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Racconti trasteverini | Parata grande

May 16, 2019

Cammina con le mani incrociate dietro, sulla schiena, guardando verso il basso. Mi dice spesso che cerca i soldi per terra e che per sembrare fieri non è vero che basta camminare audaci con la testa all’insù. Passo dopo passo conta i sanpietrini cercando di non calpestarne i margini. Sempre indeciso, assorto, ben attento a dove mette i piedi. Si ferma ogni volta che pronuncia una parola, non riesce a camminare e parlare contemporaneamente. È straziante camminargli affianco conversando. Difatti con l’età, ha capito che il dono della parola è superfluo, ha accorciato le sue sentenze rendendole più lapidarie, schiette, decise dando parvenza d’esser saggio. Pur non interessandosi nell’essere ascoltato il suo carisma suscita negli altri l’effetto contrario. Viene ascoltato, quasi atteso.
Quando entra in una stanza si respira un’aria referenziale, che si discosta totalmente dal suo essere, in fondo, timido. Eppure essendo molto scaltro, io mi accorgo quando si fa scudo del timore altrui, lo guardo da lontano. Si insidia in conversazioni, ride, dà pacche sulle spalle, versa da bere, danza in mezzo a loro, si finge uno di loro. Realmente, di fatto, li osserva. Vuole apprendere dagli altri, studiarne le espressioni, i movimenti, incuriosito dalle loro abilità sociali. Perché lui non è un’animale sociale, non è stato concepito per stare in mezzo alla gente, dà l’idea di non avere bisogno di nessuno e che i suoi pensieri continuerebbero lineari anche davanti ad un muro bianco.
Stare tra la gente per lui è come indossare un vestito stretto sul cavallo. È come salire sulla sedia da piccoli e recitare una poesia: una cosa scomoda che va fatta.
È anche molto bello. Una lunga barba nera che tocca e cura poco. I suoi movimenti sono lenti, gesticola raramente, ma quando lo fa lascia un braccio sospeso in aria muovendo solo le dita, come a toccare un filo davanti a sé. Nulla in lui fa intendere azione. Ride tanto, a volte senza alcuna battuta, sorridendo per lo più, come se un bel ricordo gli passasse per la mente.
Le donne poi, non gli danno tregua. Sono rovinosamente sciocche in sua presenza. Ridono quando non devono e gli fanno domande troppo intime a cui lui si divincola negando, elegantemente, la risposta. Ma lui, come gli uomini di gran fascino, non è consapevole della sua bellezza, anzi crede di esser ed apparire ordinario.
Siamo nati lo stesso giorno d’aprile a distanza di 29 anni. In comune abbiamo solo le movenze, l’ironia, la passione per il prosciutto crudo tagliato a mano e una canzone sconosciuta dei Pulp dal titolo Bar Italia. Lui possiede innate capacità intellettive: audacemente curioso, silente nella sua personalità pensierosa, prorompente, al contempo discreto nel suo rapporto con gli altri. Io che siedo in disparte, ho sempre sciorinato astuzia e logorrea solo nei momenti per me confortanti. Con lui, per lui, ho iniziato ad amare i rumori circostanti, il silenzio, i passanti, tutto quello che non era detto. Con lui, non ho mi sentito il bisogno di far parlare i miei pensieri. Annuisco a quello che lui non dice.
L’estate del 2004 siamo andati in vacanza a Ventotene. Avevamo passato cinque giorni sulla spiaggia a guardare il mare parlando pochissimo. Io passavo le giornate a scrivere lettere d’amore scartando ogni nuova pagina, incapace di scrivere tutto il mio inutile tormento di allora. Lui ascoltava Bob Dylan con le cuffie. Nessuno dei due era tipo da mare. Immergevamo i nostri corpi nell’acqua solo per rinfrescarci. La sera ci sedevamo al bar a bere insieme commentando i passanti. Mi ha svegliata durante l’ultima notte dicendomi solo “andiamo”. Io, Vestita di una felpa, l’ho seguito a nord dell’isola senza fare domande in un posto dimenticato da dio in cui era tutto buio con solo il rumore delle onde infrante sugli scogli di sottofondo. Lui si è seduto su una pietra, di fianco a lui c’era solo un piccolo spiazzo di erba. Davanti a noi un burrone, il posto, mi disse, si chiamava Parata Grande. Mi sono sdraiata guardando le stelle sopra di noi mentre lui aveva il viso rivolto verso il mare. Dopo una ventina di minuti di silenzio fastidioso iniziò a parlarmi. Lo avevo visto essere il re della festa, destreggiarsi tra le folle e farle sue.
Lo avevo visto avere in pugno ogni persona vicino a lui mostrando veramente poco di sé. Lo avevo visto scolarsi bottiglie, fare a pugni, sputare veleno ed essere il peggior compagno di sé. Lo avevo anche visto incapace di cucinare del riso lesso. Lo avevo visto nei video di famiglia, sorridere, essere felice. Lo avevo anche visto essere del tutto inerte davanti alle mie frustrazioni. Lo avevo visto commuoversi da solo, nel silenzio, avevo sentito le sue debolezze come se fossero le mie ma non lo avevo mai visto così fragile. Così tremante, così emozionato.
Mi disse, quella notte, che quello era il suo posto preferito nel mondo, che in tutta la sua vita si era sentito sia roccia, che burrone, che mare scaraventato, che vento.
Mi disse che io avevo qualcosa di speciale. Che non valeva la pena essere come lui, discreto, inespressivo, che avrei dovuto fare e dire sempre tutto quello che mi pareva. Mi disse anche che, per quanto potevo scopare, avrei scopato meglio a quarant’anni che a venti e che l’amore non era nulla se realmente non lo volevo. E che anche vivere da sola non era poi così male, ma che io, in quanto secondo lui speciale, avrei dovuto avere tutto solo se volevo tutto e che, nel caso, non avere nulla andava bene uguale. Mi disse che io, a differenza di lui, potevo starmene in silenzio a scrivere, mentre lui soffriva di non riuscire a dirmi niente di sensato. Mi disse che dovevo tenermelo stretto quel tormento adolescenziale, che sarebbe stato un motore inarrestabile per tutto il resto della vita. Mi disse però, che avrei dovuto tenere gli occhi ben aperti sulle cose belle che sarebbero successe intorno a me, per non far di quel tormento una bestia feroce che governasse tutto. Mi disse che quello che mi aveva detto in quel discorso non me lo avrebbe mai più detto, di ricordarlo. Mi disse infine, che i miei sentimenti, come quelli di chiunque altro, avrebbero dovuto essere importanti e che nessuno, mai, si dovrebbe vergognare di essere quello che è. E che ogni cosa sarebbe andata bene.
Tornati a casa quella notte ha acceso la radio che suonava Bar Italia dei Pulp, abbiamo ballato un po’, mi ha fatto fare una piroetta e mi ha dato la buonanotte, andando a dormire. Io aspetto di arrivare a quarant’anni per farmi una scopata come si deve e continuo ad annuire quando lui mi parla nel silenzio.
Lui sa che io, senza averne mai più parlato, ricordo ogni singola parola detta a Parata Grande. E non c’è giorno che passa senza ch’io canticchi quella canzone, musica che non posso fare a meno di ascoltare.

 

Illustrazione di Elia Novecento.

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