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Alice's cut | Il cinema immagina il futuro

November 14, 2019

 Illustrazione: Elia Novecento

 

Di recente l'Università di Montréal e l'University College di Londra hanno annunciato di aver rilevato la presenza di vapore acqueo nell'atmosfera del pianeta K2-18; un esopianeta per la precisione, e cioè fuori dal nostro sistema solare, a soli 111 anni luce dalla Terra. Attraverso i dati raccolti dal telescopio spaziale Hubble i ricercatori hanno osservato come la luce della stella di K2-18 si modificava attraversando l'atmosfera del pianeta, proprio per via delle molecole d'acqua, presenti fra il 20 e il 50%. In passato sono già state rilevate presenze di questo genere ma è la prima volta che questo accade in un pianeta dove i gradi della temperatura non sono dissimili da quelli della Terra...

 

La 76° edizione della Mostra del Cinema di Venezia è stata una buona edizione. Ricche le varie sezioni, soprattutto quelle collaterali al Concorso. I Classici restaurati ad esempio, spaziavano dal primo densissimo Bertolucci a Jack Arnold, regista americano di horror e fantascienza che per primo indagò il punto di vista dell'alieno, l'invasore naufrago incompreso e di conseguenza, ostile. Nel suo film del 1957, Radiazioni BX: distruzione uomo, proiettato al Lido alle 9 di un assolato mattino, una nube radioattiva investe il protagonista e gradualmente lo rimpicciolisce. In questo processo irreversibile Scott, privo dell'arrogante stazza umana, si scopre conscio dell'onnipotenza della natura e infinitesimale particella della maestosità e della bellezza del creato.

Il secondo giorno della Mostra, il concorso è iniziato con James Gray e il suo Ad Astra, opera espansa quanto il luogo in cui è ambientata; strano ibrido in bilico fra un sci-fi action e un testo ricchissimo, sospeso e malanconico. L'astronauta Roy McBride naviga nello spazio profondo verso una riconciliazione impossibile, il cui solo esito può essere quello di tracciare un percorso per andare avanti, tornando indietro dal buio ignoto, verso la Terra il riappropriamento di sé stessi, possibile unicamente nel riconoscimento come parte di qualcuno e di qualcosa.

 

Ora, sebbene in Ad Astra ci sia ancora Liv Tyler da cui far ritorno, non ci sono più meteoriti da distruggere per salvare i propri cari sulla Terra. Al contrario, lo spazio cosmico di Gray non è un pericolo da cui fuggire bensì un luogo nuovo, anzi in parte già colonizzato. E se questo Nolan lo anticipava in Interstellar, in Ad Astra, 5 anni dopo, il viaggio nello spazio non è più un andare in avanscoperta me è già turismo. Siamo noi i nuovi alieni invasori e già ne stiamo traendo profitto, ricadendo nuovamente negli stessi vizi accumulatori. Nei nuovi spazi che il cinema immagina e crea, la fine del pianeta Terra è un fatto e la conseguenza sembra essere sempre la stessa e cioè una sorta di stanca solitudine in cui l'uomo sprofonda inesorabilmente. “I pianeti da quassù sono belli ma freddi” dice Roy McBride. Come se venendo a mancare il contorno armonico della natura e delle forme di vita tutte, la prima disastrosa conseguenza è questa solitudine incurabile, questo silenzio glaciale, in cui sopravvivono solo le macchine e i dati dei computer... Torniamo così al minuscolo Scott di Radiazioni X, che solo riconoscendosi come parte della natura e non come un oggetto separato da essa, è in pace con le sue nuove dimensioni e non più sperduto.

 

La questione ambientale sgomita e diventa un'esigenza narrativa, che in un modo o nell'altro si insinua nel racconto. Certo, queste mie sono solo libere connessioni, percorsi tracciabili ma più che mai inconcludibili, come il viaggio infinito di Roy McBride nel bel film di Gray, opera dalle derive sconfinate.

 

È forse così che il cinema si figura la fine del nostro pianeta? Un rimanere, ma soli e perduti? Intanto la realtà procede irreversibile come il rimpicciolimento di Scott. Astronauti italiani testano le capacità di resistenza del corpo umano all'assenza di gravità, il sopracitato esopianeta K2-18 non sembra essere poi così lontano... Tutto procede lentamente illudendo l'uomo che nulla stia davvero accadendo, ma intanto la settima arte è già lì, a raccontare qualcosa che potrebbe essere e che probabilmente sarà.

Il cinema mainstream ha fagocitato la realtà e negli ultimi due capitoli della saga Avengers il cattivissimo Thanos ha la sua drastica risposta. Il movente delle sue nefandissime azioni è un problema impellente e la soluzione al sovraffollamento è quella di schioccare le dita e eliminare metà della popolazione. Nella sezione Orizzonti a Venezia, viene presentato Atlantis dell'ucraino Valentyn Vasyanovych, un film che attraverso un rigore registico e senza respiro, ben racconta la solitudine strozzata di una terra morta e incoltivabile, che dopo l'ultimo conflitto con la Russia, permette solo l'isolamento di chi ancora la abita. Intanto il Joker di Todd Phillps, Leone d'oro al Lido, è in tutto e per tutto figlio di Gotham, perduto in una dimensione di incomunicabilità, in una città che negli anni gradualmente scompare nelle sue trasposizioni cinematografiche, diventando sfondo malefico e inamovibile. Una città assediata dai topi e dall'immondizia, dove lo smog e il degrado hanno reso gli uomini soli e cattivi, dimentichi di ogni qualsivoglia forma di empatia umana.

Certo, le linee tracciate fra un film e l'altro sono labili e sottili, il cinema sfugge sempre. Niente è più inafferrabile delle immagini che appena generate si liberano di chi le ha prodotte e come delle dolcissime Bocche di Rosa sono di chiunque desidera fruirle. Raccolgono pensieri, fatti e umori e sempre immaginano un futuro che non è mai così lontano come sembra.

 

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