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Storie da sfornare a buffo | Isadora Duncan, la madre della danza moderna strozzata da una sciarpa

March 16, 2019

Isadora Duncan, la madre della danza moderna strozzata da una sciarpa

La storia di Isadora Duncan è una delle più ingarbugliate storie che si possano leggere, perciò qui di seguito verrà narrata in stile ermetico sovietico. Poi chi vo capì capisce. Nasce ultima di quattro fratelli. Il padre, quando lei aveva 4 anni, si da perché c’aveva i buffi, tipo vado a “comprà le sigarette”.  Quindi la madre si ritrova da sola con quattro figli e tutti i debiti del marito, tanto da costringere i figli, e la giovane Isadora, ad andare in giro a lavare le scale dei palazzi affianco. Però a Isadora piaceva ballare, tipo Billy Elliott in mezzo alle strade nei sobborghi di Okland, California. Era talmente tanto brava che viene presa ad una scuola di New York molto prestigiosa dove rimane fino a verso i dodici anni. Ma fin da subito capì che la danza classica, che era l’unica considerata accademica fino allora, a lei gli rompeva i coglioni. Di indole inquieta, spasmodica e disordinata non gli andava di infilarsi le scarpette rigide, di indossare il body nero di avere sempre i capelli composti e di fare pliè davanti allo specchio. Non gli andava, insomma, di sta sempre seduta in pizzo alla sedia; lei voleva ballare “fluida” qualunque cosa questo significhi.
Dall’età di sedici anni la vita di Isadora Duncan diventa un casino. Si trasferisce a Londra dove conosce un’insegnante a cui piaceva ballare un po’ a cazzo di cane come a lei, poi se ne va a Parigi dove pare che pure le francesi si erano scocciate di esse sempre bacchettate. Poi conosce uno di cui si innamora, ma che non sposa, che la porta in giro per l’Europa a vedere i balli più “reazionari”. Poi torna in America perché non gli andava più di sta con questo e si fa il giro dell’America da sola, poi torna in Europa dove apre scuole di danza a Londra e a Parigi dove inizia a danzare con tutti fronzoli addosso stile, da lei stesso definito, “Greco”, qualunque cosa questo significhi. Stiamo alla fine del 1900. Intorno ai 20 anni Isadora aveva già rotto gli schemi della Danza classica e aveva un seguito non indifferente. Nel frattempo, fa un tour Europeo facendosi acclamare pure da quelle cariatidi che bevono il tè col mignolo alzato. Prime pagine, diventa la ballerina rivoluzionaria, ma non quella da balletto, quella da “faccio un po’ come me pare, improvviso”. Dai 20 ai 30 anni la sua vita può essere riassunta con la sbrigativa sequela: inizia a bere, scopa, si diverte, fa i soldi, conosce tutto l’entourage artistico Americano e Europeo, tappeto rosso, musa di scrittori, scultori, fotografi, feste sfarzose, riconoscimenti artistici, standing ovation. 2 giorni a Parigi, 3 a Londra, 6 a New York, pià l’aereo, vai dellà, dormi svegliati, sorridi alla stampa, Clap clap, rullo di tamburi, ladies and gentleman. Entra a gamba tesa nella storia della danza. Pioniera, visionaria, obbiettivi puntati su di lei, din din din jackpot. Si innamora di un regista teatrale. Fa un figlio con lui. Poi lo lascia, si mette con Singer (quello che delle macchine da cucire) fa un altro figlio pure con lui. Poi lo lascia. Dire che agli inizi del 1900 con due figli illegittimi ballando mezza nuda partecipando a feste ostentando ricchezza ubriacandosi era considerata un gran troione è un mero eufemismo, ma lei, giustamente, non dava alcun tipo di peso all’opinione pubblica tanto da essere studiata non solo per il suo contributo artistico ma anche per quello sociale femminista. In questa fase della sua vita avviene il primo patatrac: I due figli in gita su una barca sulla Senna con la governante muoiono entrambi misteriosamente annegati. Depressione. Alcool. Blocco artistico.
Si trasferisce a Corfù dove va in silenzio stampa. Ritorna sulle prime pagine perché trasferitasi a Viareggio a casa di Eleonora Duse dove partecipa a varie orge e si avvicina all’occulto. Dichiara di essere apertamente bisessuale. Chissà che cazzo se combinava dentro quella villa.  Rimane incinta di un scultore italiano. Il figlio nasce morto. Lascia l’Italia per andare niente popò di meno che in Russia, chiamata da Lenin stesso per aprire varie scuole di danza. Comunismo posto rivoluzione d’ottobre. Nella politica ritrova la forza della carriera. Parte un tour in cui vestita sempre di rosso osanna la sua fede sovietica. Nel frattempo legge, scrive, si emancipa ancor di più, trova nella Madre Russia una forza feroce. La sua carriera ridecolla. Nel frattempo, la vecchia volpona, conosce e Si Sposa un celeberrimo scrittore russo di nome Sergei Yesenin, scrittore romantico e adulatore della vita semplice di ben 18 anni più giovane. La coppia è sulla cresta dell’onda, soprattutto per la loro nomea passionale. Pare andassero in giro a distruggere camere d’albergo scopando e menandosi ubriachi. Tipo Sean Penn e Madonna.  Sergei Yesenin, che non era proprio un felicione, viene trovato impiccato nella sua stanza d’albergo mentre lei era in tour lasciando non solo nella letteratura russa un grande vuoto (aveva 30 anni) ma anche nel cuore della Isadora. A quel punto, lei si era rotta il cazzo delle insidie della vita.
Ci sono due anni di vuoto nella biografia dai 48 ai 50 anni. Nessun avvistamento.
Ma torna, in pompa magna, a Nizza il 14 settembre del 1927 acclamata dalla stampa perché gli era venuta la fissa che voleva guidare una macchina da corsa, che ai tempi non piottava manco tanto. Voleva però essere la prima donna a sentire il brivido della velocità. Quindi con gli spalti pregni di giornalisti, a cui era tanto mancata la ballerina libertina, sale su questa macchina, una di quelle che sembravano una supposta con le ruote e urla sfoggiando quel suo vecchio sorriso rinato “je vais à l’amour!” indossa gli occhialetti e parte non pensando che la sua sciarpa che ondeggiava al vento si sarebbe inceppata nella ruota posteriore. Gli si spezza il collo davanti a tutta la stampa mondana Francese.
Nonostante la sua vita sia stata scintillante, a tratti tragica, ma anche piena di soddisfazioni, la sua morte fu un’uscita di scena un po’ goffa.  Ma soprattutto l’amour un cazzo!
Da cittadina sovietica il suo corpo non poté tornare in patria natia, sul suolo americano, come il volere della famiglia. Ma il governo Francese fu ben lieto di poterla accogliere al cimitero di Pere Lachaise di Parigi, dove tutt’ora riposa affianco a Oscar Wilde, Frederic Chopin, Maria Callas, Marcel Proust, Jim Morrison, persone che, come lei, hanno dato una bella scossa alle coscienze artistiche collettive.

