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Ciavatta's story - parte 1

November 19, 2017

  

Documenti di archivio testimoniano che fin dall’antichità l’uomo, in quanto macchina socialmente attiva ed animale, ricerca spasmodicamente il piacere, in qualsiasi forma esso si manifesti. il fatto è che , come già comprovato nella situazione della felicità, il raggiungimento del piacere è in se piacere. Ma noi, che siamo esseri illusi all’idea di poterci fermare nel momento apice del piacere e coscientemente affermare “si, sto godendo” o “si, sono felice”, cavalchiamo l’onda ignavi  della sua stessa fugacità rantolando al buio in attesa di nuovi sprazzi di luce destinati infine ad una vita di effimeri sogni aleatori e quindi di quella celebre speranza.
Prendendo atto della nostra totale mancanza di senno priva di ogni qualsiasi spirito di adattamento, ad esclusione di quel momento di felicità o di piacere in cui inconsapevoli ci gongoliamo su noi stessi, bisogna pur ammettere che per dare alla nostra vita un senso ci siamo contornati di proclamata frivolezza e degno giubilo,  pur sempre momentaneo sia chiaro.

E allora, ed in questa domanda si nasconde il mistero della nostra fragile esistenza, dove andare a cercare quell’acuta gioia e quella rassegnazione ridente nel mentre si attende quel labile piacere?
Per anni arenati di fronte ad un trivio siamo finalmente giunti ad una conclusione: NELLA CIAVATTA.

La Ciabatta, di cui si possono elencare facilmente le 4 fondamentali definizioni a cui però non daremo peso se non per eccesso di zelo (sostantivo femminile : 1-Pantofola;2- Forma di pane croccante; 3-Supporto mobile con prese elettriche multiple; 4-Pezzo di legno che serve a rallentare il movimento della martinicca dei veicoli a trazione animale.) verrà da qui in poi citata in gergo romanesco, ovvero ciavatta.
Nei ritrosi fine anni 90-inizi nuovo millennio eravamo solerti, noi dell’eterna città, narrare vicissitudini di vario tipo con la seguente frase “m’è salita na pezza che te dico fermate”. Il perché l’etimologia evolve nella seconda metà degli anni 10 del nuovo millennio da “pezza” a “ciavatta” ci è del tutto ignota, ma il significato originario non è mutato, sebbene maturato linguisticamente e adattabile a ben più variopinte situazione che ci accingiamo ad elencare per dell’innato rigore culturale.
Per chi ne fosse ignaro la suddetta frase evocativa ha un significato ben specifico: la ciavatta, abituè del pavimento, sale o si muove da esso solo in casi di mancanza di discernimento. La ciavatta quindi se si sposta è solo perché all’interno della persona che applica l’allegoria succede qualcosa che, normalmente non accade: il totale sconvolgimento dei sensi.
Il termine “m’è salita la (o ‘Na) ciavatta” può altresì essere sostituito nel più vago e grossolano “non ce sto a capì un cazzo” ma in questa similitudine inciamperemo in alcune eccezioni che verranno affrontate in altra sede.

LA CIAVATTA CARNALE
Questa prima definizione può essere sia diretta che diffusa. Nel primo caso è improvvisa, di solito coincidente con l’avvento passeggero di un uomo o una donna molto piacente nella propria vita. In età moderna la ciavatta carnale diretta può avere durata varia dai 15 minuti ad un’intera fase lunare, questo a seconda dell’intensità della ciavatta stessa. Confutabile nell’amore a prima vista, la ciavatta carnale diretta ha scopi biblici non perpetui e non sempre soddisfacenti. Come nell’amore a prima vista questo vernacolo è accompagnato da una avversativa.[…”m’era salita la ciavatta MA me la so giocata male”…]
Diverso invece il caso della seconda definizione, quella diffusa, che di solito sopraggiunge in fase di risveglio molesto. Avviene raramente ma impetuosa. Si distingue da tutte le altre ciavatte per il totale abbrutimento di ogni altra routine mattutina se non quella di allungare la mano, non ancora desti, verso il cassetto in cui si ripone un impolverato taccuino nero. Questo tipo di ciavatta, invece, sebbene ancor biblica ed arbitrariamente fugace, abbassa degli standard selettivi per giungere ad un fine che sia di tipo riproduttivo-protetto e soprattutto certamente accondiscendente.

LA CIAVATTA INEBRIANTE.
sebbene anch’essa divisa in due fasi, l’attiva e a passiva, questo tipo di ciavatta può giungere al soggetto solo dopo copiose dosi di alcool.
La ciavatta attiva è la ciavatta più comune al genere bipide. Essa d’altronde è stata provata nei tempi dei tempi, dall’astemio al vichingo di secoli addietro. Da Oscar Wilde a Pino il ferramenta. La ciavatta attiva guida tutti quelli che, impavidi del proprio limite, tentano l’invasione all’ignoto, sfociando inevitabilmente in un ostentazione di loro stessi  se non, in casi gravi, nel totale sdoppiamento della propria personalità. Stoltezze di mastodontiche dimensioni sono state giustificate con la ciavatta inebriante attiva. Tutto per uno, due, tre, quattro o anche cinque goccetti in più. Sebbene demodè, ogni comportamento al di fuori della norma, può essere inserito nel blasonato “non ero io, è che m’è salita la ciavatta”.
La ciavatta inebriante passiva, che può coincidere con la ciavatta carnale diffusa, giunge anch’essa solo al risveglio della ciavatta inebriante attiva; solo post sbronza.
le azione perpetuate in ciavatta inebriante passiva, ovvero il giorno dopo, o durante le prime ore del risveglio, possono comunque essere annoverate in quelle che per facilità di prestazione, definiamo azioni in cui l’inconscio ha le briglie sciolte. In caso di discolpe estreme si può sempre usare [… “scusa ch’ ancora la ciavatta dell’altro ieri”…]
 

LA CIAVATTA.
Tutto quello che ti fa perdere la testa. “m’è salita nà ciavatta che manco la vedevo più tanto era alta”

Una sinfonia in testa. Una bestia calciante in petto. Un tonfo sordo. La totale assenza descrittiva. Silenzio meditabondo. Barcollare in attesa di lucidità. Due dita di whisky prima di andare a dormire. Sognare in grande. Concedersi di arrendersi.  Mel Gibson che fa vedere il culo in Braveheart e la faccia di Tim Roth quando vede Melanie Theirry dall’oblò nel La leggenda del pianista sull’oceano. L’odore di caffè appena sveglia. Otis Redding e Billie Holiday. Il ricordo di una canna e dei Simpson dopo scuola. La speranza di avere sempre la possibilità di una birra ghiacciata e un pacchetto di sigarette sul tavolo. Batman che legge per me ad alta voce mentre mi massaggia i piedi. Magari nudo. Briscola con mio nonno e Janis Joplin con mio padre.
Vederci al buio. Molti, ma non tutti, di quei sorrisi che mi fai tu.

 

 

Questa parte prima, di prologo, funge da introduzione a delle ben più narrative vicende, raccolte vissute ed inventate, di ciavatte specifiche nel settore.

[CONTINUA…]

 

 

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