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Storia trasteverina | Una strana malattia ereditaria

March 12, 2019

Da un nostro affezionato lettore che ha scelto di restare anonimo.

 

La nostra era una famiglia cattolica e antifascista, trasteverina da sempre (per noi le sette generazioni erano l’altro ieri), a tal punto che papà volle pure rispettare il detto secondo cui per essere un vero romano bisognava aver salito i tre scalini d’accesso al gabbio di Regina Coeli.

 

Fu il primo impatto con il fascismo a “contorni istituzionali”. Una domenica mattina del 1922 (aveva 18 anni) si recò ad un comizio del Partito popolare al Teatro Costanzi, l’attuale Teatro dell’Opera, dove parlava Don Luigi Sturzo.

 

All’uscita, una squadraccia fascista armata di tutto punto assalì i partecipanti alla manifestazione, dandogliene di santa ragione. Arrivò in contemporanea “madama”, che fermò parecchi popolari e li portò al carcere della Lungara. Lì papà passò la nottata.

 

Negli anni successivi, fino al 1944, in casa nostra circolavano manifesti e opuscoli, che certo non pubblicizzavano la gazzosa o i lucidi da scarpe.

 

Mio fratello maggiore, Silvano, nei primi anni Quaranta aveva raggiunto l’età per indossare l’uniforme di avanguardista e per essere arruolato nel manipolo dei giovani fascisti del Littorio di Trastevere.

 

Dramma in famiglia: come si può fare per eludere agli ordini del regime?

 

Pensa che ti ripensa, mio padre si ricorda che il federale romano è un suo ex compagno di classe, con cui aveva avuto un buon rapporto di amicizia. Poi si erano allontanati e non avevano più avuto occasione di incontro.

 

Mia madre ebbe un’idea: “Diciamogli che non siamo in condizioni economiche per comprare la divisa, il fucile e la baionetta”.

 

Papà si vergognava, anche perché sapeva che la scusa non era credibile. Mamma però non demordeva: “Ci vado a parlare io”, disse. E così fece.

 

Il gerarca fu molto cortese, fece finta di crederci e però trovò una soluzione ineludibile: in casi particolari, il partito provvedeva a fornire la divisa gratis ai giovani estremamente indigenti.

 

Caso chiuso? Assolutamente no: Silvano aveva una salute cagionevole (grattandoci…) e non poteva assolutamente sottoporsi a fatiche fisiche come marce, esercizi ginnici e altre diavolerie del genere. Perciò doveva essere esentato.

 

A quel punto il gerarca, pur mantenendo un atteggiamento di cordiale amicizia, disse: “Ma la malattia di Silvano e della vostra famiglia non sarà antifascismo cronico?”.

 

Non ricordo come si concluse il colloquio, sta di fatto che la divisa arrivò, ma Silvano l’avanguardista non lo fece mai.

 

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