 

Storie da sfornare a buffo

Nessuno crede alla casualità. Plasmati da una mente più scientifica che spirituale diamo sempre una spiegazione a tutto quello che accade, o quantomeno la cerchiamo con affermazioni del tipo “non è possibile” “ci deve essere una ragione” non rassegandoci ad un semplice “a volte accade”.

 

Essendo sempre state persone nella media, in tutte le sfere della nostra vita, non siamo mai stati in positivo quell’uno su milione né di conseguenza crediamo di poter essere quell’uno su milione in negativo.

 

Quindi, probabilmente come non siamo mai stati quelli che sbancavano al lotto o si sposavano un milionario conosciuto sull’8 indossando il pigiama, non saremo di conseguenza quelli che moriranno sotto il colpo in testa di un uccello morto caduto dal cielo, o anche in un incidente aereo, o addirittura di unghia incarnita necrotizzante.

 

Ed è proprio in questo ragionamento né scientifico né spirituale bensì più pressappochista che si nasconde l’errore. Se vi è una probabilità, vi è anche una possibilità. Di conseguenza, tutto quello che è singolarmente o collettivamente probabile è anche possibile.

 

Qui di seguito verranno raccontate storie realmente successe a persone o a gruppi di persone, improbabili, oseremo dire, quasi impossibili.

 

Lo stile sarà schietto sincero quasi didascalico, a tratti dissacrante. Al limite del cinico, ma non per licenza poetica semplicemente per enfatizzare lo sconcerto, il “ma non ci credo”o il più gergale “ma che cazzo stai a dì?”.

 

La curiosità, in definitiva, non è altro che fame di storie, attesa di risposte.

 

E queste sono storie curiose, male che va da sfornare in un momento di silenzio durante una conversazione fiacca.

 

Le storie di seguito scritte non sono frutto della nostra fantasia, ma realmente esistite, talmente assurde che la nostra stessa fantasia sarebbe ben lieta di esserne la genitrice.

 

Illustrazione di Federico Russo

 

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