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Storie da sfornare a buffo | Caligola, detto "Ciabattina"

March 28, 2019

Caliola, detto "Ciabattina"

 

La storia romana che abbiamo studiato, che ci ha portato a spasso per la nostra città, che ci ha fatto appassionare sulle vite dei nostri avi può essere anche vista come un’enorme e centennale soap opera tragica e ingarbugliata. In epoca in cui la gente si chiamava Gneo, Druso, Pisone, Remetalce, Passieno, Giunia è veramente facile non capirci niente. Inoltre le famiglie nobili si accoppiavano tutte tra di loro e le adozioni e le affiliazioni ad una o altra famiglia erano all’ordine del giorno. Quindi coso era figlio di coso e cosa ma figlio adottivo di coso che si scopava pure cosa che però era sposata co coso e aveva come figli coso, coso e coso. Va anche annoverato che quelli che noi, ad oggi, chiamiamo “storici” non sempre erano gli storici ufficiali del senato o dell’imperatore (dichiaratamente faziosi) le cui memorie sono andate spesso perdute, ma erano anche dei vecchietti istruiti che se ne andavano in giro per la città a sentire voci, o a leggere comunicati e li annotavano; e che qualcuno, in epoca più moderna li ha letti e ha detto “Sì, famoli annà bene, so storici”.
Per fortuna che a Caligola qualcuno aveva dato questo soprannome, senno avremmo dovuto studiare un tipo che si chiamava Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, che sono comunque nomi di persone divenute celebri prima di lui.
La caliga è la scarpa usata dai legionari romani, quella legata fino alla caviglia tutta bucata che in un’epoca pre cemento doveva essere insopportabile da indossare. C’è da immaginarsi un intero esercito che andava camminando su è giù per l’impero a cui rodeva il culo perché, oltre ad essere pagati una miseria, c’avevano sempre i sassi nelle scarpe. Quindi Caligola vuol dire “piccola ciabatta”. Il terzo imperatore Romano, conosciuto in tutta la storia come un crudele spietato sovrano senza scrupoli, pure pazzo, in realtà si chiamava “Ciabattina”.
Prima di ascendere al trono all’età di 25 anni il suo prozio e predecessore aveva fatto esiliare la madre a Ventotene facendola morire di inedia (perché a Ventotene nel 30 d.C. c’erano si è no due alberi e sei vacche) e aveva fatto probabilmente avvelenare il padre. Nel frattempo aveva già perso quattro fratelli e aveva deflorato (termine usato da Svetonio) la sorella Drusilla, di cui si era innamorato. Nonostante tutto Caligola prende Tiberio (predecessore e prozio) come mentore, ma quest’ultimo odiava sia il popolo romano che il senato quindi sarebbe da chiedersi da quali discorsi erano composte queste “lezioni” di reame.
Pare che, avendo sete di potere, ed essendo Tiberio vecchio sopra la media dei vecchi di allora, Caligola, assicuratosi di essere stato designato come successore, si ruppe i coglioni della prosopopea di Tiberio soffocando il vecchio nel sonno con un cuscino. D’altronde il vegliardo gli aveva sempre fatto fuori sia madre che padre, ed in più senza la dipartita di Tiberio non ci sarebbe stata storia.
Caligola, come altri suoi predecessori, era un tantino coatto e megalomane. Solo durante il primo anno sperperò la metà del patrimonio lasciatogli da Tiberio: fece costruire due acquedotti, sparse per tutta la città e l’impero statue enormi di sé stesso, nonostante si definisse “frugale” mangiava usando polvere d’oro come sale, e stanziò molti più sesterzi per i giochi pubblici. Solo il primo mese del suo “mandato” furono uccise 160mila vacche per festeggiare. Lanciava monete d’oro tra la folla, voleva l’amore del popolo, che, giustamente, finché prendeva soldi e potevano scopare per strada durante le feste, era contento.
Sicuramente era un tantino esuberante. Dopo l’ebbrezza iniziale iniziò a fregarsene del parere altrui, faceva quello che gli pareva. Uccideva i suoi critici, si nominava erede di facoltosi uomini senza figli, aveva atteggiamenti umorali, si scopava le mogli dei senatori senza nasconderlo, si credeva un Dio, tanto da farsi chiamare Giove durante le cerimonie pubbliche. Eh ti credo. Pe na vita lo avevano chiamato ciabattina.
Non gli piacevano tanto le persone, tanto da voler nominare console il suo amato cavallo, Incitatus. Eh vabbè. Cicciolina se l’è scopato un cavallo, nominarlo console, se si fidava di lui, era sicuramente una notiziona ma niente di che col senno di poi. Sì, è vero, era paranoico, faceva uccidere tutti quelli che pensava stessero cospirando contro di lui. Ma che a Roma ci fossero congiure e che lui, essendo considerato folle, lo volevano fare fuori in tanti era vero.
Ad organizzare il suo assassinio fu Cherea che veniva preso in giro da Caligola perché aveva la voce acuta. Lo chiamava Gunnis (Checca), gli faceva i versetti dietro e lo prendeva per il culo per le movenze. C’è da dire che Caligola, dopo la morte dell’amata e amante sorella Drusilla aveva completamente lasciato andare ogni regola morale ed etica, spesso dimenticandosi che doveva mantenere un certo aplomb imperiale. Ma, suvvia, cercava di divertirsi come poteva, lasciandosi andare anche a del lieve bullismo.
Fu assassinato con oltre 30 coltellate in un corridoio buio mentre tornava nelle sue stanza dopo aver assistito ad uno spettacolo teatrale. Durante il sacco di Roma nel 410 d.C. i visigoti entrarono nel Tempio di Augusto e distrussero tutto, tra cui l’urna con le Ceneri di Ciabattina.
Albert Camus, uno dei più grandi pensatori del 1900, ci mise 11 anni a scrivere una piece teatrale su di lui. Considerandolo uno dei personaggi storici più interessanti dell’antichità, Camus sosteneva che in realtà Caligola era sì folle, ma nel senso di disturbato da una malattia psichica non del tutto presa in considerazione storicamente. La sua personalità era dettata da un tormento interiore di cui egli stesso si rendeva conto ma di cui non ne capiva la natura. Fu il primo folle, secondo Camus, storicizzato sebbene mai del tutto diagnosticato.

