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Una foto per una storia | episodio 4

November 13, 2019

La quarta intervista la facciamo al Prof!!!
Appuntamento in terrazza da me, proprio accanto alla nostra vecchia “Giulio Romano”, dove il Prof
insegnava Fotografia al doposcuola; apro l’ombrellone, sul tavolo le ultime tre riviste del Ventriloco, il pc con le foto del ’74 salvate dal macero e scannerizzate, in terra lo zaino con la fotocamera: tra un po’, quando la luce sarà meno dura, gli scatterò una foto.
Alfredo Bernacchia, testaccino con studi di sociologia, diplomato all’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione R. Rossellini negli aa ’60, quando aveva la sede a Via Nicola Fabrizi, dov’è ora il liceo Kennedy.

 

 

 


“Ciao Alfredo, sei una persona importante per me, avendomi trasmesso la passione per la fotografia e stimolato la formazione creativa della mia personalità. Come sei arrivato alla Giulio Romano?”
“Dopo il servizio militare. Ricordo ancora il giorno del congedo, una liberazione, perché era San Liberatore.
Cercavano personale insegnante per le Libere Attività Complementari, praticamente il doposcuola alle Medie della Giulio Romano, e nel ’70, sono arrivato a Via del Cedro, per insegnare Fotografia; è bello vedere la scuola durante l’intervista”.
“Ci racconti l’esperienza di quegli anni particolari con i ragazzi di Trastevere?”
“Quando ho iniziato non avevo esperienza didattica, mi sono chiesto, e mo’ che faccio? Ho dovuto
inventarmi tutto partendo da ciò che avevo già vissuto come studente e che non avevo ricevuto, dal sogno che ha lo studente di come vorrebbe il professore. Ascoltare i ragazzi, perché io non ero stato ascoltato: mi inserivano nozioni come una spugna. Il passo successivo era motivarli alla bellezza prima di insegnare, e con la fotografia era facile perché dovevo solo trasmettere l’amore per Roma.

Mio nonno, Augusto Bernacchia, era uno dei più bravi “serciaroli” di Roma, la sua mano è in tutte le vecchie strade di Roma, divenute per me importantissime per i racconti di mio padre su di lui. La coscienza stradaiola, concedimi questo termine, è stata rilevante all’inizio del mio lavoro. A quei tempi c’erano le classi differenziate dove venivano inseriti “ i peggiori “ oggi li chiameremmo i non scolarizzati o emarginati.
Non ti potevi permettere di fare il “professorino”, quindi dovevi iniziare a parlare il loro linguaggio e poi pian piano modificarlo. Come? Motivando i ragazzi alla bellezza, che è l’unico modo per tirar su belle persone. La bellezza passa attraverso la ricerca delle emozioni e la Fotografia è un modo formidabile per ricercare emozioni, catturarle e trasmetterle: tre foto buone possono raccontare, a livello emotivo, più di un capitolo di un libro. Devo ringraziare ancora oggi quei ragazzi perché mi hanno fatto scoprire la passione per la professione dell’insegnante.


