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Storie da sfornare a buffo | Laszlo Cseh, secondo solo a Michael Phelps

April 12, 2019

Pechino 2008. Ventinovesima edizione delle Olimpiadi. La Cina in conflitto con il Tibet e il Darfur ed essendo la maggior contribuente dell’industria Petrolifera in Sudan viene da subito criticata come sede, sia da un punto di vista politico sia per un punto di vista climatico, perché faceva un botto caldo. Per non parlare dei diritti umani. Ma questo è un altro discorso.
In Italia ci siamo svegliati alle 4 del mattino per vedere addirittura il Dressage, che francamente non ho mai capito. Non ho mai capito perché un cavallo che fa una diagonale alzando gli zoccoli mezzo schizzinoso dovrebbe essere oltre che affascinante anche giudicato. Ma anche questa è un’altra storia.
Gli atleti, per quelli che come me amano sudare solo durante attività bibliche, sono degli alieni, dei supereroi, capaci di sfoggiare una forza di volontà pari a quella di Batman. Perché, non tutti gli atleti olimpionici sono strapagati. Spesso molti di loro fanno altri lavori, oltre ad allenarsi. Quindi si, eroi, lavoro la mattina fino a sera, svegliarsi all’alba per allenarsi, tre ore di palestra al giorno, un’unica ambizione: gareggiare, partecipare alla più grande competizione sportiva mondiale, forse si, anche vincere.  La competizione con uno scarso tornaconto monetario è ai nostri occhi assurda.
Gli atleti a quel livello sono irreali, rari, una persona su 50000, intrisi di senso del dovere, incazzati, con il pepe al culo, regolari in ogni loro veste, concentrati, controllati, fortissimi fisicamente.  Dove si nascondono gli atleti olimpionici? Dove sono? Noi persone normali che escono vanno a cena fuori, si bevono le birre al baretto e cazzeggiano dopo lavoro, non li vedremo mai perché loro, di tempo libero, non ne hanno.
e quindi si, durante Pechino 2008, così come durante le precedenti e successive competizioni, ci siamo svegliati presto la notte e siamo andati a dormire tardi la sera per vedere anche judo, anche il lancio del giavellotto, anche il sollevamento pesi, anche quelli che sparano a oggetti volanti urlando “PULL”. Tutto, ci siamo visti tutto. Uomini e donne straordinariamente reali ma capaci di cose assolutamente impensabili per noi comuni mortali.
Ma quell’anno in Cina, un atleta ha spiccato su tutti: Lo squalo di Baltimora, la branda co la faccia da carciofo il nuotatore Michael Phelps. 8 medaglie d’oro vinte all’interno della stessa competizione sportiva. Ha battuto tutti i record mondiali per ogni gara fatta oltre a battere il record di Spitz che durava da 36 anni che aveva vinto “solo” 7 medaglie all’interno della stessa olimpiade. Un mostro, il più grande nuotatore nella storia, la sua apertura alare di poco entra nella larghezza delle corsie. Una schiena gremita di muscoli che manco gli studiosi di anatomia sanno che so. Un fascio di nervi. Un bambacione americano alto 195 centimetri con i dorsali larghi 120. Disumano. Co 8 bracciate a farfalla arriva da una sponda all’altra della vasca. Un uomo fisicamente perfetto, fisico statuario, peccato pe la faccia, ma vabbè. Il campione mondiale nella storia del nuoto. Un pesce. Uno squalo.
Ma c’era un uomo, un ragazzo ventitreenne affianco a lui a 6 delle 8 gare da lui svolte. Un ragazzo ungherese, passato totalmente in sordina, che non si è inculato nessuno, in ombra, in disparte. Quel ragazzo ungherese di nome Laszlo Cseh era il campione europeo di nuoto. Aveva battuto tutti gli olandesi e tutti i tedeschi e tutti gli italiani. Fortissimo. Di origine umile, cresciuto in un paese famoso per la principessa Sissi e le penne biro non certo per gli atleti, si era fatto il culo per riuscire ad entrare in nazionale, puntando soprattutto sul fatto che di nuotatori forti in Ungheria ce ne stavano pochi. Dopo le nazionali era passato alle Europee sorpassando tutti quelli che lo avevano sottovalutato. Perché Laszlo non sembra affatto un atleta.  Alto 182 centimetri (media bassa per un nuotatore), completamente glabro e pure un po’ di panza, fatto del tutto speciale per un nuotatore professionista ed un sorriso storto ma bonario, non metteva paura a nessuno. Ai tempi della preparazione per Pechino, il suo allenatore, lo iscrisse a 6 gare non menzionando il già allora fortissimo Phelps per non buttare giù il giovane sognatore Laszlo. E quindi Laszlo, chino sul suo obbiettivo, aveva deciso di concentrarsi sul suo allenamento finché non è arrivato il tanto agognato momento. Ed è proprio lì, sul suo piedistallo che si è visto arrivare questa cosa infinita, questa anta 4 stagioni. Lui, di 10 cm più basso e con la panza, ha comunque gareggiato con feroce dignità. Arrivando sempre secondo. Sempre.  Per gli appassionati di nuoto è veramente difficile non provare un brivido ogni volta che Phelps entra in acqua. Però, per chi, come me, ha un debole per gli sconfitti, non si poteva seppur in minima parte, non tifare per quel piccolo grassottello ungherese che oltre a continuare a nuotare affianco a Phelps con incorreggibile tenacia, vedendosi di conseguenza arrivare degli tsunami provocati dalle sue bracciate, è sempre arrivato secondo arrancando. Immaginatevi quanto poteva rosicare Cseh che si era fatto il culo, povero, che nuotava di notte in una piscina di periferia di Budapest, arrivato alle Olimpiadi a Pechino, dopo aver sbaragliato tutti i nuotatori europei, anche solo a vedere Michael Phelps. E immaginatevi ora l’idea che se non ci fosse stato lui, lo squalo, Cseh avrebbe vinto 6 medaglie olimpiche. E rosicavo io, che non ho la competizione nel sangue, che sono arrendevole, figurati lui.
Questa è la triste storia di un ragazzo che sarebbe stato un campione assoluto se non ci fosse stato Phelps. Questa è la storia di un secondo. Questa è la storia di uno che ti sbrana se je dici “l’importante è partecipare”.  Altre parole non sono necessarie.

