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Storie da sfornare a buffo | John Nash, il genio schizzofrenico

April 6, 2019

John Forbes Nash è stato uno dei più grandi matematici del 1900. A renderlo famoso ha contribuito anche il film del roscio di Happy Days Ron Howard A beautiful mind interpretato da Russel Crowe quando ancora non era diventato Robert Baratheon, che comunque fa la sua porca figura.
In un’epoca in cui si usa la parola Genio troppo spesso e senza cognizione di causa si può dire senza ombra di dubbio che lui lo era anche andando ben oltre la media dei geni. Per essere considerato un super genio infatti non basta un’intelligenza cognitiva superiore, non basta una quantità gargantuesca di materia grigia, non basta neanche eccellere nella materia in cui si viene reputato tale, bisogna avere L’idea: quell’idea che dopo il proprio passaggio rivoluzionerà tutte le altre idee successive e abbatterà le passate, quell’idea che servirà come riferimento ai posteri, quell’idea che ti farà entrare nella storia.
La matematica, non considerata una scienza esatta, è però alla base di tutte le altre scienze inappuntabili. Nessun fisico, chimico, biologo o economo potrebbe dimostrare la propria idea senza avvalersi dei teoremi matematici. La storia della matematica è un susseguirsi di tentativi, di chi ci è riuscito, di chi sbagliando è riuscito a far riuscire altri.  Non esiste un solo inventore della matematica, un po’ come non esiste un solo inventore, scopritore, del Prosciutto. Usando una metafora suina, John Nash è stato quello che tra tutti quelli che prima di lui hanno staccato la coscia al porco, l’hanno fatta essiccare, l’hanno messa sotto sale, l’hanno osservata, assaggiata, vomitata, ha pronunciato “mettemola a testa in giù, appendiamola al soffitto e aspettiamo”. Un vero rivoluzionario.
Il problema di Nash era che soffrendo di schizofrenia paranoide e avendo attacchi della tale anche pubblicamente, veniva considerato in ambito accademico un pazzo, non del tutto affidabile. Questo significava nel pratico che nella sua ricerca sono sempre mancati i soldi.  “genio si, ma se dovemo fidà?”
Fin da bambino solitario gli piaceva starsene per i cazzi suoi, la scuola lo annoiava, lo stimolava poco, tanto da non spiccare mai sugli altri fino agli ultimi anni del liceo dove finalmente la sua genialità esplose tanto da concedergli una borsa di studio a Princeton dove insegnava il suo vate spirituale Albert Einstein. Noto già per le sue pubblicazioni nell’ambito accademico Nash si distingueva per dimostrare le teorie matematiche per assurdo il che vuol dire dimostrare la veridicità di una teoria falsificando tutte le sue possibili negazioni. Faceva il giro largo Nash, gli piaceva dimostrare il contrario del reale per arrivare al punto. Un punto di vista del tutto nuovo ai tempi, in ambito scientifico. Durante le sua carriera accademica Nash fu ricoverato per schizofrenia 6 volte, durante le quali pensava di essere prigioniero politico. Durante i suoi attacchi Nash credeva di leggere codici extraterresti, o di esser mira di complotti filo comunisti, o di lavorare per i servizi segreti, sentiva voci, credeva in ordini dall’alto. Non credo sia un caso che la sua teoria maggiore, che gli valse il premio Nobel per l’economia nel 1994 è chiamata Equilibrio di Nash. Per tutta la sua vita egli ha pensato ossessivamente alle teorie dominanti, alla competizione, alla vincita di un elemento su un altro, agli algoritmi equilibranti. Un super genio schizofrenico che pensa all’equilibrio matematico. Chiamatelo caso.
“Un gioco può essere descritto in termini di strategie, che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l'equilibrio c'è, quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare, occorre agire insieme”. Questo concetto umanamente e socialmente elegante, alla base di una teoria matematica difficilmente spiegabile in parole povere diede un calcio in faccia ai precedenti concetti economici capitanati dall’allora prezzolato Adam Smith, noto come il padre dell’economia moderna, cui Nash,praticamente, smentì l’assetto.
John Nash pensava sempre ai numeri, all’equilibrio, faceva poco altro, riuscì addirittura a sposarsi nonostante la sua indole asociale e incapace di strutture relazionali, la sua ossessione verteva nella numerologia. Non sono pochi ad affermare che la sua schizofrenia paranoide, che lo rinchiudeva spesso in casa a guardare serie numeriche quando non era in strutture specializzate, abbia addirittura contribuito alla sua ricerca. E se non fosse stato schizofrenico? Nel 1970 dopo 6 ricoveri Nash scelse coscientemente in piena lucidità di smettere di prendere medicinali contro la sua malattia. Riusciva a controllare autonomamente gli attacchi, dichiarò che la sua malattia era in regressione. La sua biografa Sylvia Nasar, sostenne invece che le medicine lo offuscavano, che forse egli mentì perché aveva bisogno di quella parte di sé. Forse anche la sua parte malata era un genio, e lui ne aveva coscientemente bisogno.
Nel 1994 vinse il premio nobel per l’economia. Il premio Nobel per la matematica non esiste, perché pare che la moglie di Nobel lo tradisse con un matematico, e lui, pe tigna, non l’ha messo.
John Nash Muore in un taxi, nel New Jersey, a seguito di un incidente. Aveva 86 anni. 

 

Storie da sfornare a buffo

Nessuno crede alla casualità. Plasmati da una mente più scientifica che spirituale diamo sempre una spiegazione a tutto quello che accade, o quantomeno la cerchiamo con affermazioni del tipo “non è possibile” “ci deve essere una ragione” non rassegandoci ad un semplice “a volte accade”.

 

Essendo sempre state persone nella media, in tutte le sfere della nostra vita, non siamo mai stati in positivo quell’uno su milione né di conseguenza crediamo di poter essere quell’uno su milione in negativo.

 

Quindi, probabilmente come non siamo mai stati quelli che sbancavano al lotto o si sposavano un milionario conosciuto sull’8 indossando il pigiama, non saremo di conseguenza quelli che moriranno sotto il colpo in testa di un uccello morto caduto dal cielo, o anche in un incidente aereo, o addirittura di unghia incarnita necrotizzante.

 

Ed è proprio in questo ragionamento né scientifico né spirituale bensì più pressappochista che si nasconde l’errore. Se vi è una probabilità, vi è anche una possibilità. Di conseguenza, tutto quello che è singolarmente o collettivamente probabile è anche possibile.

 

Qui di seguito verranno raccontate storie realmente successe a persone o a gruppi di persone, improbabili, oseremo dire, quasi impossibili.

 

Lo stile sarà schietto sincero quasi didascalico, a tratti dissacrante. Al limite del cinico, ma non per licenza poetica semplicemente per enfatizzare lo sconcerto, il “ma non ci credo”o il più gergale “ma che cazzo stai a dì?”.

 

La curiosità, in definitiva, non è altro che fame di storie, attesa di risposte.

 

E queste sono storie curiose, male che va da sfornare in un momento di silenzio durante una conversazione fiacca.

 

Le storie di seguito scritte non sono frutto della nostra fantasia, ma realmente esistite, talmente assurde che la nostra stessa fantasia sarebbe ben lieta di esserne la genitrice.

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