 

Storie da sfornare a buffo

 Nessuno crede alla casualità. Plasmati da una mente più scientifica che spirituale diamo sempre una spiegazione a tutto quello che accade, o quantomeno la cerchiamo con affermazioni del tipo “non è possibile” “ci deve essere una ragione” non rassegandoci ad un semplice “a volte accade”.

 

Essendo sempre state persone nella media, in tutte le sfere della nostra vita, non siamo mai stati in positivo quell’uno su milione né di conseguenza crediamo di poter essere quell’uno su milione in negativo.

 

Quindi, probabilmente come non siamo mai stati quelli che sbancavano al lotto o si sposavano un milionario conosciuto sull’8 indossando il pigiama, non saremo di conseguenza quelli che moriranno sotto il colpo in testa di un uccello morto caduto dal cielo, o anche in un incidente aereo, o addirittura di unghia incarnita necrotizzante.

 

Ed è proprio in questo ragionamento né scientifico né spirituale bensì più pressappochista che si nasconde l’errore. Se vi è una probabilità, vi è anche una possibilità. Di conseguenza, tutto quello che è singolarmente o collettivamente probabile è anche possibile.

 

Qui di seguito verranno raccontate storie realmente successe a persone o a gruppi di persone, improbabili, oseremo dire, quasi impossibili.

 

Lo stile sarà schietto sincero quasi didascalico, a tratti dissacrante. Al limite del cinico, ma non per licenza poetica semplicemente per enfatizzare lo sconcerto, il “ma non ci credo”o il più gergale “ma che cazzo stai a dì?”.

 

La curiosità, in definitiva, non è altro che fame di storie, attesa di risposte.

 

E queste sono storie curiose, male che va da sfornare in un momento di silenzio durante una conversazione fiacca.

 

Le storie di seguito scritte non sono frutto della nostra fantasia, ma realmente esistite, talmente assurde che la nostra stessa fantasia sarebbe ben lieta di esserne la genitrice.

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