 

Storie da sfornare a buffo

Nessuno crede alla casualità. Plasmati da una mente più scientifica che spirituale diamo sempre una spiegazione a tutto quello che accade, o quantomeno la cerchiamo con affermazioni del tipo “non è possibile” “ci deve essere una ragione” non rassegandoci ad un semplice “a volte accade”.

 

Essendo sempre state persone nella media, in tutte le sfere della nostra vita, non siamo mai stati in positivo quell’uno su milione né di conseguenza crediamo di poter essere quell’uno su milione in negativo.

 

Quindi, probabilmente come non siamo mai stati quelli che sbancavano al lotto o si sposavano un milionario conosciuto sull’8 indossando il pigiama, non saremo di conseguenza quelli che moriranno sotto il colpo in testa di un uccello morto caduto dal cielo, o anche in un incidente aereo, o addirittura di unghia incarnita necrotizzante.

 

Ed è proprio in questo ragionamento né scientifico né spirituale bensì più pressappochista che si nasconde l’errore. Se vi è una probabilità, vi è anche una possibilità. Di conseguenza, tutto quello che è singolarmente o collettivamente probabile è anche possibile.

 

Qui di seguito verranno raccontate storie realmente successe a persone o a gruppi di persone, improbabili, oseremo dire, quasi impossibili.

 

Lo stile sarà schietto sincero quasi didascalico, a tratti dissacrante. Al limite del cinico, ma non per licenza poetica semplicemente per enfatizzare lo sconcerto, il “ma non ci credo”o il più gergale “ma che cazzo stai a dì?”.

 

La curiosità, in definitiva, non è altro che fame di storie, attesa di risposte.

 

E queste sono storie curiose, male che va da sfornare in un momento di silenzio durante una conversazione fiacca.

 

Le storie di seguito scritte non sono frutto della nostra fantasia, ma realmente esistite, talmente assurde che la nostra stessa fantasia sarebbe ben lieta di esserne la genitrice.

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