ricordati che da grande devi fare la scrittrice e non dire che sono tutte sciocchezze”. Questa lettera non l’ho mai perduta. Sapevo che prima o poi avrei fatto questo mestiere. Ho capito che il momento era arrivato quando ho cominciato ad avvertire l’esigenza di parlare di determinate questioni. Era un periodo in cui si sentivano tante cose inesatte sull’olocausto, o peggio si minimizzava quello che era accaduto, soprattutto in Italia.

 

Quando ha iniziato a fare la scrittrice si aspettava di diventare così popolare tra i lettori più giovani?

Penso che sia stato un caso. Il primo libro che ho pubblicato, Una bambina e basta (1994), era in gran parte la mia autobiografia, la storia di me da piccola. Era il punto di vista di una bambina che vede e sente le cose cambiare senza capirle appieno: si trattava di sprazzi emotivi. Era un punto di vista letterario, ma io non l’ho scritto perché fosse esclusivamente letto da bambini. E infatti è stato letto da tutti, giovani e adulti. Il percorso delle scuole lo ha preso in maniera autonoma, senza che io lo volessi. Credo che sia stato dovuto dal fatto che si trattava di un testo piccolo che raccontava una storia di quegli anni, ambientata in Italia, ma dai toni non tragici: i bambini hanno paura di soffrire. È stato apprezzato per questo, e da quando è stata istituita la Giornata della memoria è diventato un po’ un punto di riferimento, un classico di questo tipo di letteratura. A quel punto sono state le case editrici per ragazzi a cercarmi, perché si rimproverava alle scuole di non consigliare sufficienti autori italiani e quindi ne erano in cerca. Non ero votata alla scrittura per ragazzi, ma, come tante cose belle della vita, è capitata per caso.

 

Questo successo nelle scuole l’ha portata a conoscere e a rapportarsi con ragazzi di diverse generazioni. Vede delle differenze tra gli adolescenti degli anni 90 e i cosiddetti “millenials”?

Il mio giudizio è leggermente viziato dal fatto che io vado nelle scuole che mi chiamano, quindi so già che quei ragazzi sono stati preparati e sono interessati: da un certo punto di vista io conosco solo i migliori. A parte questo, devo dire che con la tecnologia è cambiato certamente il modo di leggere, di fare ricerche, ma sono fattori “esterni”. I ragazzi, dentro, sono sempre uguali: quando parli ai giovani e parli di loro, gli metti in moto qualcosa. La letteratura non serve per spiegarti le cose, ma per farti porre delle domande. Mi ha sempre colpito una frase di uno scrittore israeliano morto da poco, Amos Oz: “Non c’è tragedia più grande al mondo che avere 17 anni”. Se ci pensi è vero. A quell’età sei sia dentro sia fuori dal mondo, è sì l’inizio di tutto, ma anche delle paure, dei dubbi e delle incertezze.

 

Il suo ultimo romanzo, Questa sera è già domani, ha vinto il Premio Strega Giovani 2018. Cosa ha provato, da decana della scrittura, nel ricevere questo riconoscimento?

Il libro racconta la storia di un ragazzo coraggioso, che poi sarebbe mio marito (Luciano Tas, scomparso nel 2014), che si ribella contro l’ingiustizia. Credo sia questo l’aspetto che è piaciuto di più. Nel libro c’è un punto in cui il protagonista si rifiuta di fare il saluto fascista, non per fare lo smargiasso, ma proprio perché non vuole accettare un’imposizione. Parlando con alcuni lettori, è venuto fuori che questa immagine è stata una delle più apprezzate del romanzo. Per quanto riguarda il premio, posso solo dire che è stato bellissimo e non me l’aspettavo assolutamente. Addirittura quando hanno fatto il mio nome dal palco non ci stavo nemmeno pensando: sono stata travolta dallo stupore. Improvvisai una frase del tipo: “Evidentemente non conta l'età, ma conta la storia”. Non mi sembrava nemmeno una gran frase e invece me la ritrovai stampata anche sui vagoni della metropolitana, quindi forse era vero.

Quanto è importante oggi mantenere viva la memoria sugli orrori del passato?

