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La Campo de’ Fiori di Aldo Fabrizi ed Anna Magnani

July 25, 2019

 

Qualche anno fa era diventato virale in rete il video di un certo Mustafà, il Genio della Lampada. Il tipo in questione era un divertentissimo signore, proveniente probabilmente dal sud-est asiatico, che trasformava la sua bancarella degli ortaggi a Campo de’ Fiori in uno straordinario set dove allestire un vero e proprio show comico.

Ciò che più impressionava di quel video era la capacità di Mustafà di inserirsi in un contesto a lui completamente estraneo per captarne i tic, le movenze, gli intercalari. Verrebbe quasi da credere che sia partita proprio da lui la voglia di raccontare questa nuova romanità da parte del cinema italiano degli ultimi anni.
Perché Mustafà è solo uno dei tanti bancarellari, grattacheccari, cocomerari che negli anni hanno cambiato la fisionomia dei mercati rionali della nostra città, spesso recuperando un repertorio di battute e modi di dire tipici di chi vive la capitale praticamente da sempre.

 

 

 

E di tutte le tracce che rivelano quanto Roma sia cambiata dal Dopoguerra ad oggi, forse Campo de’Fiori resta uno dei luoghi più interessanti da osservare di nascosto.
Per comprendere meglio tale fisiologica mutazione ci viene allora in soccorso un film del 1943 di Mario Bonnard, che per titolo ha proprio il nome della piazza in questione.

Protagonisti di Campo de’ Fiori sono tra l’altro due attori che più di tutti hanno saputo raccontare Roma e la romanità al cinema, quei Aldo Fabrizi ed Anna Magnani che da poco avevano iniziato a collaborare sul grande schermo (a metterli assieme per la prima volta era stato Mario Mattoli con L’ultima carrozzella) e che nel giro di un paio d’anni avrebbero partecipato a Roma città aperta di Rossellini.

I due erano partiti entrambi dal teatro di rivista, avevano fatto la radio e l’avanspettacolo. Quando però arrivano al cinema la loro recitazione si asciuga, diventa meno enfatica e si adatta alle esigenze del linguaggio cinematografico. Certo, quando pensi a Fabrizi ed alla Magnani non puoi far altro che pensare a degli attori che potevano permettersi il lusso di restare sé stessi, tant’è che nel rivedere certe interviste a Sora Lella, sorella di Aldo, il personaggio di Campo de’ Fiori parrebbe quasi sovrapponibile all’uomo raccontato dalla massaia in diretta tv.

 

 

 

La storia è infatti quella di un pesciarolo tombeur de femmes che vuole a tutti i costi conquistare una nobildonna dell’alta borghesia romana, ignorando totalmente (e volutamente) le maldestre avances fatte dalla vicina di banco al mercato interpretata appunto dalla Magnani.

Ci sentiamo di dire quindi che, tra tutti i film ambientati a Campo de’ fiori, quello di Bonnard resta il più autentico non solo per la naturale veemenza dei due protagonisti, ma anche perché un ruolo fondamentale nella sinossi è giocato proprio dal mercato, cuore pulsante della piazza da ormai più di un secolo e mezzo (le prime testimonianze certe di un mercato in quello spazio sono del 1869. Pochi anni dopo, nel 1887, viene allestita anche la famosa statua di Giordano Bruno, ad opera di Ettore Ferrari).

Nelle sequenze del film girate in esterna - le prime di quell’epoca - si respira infatti un’atmosfera di frizzante armonia, di abbondanza sovreccitata che in verità mal si sposerebbero con la realtà storica di quel periodo.
Durante le riprese l’Italia viveva infatti il periodo più nero della guerra e neppure un mese dopo, il 19 luglio, a San Lorenzo, Roma subisce il primo grande bombardamento aereo da parte degli alleati.

La sceneggiatura del film omette quasi sempre questa difficile situazione, tranne quando Fabrizi allude all’olio d’oliva acquistato al mercato nero o alla penuria di borotalco sostituito con un po’ di farina.

 

Che il MinCulPop fascista spingesse per rappresentare al cinema una società benestante, in armonia, lontana dalle difficoltà del conflitto e dalle rigide imposizioni della dittatura è ormai un dato di fatto. Ma forse per Campo de’ fiori - che per certi versi anticipa il Neorealismo - questa giustificazione non è abbastanza valida. Forse gli intenti di Bonnard, e con lui di Federico Fellini, Tullio Pinelli e dello stesso Fabrizi alla sceneggiatura, erano quelli di raccontare una piazza sospesa nel tempo, in cui ogni rito mattutino inizia al sorgere del sole ed ha per colonna sonora gli strilloni che provano a vendere la propria merce.
Allora, se proviamo ad intenderla così quella piazza alla fine di Via dei Giubbonari, magari c’è da essere allegri ripensando a gente come Mustafà. Che tra quelle verdure e quell’odore forte di stoccafisso sotto sale ci è arrivato da poco, ma che pare star’ lì già da una vita. Forse, quello spirito popolano incarnato da quei due monoliti del cinema italiano non se n’è mai andato e vive intatto proprio dov’era all’epoca. A cambiare è solo la forma…ed il modo di far ridere!

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