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Alice's cut | Fottere l'algoritmo

May 13, 2019

Librerie che sono anche bar, bar che sono anche cinema, strade che sono anche teatri. Questo non solo a Trastevere, ma a Roma nostra, tutta.

 Sembra ormai un dato appurato: le persone vanno sempre meno al cinema. Non è un momento felice per la sala cinematografica; i motivi sono molteplici e di facile intuizione in tempi di web, Netflix, Amazon, Chili e compagnia bella. A questo dobbiamo aggiungere il costo elevato del biglietto, che ridotto bruscamente a 3 euro grava comunque sulle piccole sale. Per non parlare delle nuove piattaforme streaming in arrivo: AppleTv+ ad esempio, e quella ormai imminente del colosso Disney (dal 12 novembre attiva negli Stati Uniti e dal 2020 in Europa). Insomma, se ne vedranno delle belle e la sala, prima culla del cinema, ne risentirà senza dubbio. Stando alle statistiche che riguardano l’Italia, è importante però notare che nonostante un arretramento della fruizione in sala (-5 %), nel 2018 c’è stata al contempo una crescita degli incassi di film nazionali e una più ricca varietà di scelta fra i prodotti nostrani (data certamente anche dal moltiplicarsi dei canali di fruizione che permettono più libertà economica e di racconto). Non per ultimo si è presa coscienza della necessità di “ridistribuire” le uscite in sala, prevedendo grandi titoli anche durante il periodo estivo, per evitare tempi morti. La situazione quindi non è delle peggiori ma è un fatto che molti cinema della Capitale hanno chiuso e probabilmente altri ancora subiranno la stessa sorte. Abbiamo assistito negli ultimi anni alla chiusura di storiche sale romane, dal Fiamma di via Bissolati al Maestoso di via Appia Nuova. Nel rione di Trastevere è stata la fine del Reale, il cinema di Massimo Ferrero che ha chiuso anche il suo Royal, in via Emanuele Filiberto. Di recente una notizia pubblicata dal Messaggero e rilanciata poi sull’online del Ventriloco annunciava la possibile chiusura dell’Intrastevere di vicolo Moroni, allarmando subito residenti e non, che a Trastevere sono stati privati del Cinema Roma, dell’Alcazar e del Troisi, le cui sorti sono ancora sospese, come concerne alle fin troppo immobili dinamiche romane. A detta di due operatori il cinema Intrastevere, ultimo rimasto insieme al Nuovo Sacher, non chiuderà assolutamente. Gli stessi si sono lamentati dell’allarmismo non necessario relativo alla presunta chiusura del cinema, legata, a quanto pare, a una clausola del contratto stilato fra Comune e parroci, che impedisce a quest’ultimi la subconcessione del locale, dato invece in gestione alla Emme Cinematografica negli anni 90. La questione è criptica, mentre è lampante ormai che siamo in un periodo storico di rapide trasformazioni. Cambiamenti essenziali interessano il concetto di fruizione e questo ci costringe a ripensare i luoghi e le modalità del fruire stesso. Ogni tempo è nostalgico. L’uomo, banalmente, sa cosa c’è stato e non cosa ci sarà, e timoroso spesso e volentieri preferisce rifugiarsi al calduccio sicuro del passato. Com’erano belli e voluttuosi i tempi dei Fitzgerald e di Hemingway o della Belle Époque francese, ci raccontava Woody Allen in Midnight in Paris... Certo è che in questo specifico momento storico, domina regina una ripetizione incessante del passato. Una sostanziale marcia indietro pervade ogni ambito. Nel cinema assistiamo ad assillanti remake e reebot, live action reiteranti scena per scena cartoni già visti, immaginari anni 80 propinati in ogni salsa. Il nuovo, ancor prima di arrivare, è già dimenticato. Intanto, altrove, concetti come tradizione e vecchi valori vengono usati per scopi infimi, storpiati fino a divenire avariati, pericolosi. Traiettorie già battute, strade già percorse si ripropongono… dinamiche che presuppongono l’idea di movimento e inevitabilmente di spazio. Forse, per evitare di cadere più del dovuto in climi di allarmismo culturale, occorre porsi nella giusta maniera di fronte alla chiusura delle sale, ripensando gli