Non era un compito semplice. Ti rivelo una cosa che non vi ho mai detto: spesso e volentieri, per tenervi impegnati, scattavate senza rullino, perché la scuola non aveva molti soldi; cosa vi potevo trasmettere senza pellicola? Vi esercitavate all’osservazione e ad essere curiosi, a cogliere momenti della realtà circostante; anche se non venivano impressionati sul rullino, li registravate in voi stessi e vi allenavate a divenire cacciatori di emozioni. Se ti ricordi scattavate con la mia 35 mm. Quante pellicole ho comprato di tasca mia, ma ero contento.”
“Si ricordo bene la tua Nikkormat. La scuola ci aveva fornito due Petri, ma erano meno performanti. Tu sviluppavi i rulli e poi trasformavamo la classe in una camera oscura. Dai, continua con il racconto” “Attraverso le attività didattiche non convenzionali, il teatro, il giornalismo, la fotografia si riusciva in diversi intenti: ottenendo risultati incoraggianti il ragazzo acquisiva sicurezza anche nelle materie convenzionali, capiva che avrebbe potuto farcela, scoprivi dei talenti che non avresti altrimenti compreso con insegnamenti tradizionali. Ricordo un ragazzo che aveva una sensibilità per la scrittura incredibile riguardo ai contenuti: capì che per trasmettere quelle emozioni agli altri, avrebbe dovuto imparare “solo” la grammatica, e la motivazione arrivò perché ebbe consapevolezza di non essere un inetto. La Fotografia è più immediata: è una sintesi di emozioni, anche se poi devi studiare anche qui per conoscere la macchina, le regole per poter disegnare con la luce, trasmettere emozioni e proiettarle nel tempo. La tua foto del prete alla Salita del Buon Pastore è una foto che è piaciuta anche oggi, è stata premiata in un recentissimo concorso, l’abbiamo portata al museo in Trastevere, e ne stiamo ancora parlando dopo 45 anni.
Questo vorrà significare qualcosa?
Non era sempre facile, è capitato che una volta ho mostrato i denti ed ho usato un linguaggio che potrei dire poco ortodosso ad un ragazzo davvero troppo fastidioso. Ha funzionato, da quel giorno in poi con lui è filato tutto liscio, avevo parlato il suo di linguaggio ero riuscito a toccare certe corde in lui ,aveva bisogno di essere ascoltato perché attraverso le sue provocazioni lanciava messaggi. Un’altra volta entrarono in cortile 4 o 5 ragazzi in bici a disturbare e provocare un ragazzo “fumino” che faceva arti marziali, non so come fece ma diede una capocciata ad uno mentre pedalava; dopo un po’ arrivarono diversi adulti che lo aspettavano fuori scuola. Insieme ad un altro professore lo facemmo uscire dentro il portabagagli dell’auto. Ed anche qui il dialogo ci ha aiutato, perché una volta fuori gli adulti avevano capito cosa stavamo facendo ed avevano cercato di bloccarci.


Altro aneddoto: ero con il gruppo dei professori del doposcuola a Piazza della Scala. Dal Bar ci minacciarono di botte perché il figlio di un avventore era stato bocciato. Una volta capito che eravamo del doposcuola ci offrirono un caffè”.

“Cosa avresti voluto fotografare che non hai fatto?”
“Sicuramente i giocatori di carte davanti al bar di Marcellino a San Calisto: magari sono altre persone, ma i gesti e le espressioni, sono immutati nel tempo”
“Cosa fai oggi?”
“Sono pensionato, ho trascorso gli ultimi anni lavorativi ai centri di educazione permanente dell’età adulta, insegnando a italiani e stranieri: è stata un’esperienza formativa anche per me perché mi ha permesso di scoprire altre culture comunicando attraverso il messaggio universale della Fotografia. Alcuni allievi sono riusciti anche a farne la propria professione. E poi sto portando avanti alcuni progetti fotografici.”
“Mi parli dei cambiamenti subiti dalla Fotografia?”
“Noi che abbiamo vissuto il passaggio da pellicola a digitale ci rendiamo conto del cambiamento
dell’atteggiamento nei riguardi dello scatto: con la pellicola avevi 36 esposizioni, le foto costavano ed eri costretto a ragionare prima, per centellinare e cercare di produrre solo foto buone. Ora la tendenza è scattare tanto e correggere al pc con i programmi di post-produzione. Io comunque sono un ostinato romantico. Pur insegnando il digitale, sono rimasto ancorato ai concetti dei miei vecchi maestri – uno fra tutti, Vích Václav, cineasta e direttore della fotografia di numerosi film prodotti dal 1926 al 1962 – e li insegno ancora oggi, invitando a ragionare prima dello scatto: la foto è buona se esce buona dalla macchina. Sempre da inguaribile romantico torno spesso a passeggiare per Trastevere, e tu ne sei testimone, a ripercorrere e catturare quelle emozioni di luce e di gente che solo Trastevere mi sa donare”.

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