È importante oggi più che mai. Io dico sempre che i ricordi svaniscono, ma la memoria è universale. In questi ultimi anni, che che ne dicano, è stato sdoganato il razzismo. Con questo non voglio dire che c’è il pericolo imminente di un ritorno a quell’ideologia, ma se si iniziano a diffondere parole di odio e di discriminazione, è logico che da queste si diffonda un’atmosfera che a sua volta si traduce in azioni. Quello che posso dire è che il razzismo tradotto in violenza, e quindi in persecuzione conclamata, si è realizzato con il fascismo, il nazismo e lo stalinismo. Adesso, nonostante tutto, siamo in democrazia e quindi per ogni azione di questo tipo c’è sempre una reazione. Abbiamo gli anticorpi all’interno del nostro sistema per difenderci da questi ideali di odio. Quando vado nelle scuole mi trovo sempre di fronte a ragazzi, insegnanti e genitori che vogliono opporsi a questa deriva e mi chiedono: “Cosa possiamo fare?”.

 

Allora glielo chiedo anche io: cosa si può fare?

Rafforzare la democrazia, nonostante il sentimento di antipolitica sia sempre più forte. Per questo bisogna inventarsi nuove forme di politica, perché quella tradizionale è superata e ha fallito. Ma attenzione, ciò che è nuovo non è per forza migliore del vecchio, non è di per sé un valore. Poi la cultura, che deve essere presa in mano dai giovani e tolta ai vecchi barboni. Nei più piccoli, invece, bisogna iniziare con la lotta al bullismo. Il razzismo cambia oggetto e obbiettivo, ma fondamentalmente è uno solo. L'odio per lo straniero, per l'ebreo, per i gay, per i secchioni, proviene sempre dallo stesso sentimento: la sopraffazione e l’eliminazione di ciò che è diverso. Nelle scuole, quando si affronta il problema bullismo, si parla solo del persecutore e della vittima, ma la classe che fa? Non si schiera, fa finta di niente e non difende il più debole. È da lì che si deve iniziare: bisogna prima di tutto combattere il bullismo nelle classi. Tutto parte da lì, dal mettere in risalto le differenze e dalla ricerca del capro espiatorio. Adesso arrivano 70 persone in un quartiere di Roma e si parla di invasione. Certo, forse se non li portassero sempre in periferia sarebbe meglio. Una volta potrebbero mandarli a Capalbio o ai Parioli, anche per dare un segnale.

 

A proposito di Roma, come vede oggi la città e in particolare il nostro rione?

Partiamo da Roma: è una disperazione vederla così. Chi ci vive di solito si abitua ai problemi della città, ma adesso anche alcuni miei amici che vengono regolarmente per lavoro o altro mi chiedono: che succede? Si vede un peggioramento di tutto e in tutto che aumenta giorno per giorno. Per quanto riguarda Trastevere, io, che abito su questa piazza, che non è un luogo di movida, mi ritengo abbastanza privilegiata. Mi rendo conto che per chi vive in alcuni vicoli, il venerdì e il sabato sera, la situazione possa essere insostenibile. C'è un tale schiamazzo che non si riesce nemmeno a dormire. Però io Trastevere lo amo moltissimo: vivo qui dall'87. Adesso mi piace molto l’arena del cinema a piazza San Cosimato, anche se l’anno scorso avevano anche provato a toglierlo. Inizialmente la gente non aveva capito la portata di questo evento, l'ha realizzato solamente venendo a vedere di persona: è la Roma di una volta. C'è chi si porta le sedie da casa, i ragazzi mettono i teloni per terra per sdraiarsi, famiglie con i bambini, restano aperti alcuni banchi che fanno i panini: lo trovo bellissimo. Come si può allontanare il degrado però se queste iniziative vengono osteggiate? L'anno scorso ci siamo persi giugno, hanno costretto i ragazzi a proiettare al liceo Kennedy, ma non era la stessa cosa. Far vivere la piazza è l'unico modo per ricostruire una socialità tra gli individui, e questa esperienza ha funzionato perché è riuscita ad attirare le forze vere, non ci sono andati i radical chic, ma tante componenti diverse di una società che recepisce. Anche i miei nipoti, che abitano a Monteverde e hanno Villa Sciarra e il Gianicolo a un passo, vengono a giocare nel parchetto qui sotto. Si trovano meglio qua, a Trastevere, in piazza. Purtroppo però il rione ormai è diventato un covo di pizzerie e fast food che hanno sostituito le botteghe degli artigiani. Ma ti ripeto: io Trastevere lo amo veramente. Quando sono venuta a vivere qua, per tre giorni non sono tornata a casa, non volevo mai andare a dormire. "Mi piace troppo, devo scendere", dicevo a mio marito. E lui: "Ma come, alle 11 di sera?". "Qua puoi andare in giro da sola anche la notte", rispondevo, e uscivo per girare Trastevere. Che poi ti possono derubare dovunque lo stesso, anche ai Parioli. Anzi, lì forse di più.

 

Illustrazioni di Giulia Gardelli.

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