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Quartieri dal mondo | Plan Grande, Colón, Honduras

November 11, 2019

 

Nasco in centro, centro storico. Roma è Roma, per cui mi sento al centro de mondo sin da quando so’ regazzino… Sarà per questo che ho sempre avuto un buon rapporto con i viaggi: so che Rometta nostra sta sempre lì che eternamente aspetta di riaccogliermi. Ripensando ai viaggi che mi hanno portato a conoscere comunità isolate di zone remote di continenti lontani, mi è venuto in mente un ricordo d’infanzia che spero faccia sorridere i lettori di questa rubrica: andare a Trastevere da solo è stato uno tra i primi viaggi della vita. Il ricordo di nonna che mi dice “Statte attento quando attraversi ponte Sisto”, è ancora nitido. Da adulto mi sono ritrovato a viaggiare molto, come ricercatore di scienze ambientali, alla scoperta di comunità di gente allegra del Centro America: tra Costa Rica, Nicaragua ed Honduras ho passato gli anni della mia prima formazione lavorativa con l’impegno di capire le difficoltà in cui vivono un’infinità di persone accomunate da un unico fattore: la vita in simbiosi con la natura circostante.

Quando un individuo condivide le proprie giornate con una comunità di qualche centinaio di altri esseri umani, a distanza siderale dal resto del mondo, nella scarsità di servizi essenziali (sanità, istruzione, trasporti), il senso di appartenenza alla biosfera terra è sicuramente eccezionale. Questa è la prima e fondamentale caratteristica di Plan Grande, nella regione Colón, nel nord-est dell’Honduras.

 

Illustrazione: Enton Nazeraj

 

La quantità di acqua presente nella comunità è sbalorditiva: Plan Grande si affaccia Sul Mar dei Caraibi ed alle spalle ha centinaia di chilometri quadrati di montagne ricoperte da un fitto e umido strato di foresta tropicale immacolata. Piove sempre. Nemmeno una piccola strada vi arriva: a Plan Grande il cemento non è ancora sbarcato e l’acqua è libera di permeare il terreno durante le incredibili docce tropicali che possono scatenarsi in qualsiasi momento, ed è libera di rendere l’aria umida al punto che qualsiasi seme tocchi terra cresce con la forza di un uragano. Pesca ed agricoltura sono le attività di cui vive la comunità: la Pachamama, Madre terra, nutre tutti. Nel villaggio ci sono quattro barche con motori fuori bordo che funzionano solo quando vogliono loro, e ci sono pochissimi terreni in pianura da poter coltivare (il più grande è stato adibito a campo di calcio da ormai venti anni). Ma il sole è tanto, sicuramente sufficiente a fornire l’energia necessaria a far vivere Patricia, Marcos e Don Enrique insieme ai propri fratelli e genitori e ai 30 bambini che animano le giornate in cui si aspetta il maestro che non riesce ad arrivare dalla città a causa del mare in tempesta. I bambini vivono come se fossero uno sciame di api. Sempre a correre, sempre insieme, sempre liberi. Non si capisce quasi mai di chi son figli e spesso ci si domanda se non siano già indipendenti a soli sei anni. Per loro vi è addirittura un parco giochi. Un parco giochi davvero unico: il fiume, che dalle spalle del villaggio scorre impetuoso verso il mare, portandosi con sé arbusti giganteschi che possono essere usati come zattere o trampolini, a seconda di come si incastrano tra le rocce. Non c’è mai un adulto che segue i bambini per controllarli. Spesso è Katie, di 9 anni, a dire agli altri che non si devono avvicinare alle iguana, che non devono tirare sassi o che non si possono fare il bagno. È abbastanza difficile riconoscere la composizione dei circa venti nuclei familiari della comunità. Al mattino, quando mi capitava di uscire dalla mia palafitta, trovavo già tutti in giro affaccendati in qualche cosa già dall’alba. La notte, invece, che ci saluta con un buio improvviso, scompaiono tutti nell’oscurità senza lasciare indizio alcuno su quale è la capanna in cui vivono. C’è un solo modo per capire chi sono le madri che dirigono le varie famiglie, osservando la pulperia, o negozietto. Come quello della Sen(tilde)ora Maria, l’unica persona a cui ci si può rivolgere per avere un po' di benzina, di riso, di varecchina o di qualche salsa a base di culantro che invade ogni piatto. Intorno alle madri ed i loro negozi si accalcano i figli a monitorare la spesa: fagioli neri, pescetti da friggere e banane, sperando ci sia una caramella o meglio ancora una bottiglietta di succo di frutta. Nelle cucine del villaggio gli adulti passano tutte le ore calde della giornata, quando non si lavora, ovvero quasi tutto il giorno. Sfido io ad andare a raccogliere i manghi alle dieci e mezza del mattino con quaranta gradi, o giù di lì, oppure ad andare a pesca con il sole ancora alto. Dalle nove alle cinque del pomeriggio è praticamente tutto fermo e si sta nelle amache appese tra le travi della capanna, si guarda la televisione satellitare (ce ne sono 3 in tutto), si ascoltano i consigli degli anziani che sentenziano su tutto, si rincorrono quei quattro maiali selvatici e quella trentina di galline che indomiti, e noncuranti del caldo, si intrufolano dappertutto. 

 

Gli eventi per cui ci si ritrova tutti, a Plan Grande, sono tre: la messa della domenica che impiega tutto il pomeriggio; le riunioni della Giunta dell’Acqua, il mercoledì sera, in cui si litiga per decidere come gestire la turbina idroelettrica che dà elettricità a tutti; la partita di calcio settimanale. Plan Grande si trova al centro di altre quattro comunità tutte isolate tra loro: gli abitanti si incrociano pochissimo, non camminano mai da una comunità all’altra attraversando la giungla, non si vedono mai: tranne quando c’è la partita di calcio. Tutte le settimane ci si mette in barca, scarpini sotto l’ascella, per andare a giocare con i propri rivali. Il campo è segnato da torrenti che ad ogni pioggia si portano via pezzi di area di rigore, le linee vengono divorate dalla vegetazione in neanche due ore da quando sono disegnate, tutto il campo è in pendenza verso il mare, come è giusto che sia. Eppure si gioca sempre. Le partite sono seguite da tutta la comunità (da ogni veranda di ogni casa si vede il campo), l’arbitro è rispettatissimo e i ragazzi corrono e corrono per un’ora e mezza. La cosa più assurda, o particolare, del movimento calcistico comunitario è che nessuno tiene il conto delle statistiche. Plan Grande ha giocato mille volte il derby contro il Rio Coco negli ultimi vent’anni, ma nessuno sa quante partite ha vinto l’una o l’altra squadra.

 

Per il resto del tempo, osservare il mare è la costante delle giornate di tutti gli abitanti della comunità: il mare la circoscrive e la rende speciale, gli si deve dunque attribuire la meritata importanza e il giusto rispetto. Lo stesso visitatore si deve rendere conto della centralità del mare nel rapporto tra comunità e natura: è dal mare che si arriva a Plan Grande ed è dal mare che si va via.

 

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