spazi. Demonizzare il web, luogo più che mai indefinito (o forse definito da infiniti luoghi) è un’operazione priva di senso. Occorre invece sottolinearne le potenzialità e limitarne i rischi, ripensando i luoghi che amiamo che sono quelli più a rischio perché scardinati dall’utile e dal profitto. Invece infiliamo la testa sotto le coperte e ci accontentiamo di consumare buio ed aria vecchia, come ci viene richiesto. Evitiamo di tirar su il capo e affrontare la metamorfosi impazzita in corso, comprendendola per poi volgerne le caratteristiche a nostro favore; operando, senza negarla, dal suo stesso interno. Fottere l’algoritmo, per dirla con Seth Rogen in Hilarity for Charity, speciale comico targato Netflix (dall’interno, per l’appunto). La sala cinematografica è un luogo dove è ancora possibile ridimensionare la velocità di questo tempo sempre sull’attenti. Pensarla inghiottita da ristoranti e negozi dove riempirsi con il nulla, è molto più che sconsolante. Mentre scrivo mi viene in mente Club Silencio del film Mulholland Drive, dove Betty e Rita assistono rapite ad uno spettacolo che le illumina di blu, colore tanto caro a David Lynch, caldo e freddo insieme, come la luce di uno schermo. Anche se al Silencio lo schermo non c’è. Ci sono poltrone dove sedersi e suoni registrati; un’esperienza simile al cinema ma senza cinema. Una sala che non è una sala, non in senso classico almeno. A mostrarcela è David Lynch, regista sempre volto in avanti, che da poco ha annunciato un corso di cinema online. Lui, uno dei primi a narrare televisivamente, che nell’ultima stagione del suo Twin Peaks ha congelato ogni immagine sussurrandoci la fine della narrazione stessa, o meglio, la sua mutazione di fronte alle molteplici modalità narrative venute alla luce. Proprio quando in piena era di serie tv, ci si aspettava da lui La Serie Tv. Partendo dal ripensamento dell’idea di spazio e di luogo, dobbiamo ripensare anche la sala. Non aver paura delle sperimentazioni. Tutto si sta ribaltando, le categorie che prima avevano un senso ora non sono più niente. Le persone vanno sempre meno al cinema, ma certamente non è la fine dell’era del guardare, anzi, oggi più che mai si vive di immagini.
Sogniamo un festival del Rione dove i cinema comunicano fra loro, dove muoversi fra una moltitudine di schermi di ogni tipo, magari fra diversi generi, uno per ogni schermo, come un festival di musica dove la connessione e lo spazio fra i sound è importante quanto i sound stessi. Ripensare il rione come Il Ventriloco vuole fare, sintonizzandosi sui concetti di tradizione e valori, ma prendendo solo ciò che di genuino hanno da offrire, facendoli rivivere, oggi. Creare connessioni virali fra i luoghi di cultura, teatri-cinema-librerie-strade, unirli e mischiare tutto. Vivere di nuovo la città, dentro e fuori. Accogliere l’assenza di definizioni, sfruttarne la libertà, coglierne la potenza creativa. Dilatiamo lo spazio. Librerie che sono anche bar, bar che sono anche cinema, strade che sono anche teatri. Questo non solo a Trastevere, ma a Roma nostra, tutta. Certo, sono solo proposte avanzate sul facile spazio di un foglio bianco. Pensieri esplicitati ancora totalmente inconcreti... semplificazioni che probabilmente non tengono conto di molte implicazioni del reale.
Appartengo a una generazione cresciuta nella quiete apparente prima del delirio; una generazione abituata allo stallo che forse riflette troppo senza mai concludere. Confusa fra i valori morenti alle spalle e la landa vuota di fronte, su cui ricostruire tutto. Probabilmente anche questo rimarrà l’ennesimo pensiero, scorrerà via come una nuvola, ma poco importa, perché dimostra che siamo in grado di liberare la testa, alzarla e portarla lontano, avanti, fuori da ‘sta maledetta coperta... Pronti per avanzare idee e proposte, che siano su un foglio di carta o su quello più acceso del computer, scritte sui muri o con i gessetti sull’asfalto. Dove più ci aggrada insomma, abbiamo molti spazi a disposizione.

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