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San Calisto, un bar fermo nel tempo

July 2, 2018

Nelle taverne la vita era diversa. Gli uomini parlavano ad alta voce, facevano gran risate, e c'era un'atmosfera di grandezza. Qui c'era qualcosa di più della semplice vita quotidiana, dove non
succede mai niente. Qui la vita era sempre viva e a volte anche lurida... Grandi momenti, questi, per me, che avevo la testa piena degli scontri scatenati e fieri dei prodi avventurieri di mare e di terra. Non c'erano momenti grandi quando andavo di porta in porta a dare il giornale. Invece nella taverna, persino gli ubriaconi instupiditi e crollanti sui tavoli e nella segatura erano oggetto di mistero e di stupore. Non erano i posti terribili di cui avevo sentito parlare dai ragazzi cui non era toccata la possibilità di vederli. Forse erano terribili, ma allora questo significava che erano terribilmente meravigliosi, ed è proprio il meraviglioso, se terribile, quello che un ragazzo desidera conoscere. Allo stesso modo erano terribili pirati e naufragi e battaglie; e quale ragazzo di buona salute non avrebbe dato la sua anima immortale per partecipare a vicende simili? E poi nelle taverne vedevo giornalisti, direttori, avvocati, giudici di cui conoscevo nome e volto. Essi erano la conferma del fascino che provavo io. Anche loro, certamente, avevano scoperto che c'era qualcosa di diverso, qualche cosa che andava oltre, e io avvertivo e desideravo. Che cosa fosse io non lo sapevo; eppure ci doveva essere, perché proprio lì gli uomini si mettevano a fuoco come mosche ronzanti su una ciotola di miele
”, John Barleycorn, Jack London 1913.


Ma stai sempre al Calisto? Pure te c'hai ragione... Dovrei farmi trascinare da un buttadentro in qualche mangiatoia per turisti, isolarmi in uno di quei locali dalle luci soffuse e la musica alta, che celano l'imbarazzo tra clienti. Dovrei provare forse, ma non riesco. Ci sono bellissimi posti dove vado spesso qui a Trastevere ma prima o poi il richiamo del Calisto, il richiamo della foresta, ti presenta il conto. A quel baretto, dopo un po' si chiederanno “Ma che fine ha fatto quel ragazzetto?” Beh non sai che piacere sapere che qualcuno domanderà di te, sapere che sei parte di una comunità solo perché un giorno c’è chi ha deciso dolcemente di rivolgerti la parola e si è chiesto chi eri e cosa facessi lì, in quel momento, e nient'altro. Certo, tutto questo è possibile sempre e in ogni luogo, ma ditemi se non è vero che accade ogni giorno più raramente.

C'era una volta, c'è ancora e chissà per quanto ci sarà il Bar San Calisto...questo è l'inizio del documentario di Ivano De Matteo, film su quel bar fermo nel tempo che grazie a Marcello e Fabrizio è stato capace di non scendere a compromessi con la storia. Ora ho voglia di scrivere solo le mie esperienze legate a questo posto, certo che molti di voi si riconosceranno in queste parole. Mi viene in mente Fabrizio con i suoi spaccati di vita trasteverina, la sua curiosità senza fine e la sua ricerca continua sulle origini delle cose. Sergio e Marcello con l’aria da burberi e con le loro freddure, pronti a sbatterti in faccia con una risata la realtà del mondo in cui abiti. Mirko con l'espressione serena di uno a cui sembra che tutto scivoli addosso (tranne quando litighiamo sulla Lazio e la Roma), Emiliano mentre offre cucchiaini di gelato ai bambini, Valerio e Matteo che sono come il diavolo e l'acqua santa, il primo tremendamente sfacciato, l'altro irrimediabilmente dolce. E Rakib... cristallino esempio di coatto timido... Scorrono i ricordi davanti al baretto chiuso. Mi viene in mente la prima volta che sono uscito con la mia ragazza, quanto ero orgoglioso di farmi vedere con lei. La prima volta che abbiamo pensato di creare Il Ventriloco, seduti a quel tavolino. E ancora, la prima intervista della mia vita fatta a Fabrizio, la prima volta che ho conosciuto il Vichingo e il giorno del suo funerale...La prima volta che ho parlato con Giovanni Antoci, il vecchio pittore, e la volta in cui a notte fonda mi redarguiva perché mi stavo facendo sfuggire quella ragazza: “Sei un deficiente”. La volta che ho parlato con Ivano de Matteo e con Bruno Giordano, quella in cui ho incontrato Nunziata e Rani, la volta che ho conosciuto quella ragazza svedese che non ho mai più visto...le migliaia di volte in cui mi sono innamorato, quel giorno in cui ero seduto al tavolo con uno studente americano, un barbone puzzolente e un impiegato della FAO. La prima volta che ho conosciuto Fausto e la prima volta che ha portato suo figlio nel passeggino al baretto...i miei compleanni, quelli dei miei amici.
Leggo sul Messaggero, apprendo che il bar San Calisto è un rave-bar e mi viene voglia di chiedere a Marcello se conosce la parola rave. Vorrei che tutti vedessero Fabrizio, Marcello e tutti gli altri, alle 3 di notte, dopo 10 ore di lavoro, pulire il piazzale dalle bottiglie vuote, la mattina offrire la colazione agli sfortunati o durante il giorno raccontare Trastevere ai turisti e placare gli animi esagitati. Vorrei che tutti quanti, almeno una volta, sperimentassero il loro modo di farti sentire a casa con un severo ma giusto: “Ma come cazzo te sei vestito?”.

 

Foto di Valentino Bianchi

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