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Io sono (il nipote di) un autarchico

October 23, 2019

Illustrazione: Marta Bianchi

 

Borsalino sempre in testa, occhi vispi e azzurri. Qualcuno di voi, Armando, l’avrà visto passeggiare per Trastevere con la sua andatura lenta, un po’ ciondolante e continuamente interrotta da brevi pause spese ad ammirare il cielo. Se avete avuto la fortuna di conoscere mio nonno, vi avrà salutato alzando il cappello come si faceva un tempo. Quando lo osservo, nei suoi comportamenti e nel suo modo di stare al mondo, proprio quel tempo in cui è cresciuto, nel bene e nel male, mi sembra lontanissimo. Mio nonno è nato a Paliano, in Ciociaria, novantaquattro anni fa. I suoi genitori erano contadini e come loro, lui, seppur in città lo è stato per tutta la vita. A dire il vero ha sempre avuto una certa inclinazione per l’arte e lo studio che coltiva ancora adesso e che spesso non si conciliava proprio bene con la vita da contadino. Il mio bisnonno Paolino questo lo sapeva e fra i tre figli toccò a lui andare a Roma. La terra di cui erano proprietari non era abbastanza per garantire una vita agiata a tutti e tre i fratelli e lui era sicuramente il più portato per la vita di città. Guai a dire che non lo fosse anche per quella di campagna ma la sua passione per lo studio e per l’arte lo avevano inchiodato. Tra tutto prediligeva la poesia, gli studi naturali e la geografia per la quale credo che abbia una vera e propria malattia. Ogni tanto, per esempio, spuntano fuori per casa i suoi pizzini dove annota gli aggiornamenti sul numero di abitanti delle varie città o le sue nuove scoperte: “Il kiwi e il cachi sono originari della Cina”. Vi potrebbe anche capitare di sentirlo recitare a memoria le sue poesie mai scritte o quelle dei grandi poeti italiani ma non è questo aspetto di lui che voglio raccontarvi e che lo porta lontano dal tempo in cui viviamo. Voglio raccontarvi la sua vita di campagna in città, il suo modo antico di rifiutare le comodità e i bisogni futili, la sua continua attenzione agli sprechi, la sua ostinazione nel curare i suoi terreni e la sua soddisfazione nel raccogliere i frutti del suo lavoro. Da quando non c’è più mia nonna la sua casa è diventata un casino che manco Bukowski e quelle che erano le poche comodità faticosamente conquistate da lei sono state pian piano abbandonate: “Io guarda che sto bene così!” Non ho mai conosciuto una persona tanto testarda e ostinata in vita mia. Una miriade di oggetti, attrezzi e cianfrusaglie ammucchiate, salvate dalla spazzatura, in attesa di un nuovo utilizzo. Il sistema di riscaldamento non è mai stato riattivato e il telefono e l’acqua calda eliminati: “Sai, quando abitui gli animali a passare le notti nella stalla sei costretto a lasciarceli per sempre perché nel momento in cui li lasci fuori si ammalano. Le persone da questo punto di vista sono come gli animali”. Una delle sue più grandi battaglie è stata sull’installazione dell’ascensore nel palazzo. Dieci anni di ostinata opposizione senza mai un passo indietro. L’utilizzo dell’acqua è rigorosamente centellinato. L’acqua utilizzata per lavare il viso viene preservata con una bacinella e riusata per lo scarico del water. Sui davanzali di tutte le finestre di casa potrete ammirare quelli che lui chiama i suoi giardini pensili. Peperoncini, pomodori, erbe aromatiche, fiori e piantine varie da reimpiantare quando sarà il momento. Ogni finesettimana della sua vita, dopo il lavoro in città, Armando è sempre tornato a Paliano, accompagnato da mia nonna a coltivare i suoi terreni. Ancora oggi non perde l’occasione di tornarci. Dovreste vederlo maneggiare la zappa a novant’anni suonati. Per restare in tema di economia circolare, il concime che utilizza, dicesi beverone, è un composto abbastanza schifoso di scarti alimentari lasciati a macerare nell’acqua. La sua ricetta per un ottimo beverone è declinata dal francese e ne esprime a pieno la sua ricercata raffinatezza: “più la puzza e più les bon”. Ho visto più volte mia madre, dopo i pranzi della domenica, conservare gli scarti da dedicare al beverone per non sentire le sue lamentele. È questa ostinazione nel preservare il suo modo di essere che lo rende sereno, e vederlo rasserena anche me. Si potrebbe pensare ad un uomo duro e invece è nella gentilezza e nella pacatezza che si esprime tutta questa forza. Una gentilezza antica, appunto.

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